12 febbraio 2021

Il nazionalismo dei vaccini

«Dovremmo impedire il nazionalismo dei vaccini». È stato questo il primo grido d’allarme pronunciato dal direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità. Egli presagiva ciò che sta accadendo in questa fase della pandemia. Allertava, con lungimiranza, sulle nefaste conseguenze della competizione tra gli Stati per dotarsi dei vaccini in modo unilaterale, trascurando le implicazioni di questa condotta per cui pochi hanno molto e molti hanno poco.

Oggi si moltiplicano timori analoghi perché, se le richieste di vaccini fossero soddisfatte solo negli Stati che hanno acquistato la maggior parte delle scorte, ciò potrebbe significare una continua incidenza del virus sulla popolazione restante degli Stati non vaccinati. Il timore è che la sua capacità nel mutare e la sua rapidità nel diffondersi possano giovarsi di questa situazione. Presto sapremo se si tratta di timori infondati. Ciò che invece già sappiamo è che la pandemia è un’epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè in grado di contagiare rapidamente territori e continenti di tutto il mondo. Si tratta di un vero e proprio fenomeno su scala mondiale. Il mondo diviso in Stati nazionali può contrastarlo però solo su scala internazionale, cioè con azioni più o meno coordinate tra Stati separati e divisi che, bene o male, cooperano o cercano di farlo. Il «nazionalismo dei vaccini» colpisce proprio questa capacità di coordinamento e cooperazione, inficiando le possibilità di risposta collettiva che invece oggi sembrano indispensabili. Trattiamo dunque di un fatto politico rilevante perché riguarda le possibilità di sopravvivere al virus e di eliminarne gli effetti sull’unica scala adeguata: il mondo, l’umanità.

Se l’epidemia è una malattia di comunità, la pandemia è una malattia della comunità mondiale. Questa comunità esiste però solo nelle aspirazioni. La pandemia colpisce a livello globale, ma il mondo non risponde al medesimo livello, cioè in modo davvero unitario e collettivo: come una comunità. Questo scarto di livelli comporta almeno due implicazioni, entrambe legate alla divisione tra gli Stati e alla loro competizione.

La prima implicazione è la differenza nelle capacità d’accesso e d’appropriazione dei vaccini tra alcuni Stati e tutti gli altri. Essa segmenta e limita le capacità di risposta collettiva alla pandemia e può tendere persino, nel peggiore dei casi, a vanificarla. Riguarda perciò l’interesse comune nell’efficacia della cura contro la malattia: più il vaccino è diffuso nel mondo, più sarà calibrato e risolutivo il suo effetto. Il fatto banale ma fondamentale, amplificato dal «nazionalismo dei vaccini», è che a differenza degli esseri umani l’esistenza del virus non è vincolata dall’esistenza degli Stati. Esso circola liberamente, contagiando senza distinzioni nazionali. Il virus semmai si giova della divisione politica dell’umanità e di tutto ciò che la sostiene, compreso il «nazionalismo dei vaccini».

Per questo definire ancora il virus in termini di nazionalità – la variante «inglese», quella «brasiliana», oppure «sudafricana» – forse tradisce una certa incapacità persino di pensare la realtà pandemica in tutta la sua portata e nella sua dinamica reale. La conseguenza di questa realtà si potrebbe riassumere in un motto più volte richiamato in questo periodo: «nessuno è sicuro finché tutti non sono sicuri»; eppure, va notato, se «tutti» significa tutti gli esseri umani, allora questo motto sembra lontano dal trasformarsi in un principio d’azione collettiva, ammesso che sia necessario.

La seconda implicazione del «nazionalismo dei vaccini» è invece di tipo morale e concerne la qualità dei nostri valori umani. Si tratta di valutare non la presunta inefficienza, bensì la clamorosa ingiustizia generata dalla disparità di accesso alle cure vaccinali. Alcuni Stati hanno già un numero di vaccini in grado di trattare l’intera popolazione per cinque volte; altri non ne posseggono neppure quanto basta per un trattamento da qui ai prossimi due anni. In un mondo nel quale i vaccini sono ancora risorse scarse, alcuni Stati le sottraggono ad altri con scontata indifferenza al concetto di giustizia.

È d’altronde questa situazione ingiusta e inefficiente che genera i tentativi di stabilire condotte più solidali tra gli Stati o, almeno, misericordiose. Da un lato, puntando sulle donazioni da parte degli Stati più ricchi di vaccini verso quelli più poveri. Dall’altro, cercando d’impegnare risorse collettive verso un vaccino globale detto Covax, a disposizione di tutti gli Stati con costi e regole d’accesso sostenibili. Sono sforzi significativi, ma restano simili a palliativi rispetto agli effetti del «nazionalismo dei vaccini». Perché se è vero che la competizione per le risorse scarse è un dato forse insopprimibile, è anche vero che la pandemia ne mostra oggi una perversità plateale.

I vaccini difatti non sono solo risorse scarse, ma anche risorse vitali per tutta l’umanità. Il «nazionalismo dei vaccini» agisce perciò concretamente, in modo ben comprensibile, sul terreno esistenziale, la vita e la morte legate alla cura o alla sua mancanza. Il suo significato più profondo si svela così in ciò che più crudamente rivela, ossia nel fatto che, per le genti del mondo, avere o non avere accesso ai vaccini dipende, in prima istanza, dalla propria appartenenza nazionale. Se è così, il trauma pandemico non ha colmato né la distanza morale né quella fisica tra noi e gli altri. I vuoti del mondo non si sono affatto riempiti con l’irrompere della piaga mondiale e il rischio globale non fa ancora dell’umanità una comunità. Può darsi che anche in un mondo diverso il «nazionalismo dei vaccini» sarebbe un fatto persistente, seppur chiamato in modo differente. Di certo, nel nostro mondo d’oggi, se qualcuno è forse più sicuro, o perlomeno crede d’esserlo, altri non lo sono ancora e tutti rischiamo di non esserlo mai.

 

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Immagine: Una operatrice sanitaria africana che indossa una mascherina chirurgica e un paziente bambino che indossa una mascherina protettiva fatta in casa. Crediti: Yaw Niel / Shutterstock.com

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