21 giugno 2020

Il nome del lavoro

 

Durante l’epidemia da Covid-19 abbiamo sentito parlare di lavoro in ogni cronaca; sarà stato l’effetto della paura e del bisogno di rassicurazione, ma lavori che erano diventati lavoretti, professioni invisibili, hanno ritrovato il nome.

Essenziali è il termine divenuto consueto per lavori sconosciuti o misconosciuti. Va detto, però, che invocare l’eroismo dichiarava la paura collettiva e mostrava la cecità della lettura, nella “normalità”, basata sul dare al lavoro un prezzo, non un valore. Si è reso evidente l’effetto della individualizzazione, anche del lavoro; la difficoltà di vedere la condizione collettiva del lavoro.

Il lavoro non è solo fare, è relazione, dignità, è attuazione dei diritti fondamentali e costituzionali, è cittadinanza, libertà di progetto e di realizzazione. Il lavoro è così importante che certo connota l’identità di ognuno e ognuna di noi; ma è impossibile descrivere società, Paesi, città senza il lavoro; quale che sia l’oggetto che maneggiamo, esso c’è in ragione del lavoro di trasformazione, di creazione e non è rilevante se sia stata materiale o immateriale.

Al lavoro dovrebbe corrispondere, anche nel lessico, lavoratore e lavoratrice, perché il linguaggio rivela il pensiero e ciò che non viene nominato scompare.

La definizione “capitale” o “risorsa umana”, non solo spersonalizza e toglie identità, ma riduce a merce, una voce che, al pari delle altre, concorre a determinare profitto.

Con la pandemia hanno avuto visibilità nel dibattito pubblico l’ingiustizia sociale e le diseguaglianze che derivano dal processo di mercificazione, dalla precarietà, dal lavoro informale, dal tanto lavoro invisibile, dai divari immotivabili, ma concreti, tra le retribuzioni medie e quelle manageriali, dall’esistenza del lavoro sfruttato e povero. Quel lavoro povero non per scarsa importanza o qualità, ma per retribuzioni così basse che non consentono di vivere dignitosamente, che costringono nell’area della povertà relativa o assoluta.

Così l’importanza del lavoro, del conoscerlo, anche del saperlo descrivere, può e deve riprendere la scena, pure perché ciò che la pandemia ha oscurato non può essere cancellato: emergenza climatica, transizione digitale, ad esempio, per diventare l’agenda globale devono fondarsi sul lavoro e il suo valore, sulla giustizia sociale.

Si potrebbe dire che la malattia del mondo rappresentata da Covid-19 mette a nudo che il modello maschile, spesso connotato dal linguaggio bellico, fondato sulla possibile conquista/occupazione del mondo, ha fatto molti danni e raggiunto il capolinea; serve progettare un altro modello: di cura, di riparazione e rammendo.

Le grandi trasformazioni in atto, che segneranno i prossimi anni se non decenni, chiedono di de-mercificare e di ridare valore al lavoro; salute e cura delle persone come dell’ambiente non possono essere affidate alle regole del mercato; la dignità delle persone che lavorano viene messa in discussione se non è accompagnata dai diritti di cittadinanza nei luoghi di lavoro e nei rapporti di lavoro.

L’abbandono delle regole del lavoro degli anni d’oro del Novecento, alimentato da mirabolanti promesse, ha avuto effetti disastrosi ulteriormente aggravati prima dalla crisi finanziaria del 2008 e poi da quella del Covid. Crisi quest’ultima molto diversa, che comunque determina l’aumento della disoccupazione e delle diseguaglianze, con gravi processi di esclusione delle donne e dei giovani.

Molti sono i piani attraverso i quali si è precarizzato e frammentato il lavoro, dalle legislazioni che imponevano la deregolazione alle multinazionali che sfruttano il venir meno dei vincoli alle legislazioni nazionali, dall’indifferenza alle convenzioni fondamentali dell’ILO (International Labour Organization) alla globalizzazione intesa come competizione tra lavoratori, alle innovazioni utilizzate per negare il lavoro subordinato come avviene con le nuove piattaforme.

Il fattore comune di queste scelte è stato la negazione della rappresentanza libera ed autonoma del lavoro; ancora una negazione dell’esercizio del conflitto ampiamente esercitato, invece, dalle rappresentanze datoriali, che non a caso hanno taciuto di fronte alle scelte di disintermediazione che hanno caratterizzato non solo regimi sempre più autoritari, ma anche i governi fautori della terza via e della cosiddetta modernità. Senza negare, ovviamente, che una strategia molto difensiva e chiusa nei confini nazionali ha indebolito le stesse organizzazioni sindacali dei lavoratori. Se il mondo ha bisogno di cura il lavoro ne ha altrettanto bisogno.  

Quale futuro? Non il ritorno al passato e nemmeno alla normalità, allora invisibilità, insicurezza e solitudine possono caratterizzare il lavoro, ma dev’essere immediata l’associazione con democrazia, cittadinanza, partecipazione. Non è una missione impossibile: serve una riforma di quelle che cambiano davvero un Paese, come fu lo Statuto dei lavoratori, da confermare nei principi di libertà traducendolo in diritti universali e certi, in capo ad ogni lavoratrice e lavoratore senza segregazioni ed esclusioni, compreso il diritto alla rappresentanza in applicazione dell’art. 39 della nostra Costituzione.

 

Immagine: Les cribleuses de blé, di Gustave Courbet (Musée des Beaux-Arts, Nantes). Crediti: Fonte, The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202. 2. The Bridgeman Art Library, Object 20111 [Pubblico dominio], attraverso it.m.wikipedia.org

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