1 novembre

Le nuove polarizzazioni del mercato del lavoro

Come primo aspetto vorrei sottolineare, con un’accezione positiva, quanto il tema del lavoro, delle sue potenzialità, delle nuove forme organizzative, del rapporto con l’identità, il benessere, l’inclusione, i diritti e la sostenibilità ambientale sia tornato in modo imprevisto al centro del dibattito pubblico e collettivo.

In secondo luogo, l’impatto della pandemia sta aggravando e rendendo più visibili, almeno in Italia, aspetti preesistenti di fragilità del mercato del lavoro. Pensiamo alla debole e accessoria inclusione della componente giovanile e femminile nelle forze di lavoro retribuito, all’assenza di un canale professionalizzante del sistema di istruzione terziaria, al difficile incontro fra domanda e offerta di lavoro, o ancora all’effetto di sovraqualificazione dei laureati.

La crisi attuale indica che dovremo aspettarci un’ulteriore polarizzazione del mercato del lavoro, e mette in campo un’inedita forma di segmentazione e diseguaglianza, fra coloro che sono occupati in attività che possono essere svolte in modalità remota (smart working, lavoro agile), essenzialmente attività qualificate e di natura intellettuale, e coloro che devono forzatamente svolgere la loro attività lavorativa in presenza, prevalentemente di natura manuale, qualificata e non qualificata.

Gran parte del dibattito mediatico e sociale si sta concentrando sullo smart working, che viene percepito come un esperimento sociale. Il suo livello di diffusione è passato improvvisamente dal 3-4% (concentrato soprattutto nelle grandi imprese e nelle imprese multinazionali) al 30-40% dell’occupazione intellettuale, investendo i settori privati e la pubblica amministrazione. Le grandi potenzialità del lavoro a distanza destinato a perdurare nel tempo e probabilmente a crescere ulteriormente hanno spiazzato rapidamente quel modello di organizzazione del lavoro derivato dal sistema industriale della fabbrica fordista, improntato a una rigida ripartizione spaziotemporale.

Ora, l’esperienza di riavvicinamento della sfera lavorativa alla sfera domestica lascia intravvedere numerosi e ben visibili vantaggi e insieme esiti incerti e forse negativi, come il pericolo di essere sempre connessi, tipico dei lavori cognitivi e digitali, l’impoverimento delle relazioni di lavoro, il sovraccarico per le donne, che rischiano di perdere o rinunciare al lavoro remunerato.

Inoltre, le ricadute del lavoro a distanza sulla redistribuzione geografica del lavoro, che si sta spostando dai centri urbani alle aree periferiche e nelle città minori dove risiedono già i lavoratori, sono senza precedenti e richiederanno un ripensamento delle dotazioni territoriali finora conosciute.

In tutti i modi lo smart working seguirà una sua traiettoria autonoma, già ben avviata, anche se sarà in prospettiva da affinare e controllare più accuratamente, nel rispetto dell’accordo fra le parti contraenti.

Tuttavia è sul lavoro non smart che sarebbe opportuno soffermarsi a riflettere, per immaginare come salvaguardarlo, metterlo in sicurezza e renderlo insieme più qualificato. È su questa seconda area del lavoro (nei settori della sanità, della logistica, della distribuzione, della manutenzione) che bisogna intervenire, che è necessario fare un’attività di ricucitura e di riqualificazione, arricchendo i contenuti del lavoro manuale anche grazie al sostegno di tecnologie adatte e più avanzate. Aiuti tecnologici che innescano un vero e proprio cambiamento nel modo di lavorare. In altre parole andrebbero potenziate con le tecnologie, riconosciute socialmente e valorizzate economicamente le professioni e le mansioni alle quali non si applica il lavoro smart.

 

L’approccio finora seguito, e applicato ai settori più colpiti dagli effetti del Covid-19, come ad esempio i settori culturale, musicale, artistico, teatrale (costretti a richiudere dall’ultimo decreto governativo del 25 ottobre 2020), è stato prevalentemente di natura assistenziale, con interventi a fondo perduto, di parziale integrazione del reddito. Molto diverso sarebbe se le risorse fossero investite per incentivare la produzione culturale del prossimo futuro.

L’ultima considerazione è sui salari e le retribuzioni dei lavoratori, aspetto che oggi resta sistematicamente in ombra. L’aumento del capitale umano che si è verificato negli ultimi vent’anni almeno non è riconosciuto economicamente. Tutto il settore dei collaboratori autonomi, unico ad essere in crescita costante in tutti i Paesi europei, altamente istruito, qualificato, specializzato e flessibile, funzionale all’ordine sociale postindustriale, ne è l’emblema. Redditi intermittenti, necessità di cumulare attività lavorative anche lontane dalla propria specializzazione, compensi bassi, scarse tutele sociali e quasi assenza di rappresentanza collettiva fanno della grande maggioranza dei freelance una categoria “apolide”, a rischio di scivolamento sociale. 

È giunto il momento di porre il tema dell’aumento dei livelli retributivi degli occupati nei settori cruciali che la pandemia ci ha segnalato, come il personale sanitario, gli insegnanti, i programmatori di tecnologie, a fronte di profitti esplosivi e processi di arricchimento in corso delle grandi imprese, dai giganti digitali alla sanità privata e ai vari servizi collegati.

 

Immagine: Il cantiere, di Plinio Nomellini. Crediti: Galleria d'Arte Moderna, Genova. Fonte, Sailko [Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International], attraverso Wikimedia Commons

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