3 marzo 2021

La mappa della cittadinanza attiva a Roma

Nella capitale le realtà di cittadinanza attiva che hanno come proprie cifre distintive la prossimità, l’orizzontalità e il radicamento sul territorio, sono state presentate come un’infrastruttura nevralgica. La complessità di questo universo di partecipazione e organizzazione da una parte, composta da narrazioni territoriali che spesso non valicano la soglia del quartiere, e dall’altra l’ingente mole di banche dati che registrano i movimenti, le uniformità e le rotture all’interno di un contesto urbano estremamente eterogeneo non sono facilmente coniugabili tra loro, ma meritano un’analisi approfondita.

 

Sono stati censiti, nella città di Roma, 143 nuovi centri culturali, differenti fra loro per ampiezza del territorio di riferimento, attività, pubblico di interessamento e forma associativa; a questi è stato somministrato un questionario, che ha avuto risposta da più di un terzo delle realtà, con il fine di creare una comparazione che facesse emergere somiglianze e differenze interne alle associazioni e relative ai rapporti intrattenuti con l’ambiente urbano e le istituzioni. Il campione in questione, per quanto incompleto, si presenta tuttavia come rappresentativo del campo indagato: si nota infatti una distribuzione eterogenea tra i municipi della città, una diversità tematica e organizzativa e forme differenti di interazione tali per cui possono essere estratte alcune statistiche utili al proseguimento del lavoro. Fondamentale, nell’individuazione delle associazioni e nella somministrazione del questionario, è stata la forte presenza di reti, un’evidenza che ha trovato riscontro anche nelle risposte al questionario, in cui l’85% sostiene di far parte di una rete, di cui la maggior parte è soddisfatta. Sorte in virtù di obiettivi comuni o di una stessa appartenenza territoriale, o ancora per la condivisione di uno stesso spazio, le connessioni tra i centri sono molto solide e ramificate, tali per cui la conoscenza di una sola attività è spesso una porta di accesso ad un intero ecosistema urbano di quartiere, connesso nelle sue parti sebbene non privo di attriti e dinamiche interne talvolta problematiche.

 

Geografia capitale

Il ruolo che questo tipo di organizzazioni riveste è spesso molto complesso. Spaziano dal comitato di quartiere al laboratorio artistico, attraverso attività di mutualismo, ma anche di valorizzazione del patrimonio naturale, di educazione e di cura di soggettività marginalizzate o escluse. Di difficile classificazione, data questa fluidità per cui i ruoli e gli obiettivi si sovrappongono, complice l’aderenza al territorio che richiede la capacità di inventare risposte alle vertenze che sorgono, abbiamo suddiviso il campione in base all’attività che svolgono principalmente o per cui sono nate. Avvalendoci e integrando classificazioni già in uso abbiamo individuato nove macro-aree di interesse: promozione culturale; azione sociale; cura di donne e soggettività LGBT+; integrazione e accoglienza; tutela ambientale e valorizzazione del territorio; sport sociale; assistenza socio-sanitaria; mutualismo e solidarietà; produzione artistica.

I primi dati che emergono sono quindi la composizione di queste attività e la distribuzione dei centri sul territorio romano. A spiccare sono senza dubbio la promozione culturale e l’azione sociale, qui intesa come contenitore di pratiche diverse volte a offrire una serie di servizi a cura della persona e di pubblica utilità, con un certo grado variabile di rivendicazione politica. La cultura e l’azione sociale si presentano quindi come i catalizzatori di forme di aggregazione, essendo la prima l’attività principale di 31 centri, e la seconda di 34. Seguono le altre realtà, in cui spiccano la produzione artistica, che caratterizza 19 centri ‒ differenziata dalla promozione culturale per la centralità delle pratiche artistiche insegnate e/o promosse all’interno delle strutture ‒ e la tutela e valorizzazione della natura e del territorio con 15 centri, al cui interno rientrano sia quelle realtà che agiscono sulle aree verdi sia quelle composte da cittadini che organizzano azioni di cura del proprio quartiere.

 

Interessante è indagare la distribuzione territoriale dei centri. I municipi in cui sembra esserci una maggiore presenza di cittadinanza attiva sono il I (Centro Storico), con 23 realtà censite, l’VIII con 14 (composto dalle zone urbanistiche di Ostiense, San Paolo, Garbatella, Tor Marancia, Grottaperfetta e Appia Antica), il XIV con 15 realtà (Medaglie d’Oro, Primavalle, Ottavia, Trionfale, Pineto) e il V con 16 (Torpignattara, Casilino, Quadraro, Centocelle, Tor Sapienza, La Rustica).

A determinare questa incidenza possono essere diversi fattori, alcuni dei quali quantificabili come il reddito pro capite o l’età media della popolazione, altri al contrario di natura sociale non indagabili in maniera prettamente statistica come la storia del territorio. I municipi stessi sono al loro interno profondamente diversi, come evidenziato nel lavoro di #mapparoma, che analizza il territorio romano suddiviso nelle sue 155 zone urbanistiche. Non è semplice spiegare il minore o maggiore tasso di partecipazione e la presenza dei centri su di un territorio o meno. Considerando ad esempio l’indice di esclusione sociale, che tiene conto di fattori quali scolarizzazione, età media e occupazione della popolazione, territori diversi hanno livelli molto distanti pur caratterizzandosi per un’alta concentrazione di centri. Il Municipio I ha un indice pari a -3, mentre il Municipio V, entrambi con un buon grado di cittadinanza attiva, ha un indice di 2,5 (la media della città di Roma è 0). La stessa dinamica si riscontra all’interno dei singoli municipi: il campione ha rilevato un’ampia partecipazione nel Municipio XIV, tuttavia questo contiene al suo interno zone come Medaglie d’Oro dove l’esclusione sociale è quantificata in -4,36, meno quindi della media del Centro Storico, e Primavalle dove si attesta invece su un livello di 2,02. La partecipazione alla vita politica, culturale e sociale del proprio territorio sembra quindi molto complessa da studiare e sembra essere un indice a sé stante, essendo dovuta a molte variabili in combinazione fra loro.

Da sottolineare come i centri presi in esame si collochino per la maggior parte all’interno del GRA (Grande Raccordo Anulare). Uno spunto di riflessione che questo dato comporta è relativo ai network della cittadinanza attiva di cui ci si è avvalsi per lo studio: tali realtà sono il risultato di una ricerca progredita soprattutto attraverso lo strumento delle reti, che connettendo fra loro le realtà e ne permettono una progressiva conoscenza. La parte di Roma posta fuori dal raccordo anulare sembra essere esclusa da queste dinamiche, pur essendo una zona molto abitata e ricca di giovani e lavoratori occupati. La città dentro il GRA e le città fuori dal GRA non comunicano tra loro, pertanto avvalendosi delle reti interne è estremamente complicato raggiungere le realtà che operano nell’“altra Roma”, come definita da Carlo Cellamare.

Tra le zone esterne interessate da una buona densità di organizzazioni grassroots o poli culturali intercettati dal lavoro sono da segnalare Ostia, la zona delle Torri nella parte più a est della città e il quadrante Sud-Ovest. Territori avvicinabili tra loro per alcune caratteristiche ma allo stesso tempo profondamente differenti; Ostia in particolare sembra caratterizzarsi per l’alta intensità del dialogo tra le realtà presenti, molto collegate tra loro da una fitta rete di connessioni. Nella zona Est importanti riferimenti sono rappresentati da realtà come Torpiùbella o il Polo ex Fienile, attive in campo sociale e culturale, mentre nella zona Sud è presente il Coordinamento Sociale IX Municipio, volto ad affermare la centralità delle iniziative promosse sul territorio dalle realtà che ne fanno parte come un patrimonio collettivo.

 

Una fotografia in movimento

Si analizzano ora alcuni dei risultati emersi dal questionario. Soffermandosi sulla territorialità dei centri, emerge come la maggioranza delle realtà sia fortemente localizzata nella promozione delle proprie attività: il 42% riferisce di essere presente in un solo quartiere, il 19% in un municipio, per un totale di un 61% che non ha un’estensione cittadina ma è legato alla propria comunità vicina. Ancora una volta, la prossimità: mentre il mondo si espande e si connette, complice anche il virus torniamo a volgere lo sguardo al vicino di casa. Quando poi i centri si collocano in una sede fisica le attività si moltiplicano, diventando una sorta di ‘laboratori di quartiere’: spazi organizzati dal basso che diventano punti di riferimento, le piazze del territorio.

 

La pandemia ha determinato una vera e propria cesura nelle attività dei centri, creando un prima e un dopo. La funzione che la maggioranza delle associazioni riveste è di tipo aggregativo: il 55% organizza corsi e workshop, il 53% conferenze. Sono luoghi, fisici e non, di importante aggregazione e produzione culturale e sociale, dove i saperi vengono condivisi e trasmessi in modo orizzontale, in una sorta di autoeducazione comunitaria. Molte attività sono state interrotte o riformulate: il 48% afferma di averle spostate online, e il 72% di averne reinventato il metodo per poter rispettare le normative ed evitare i contagi. Tuttavia la pandemia non ha segnato una frattura solo nella modalità in cui vengono svolte le attività, ma anche nella natura delle stesse: da un lato sono rimaste tali, dando vita a forme di aggregazione digitale, dall’altra la crisi economica e sociale, oltre che sanitaria, e la stentata risposta istituzionale hanno fatto sì che programmi di mutualismo entrassero nella quotidianità dei volontari. Il 52% delle organizzazioni sondate, infatti, da marzo del 2020 ha attivato o intensificato pratiche di solidarietà, e il 45% afferma che tramite esse ha incrementato la propria presenza sul territorio raggiungendo un maggior numero di persone: se da un lato ciò è sintomo di una crescente fragilità sociale, dall’altro attesta la forte e duratura risposta dal basso nelle metropoli. Il bilancio che si può allora trarre in prima battuta segnala un riequilibrio: un significativo calo delle attività soprattutto di stampo culturale ‒ come afferma il 49% dei soggetti intervistati ‒ a fronte tuttavia di importanti riconversioni, che hanno dato vita a nuove reti e rafforzato quelle già esistenti. Un processo che non ha coinvolto tutti, visto che il 35% afferma di aver visto diminuire la propria presenza sul territorio.

Infine, il rapporto con le istituzioni. Due anime diverse del vivere politico urbano sembrano potersi incontrare: l’88% afferma di avere un qualche tipo di rapporto con enti istituzionali; rapporto che, nel 36% dei casi si è intensificato a seguito della pandemia. Gli enti maggiormente coinvolti sono quelli di prossimità, municipi e istituti pubblici come scuole, musei e teatri. Il dato va tuttavia letto alla luce anche delle risposte successive: solo nel 28% dei casi infatti si risolve in una collaborazione continuativa. Nel 26% dei casi si tratta di una collaborazione sporadica, nel 30% nata in seguito alla vittoria di un bando: anche in questo caso non è semplice portare delle evidenze che diano una spiegazione lineare dei dati. Tuttavia, questi lasciano intravedere forme collaborative ancora molto di stampo top-down: sono rare le forme di collaborazione stabili come tavoli istituzionali permanenti o progetti sviluppati in simultanea collaborazione, così come è raro che le idee e le energie provenienti dal mondo dell’associazionismo trovino facilmente ascolto in canali istituzionali. Non che non siano presenti processi virtuosi in senso contrario, come accaduto in alcuni municipi soprattutto a partire dalla scorsa primavera, ma restano in ogni caso una minoranza all’interno del quadro complessivo romano.

Da un lato allora è necessario considerare i cambiamenti che la pandemia ha imposto; dall’altro, come nel caso delle nove macro-aree adottate per qualificare le associazioni, è stato imprescindibile un confronto con le attività svolte prima del virus. Non è possibile né auspicabile pensare che al termine dell’emergenza tutto torni esattamente come lo ricordiamo, e contemporaneamente questa non potrà durare in eterno: l’intento è allora quello di realizzare una ‘fotografia in movimento’ dell’associazionismo romano. Cercare di restituire un fermo immagine che racconti lo stato dell’arte, nella consapevolezza che negli ultimi mesi sono proliferati semi di trasformazione che sicuramente daranno vita a nuove conformazioni per la città che si organizza: quali esse saranno non è ancora dato dirlo, sicuramente è doveroso chiederselo.

 

Hanno partecipato alla realizzazione della ricerca: Francesca Asia Cinone, Claudia Esposito, Chiara Falcolini, Andrea Felli, Annachiara Mottola, Filippo Tantillo e Susanna Rugghia

 

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Crediti immagine di copertina: Maria Marzano

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