06 dicembre 2020

Lotta alla povertà, un insieme frammentato di strumenti limitati

 

La pandemia è un drammatico rischio, anche economico, per i singoli di cui i sistemi pubblici di Welfare devono farsi carico. Non sorprende dunque che in tutti i Paesi avanzati miliardi e miliardi di dollari siano affluiti dallo Stato alle famiglie e anche alle imprese.

A veicolare questi miliardi sono stati soprattutto gli istituti caratteristici dei vari sistemi di Welfare; tuttavia, la gravità della situazione e qualche difetto nel disegno di quegli istituti, che lasciava molti senza protezione, hanno reso necessario non soltanto estendere quegli istituti ma anche introdurne di nuovi. Un sommario resoconto della situazione italiana è il seguente.

Per i lavoratori dipendenti che non perdono il posto di lavoro ma vengono utilizzati poco o nulla, in attesa del superamento della crisi, l’istituto principale è la Cassa Integrazione Guadagni. Il salario – ridotto – percepito da questi lavoratori è a carico dello Stato. Non tutti i lavoratori possono accedere alla CIG: contano, soprattutto, i settori di attività e le dimensioni delle imprese. Per limitare esclusioni poco eque, nel tempo sono stati introdotti istituti simili, ma le esclusioni non sono state eliminate; per questo la pandemia ha reso necessario estendere la CIG agli esclusi – e anche allungarne la durata della fruizione. Il ricorso alla CIG è stato massiccio, anche a causa del blocco imposto ai licenziamenti; i lavoratori che ne hanno beneficiato hanno ricevuto in media circa il 75% del salario originario. Un problema molto serio riguarda, però, la situazione che si potrebbe creare tra qualche mese quando, con il venire meno del blocco dei licenziamenti, molti lavoratori non potranno più beneficiare della CIG e saranno veri disoccupati.

Come tali potranno accedere ai sussidi di disoccupazione di cui beneficiano già oggi coloro che hanno perso un posto di lavoro. Questi sussidi sono, nel complesso, poco generosi, di durata limitata e di importo decrescente con il periodo di godimento. Inoltre, essi tendono a penalizzare soprattutto chi ha una breve carriera lavorativa, cioè i più giovani. Anche per questi sussidi (in particolare la NASPI) nella pandemia si è reso necessario prevedere estensioni dei periodi di godimento e anche per essi il rischio è che, in assenza di ulteriori proroghe, si generino diffuse situazioni di disagio sociale.

Abbiamo poi l’insieme, ampio e variegato, dei lavoratori autonomi. Per essi non esiste di fatto alcuna forma di protezione sociale. Il problema era all’attenzione già da qualche tempo ma i progressi sono stati limitati. La drammatica situazione in cui si sono venuti a trovare molti lavoratori autonomi ha reso necessari strumenti nuovi quali i bonus, utilizzati massicciamente. L’assenza di criteri per graduare i bonus nonché la possibilità che ne abbia beneficiato chi occultava ricavi fanno sorgere il dubbio che la loro distribuzione non sia avvenuta in modo equo.

L’ultimo istituto a cui accennare è il reddito minimo, che in Italia si chiama reddito di cittadinanza. Di esso potrebbero fruire pressoché tutti gli esclusi dalle precedenti forme di protezione. Tuttavia per accedervi sono richieste molte condizioni (di reddito, di patrimonio, di cittadinanza) che possono non essere soddisfatte anche da chi vive in deprivazione. Ciò ha reso necessario con la pandemia un intervento correttivo che ha preso la forma del reddito di emergenza, destinato, appunto, a chi è escluso dal reddito di cittadinanza; ma anch’esso è sottoposto a condizioni.

Come suggerisce questo sintetico resoconto, non si può dire che il Welfare fosse nelle migliori condizioni per fronteggiare la pandemia: esclusioni difficilmente giustificabili, disparità di trattamenti altrettanto difficili da motivare. Si è reagito con misure urgenti ma di certo non ideali. Ciò non vuol dire che non abbiano avuto qualche effetto positivo. Ad esempio, grazie a questi trasferimenti, nel secondo trimestre del 2020 il reddito medio delle famiglie è caduto molto meno del PIL: 7,2%, contro 12,8% (dati OCSE). Si tratta di un risultato significativo, anche se peggiore di quello di molti altri paesi dove la caduta del reddito medio, rapportata a quella del PIL, è stata minore. 

Tuttavia, è molto forte il sospetto che dietro questo dato medio si celino situazioni assai differenziate.  Per esprimere un giudizio circostanziato occorre attendere dati più completi di quelli ora disponibili, oltre che l’evoluzione dei prossimi mesi. Il sospetto nasce, però, dal fatto che la combinazione di Welfare frammentato, mercato del lavoro altrettanto frammentato in tante tipologie contrattuali,  ampia diffusione dell’evasione e del lavoro nero, abbia fatto affluire troppe risorse a molti di coloro che non avevano subìto danni rilevanti e troppo poche a chi ne aveva invece subìti di rilevanti - o, anche se non troppo rilevanti, comunque sufficienti a spingere nell’area della povertà e della  deprivazione. Tra questi ultimi vi sono quanti già si trovavano in condizioni di fragilità economica; la conseguenza è, dunque, un aggravamento di questa manifestazione delle disuguaglianze.

L’insegnamento è che contenere le disuguaglianze che si creano nei mercati e disegnare per tempo un sistema di Welfare in grado di tutelare tutti in modo tendenzialmente egualitario dai rischi sociali non è soltanto importante di per sé, è anche indispensabile per limitare le sofferenze sociali ed economiche generate da eventi tragici quale è una pandemia.

 

Immagine: Roma, febbraio 2018 - Un gruppo di senzatetto chiede l’elemosina nei pressi della Basilica di San Pietro in Vaticano. Crediti: Petr Svoboda / Shutterstock.com

 

 

 


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