10 maggio 2020

Paesaggio, ambiente e qualità della vita

 

Nel quadro del nostro dettato costituzionale il paesaggio si colloca in una posizione di particolare rilievo: nella parte iniziale del Testo dedicata ai princìpi fondamentali, e precisamente all’interno dell’articolo 9. La scelta di posizionare questo lemma all’inizio del Dettata da parte dei nostri costituenti è indice del grande rilievo affidato al rapporto tra cultura e progresso allorché essi si apprestarono a edificare un mondo nuovo per un popolo libero e soprattutto consapevole.

Avere inserito il paesaggio nell’articolo in cui si tratta di sviluppo della cultura, della ricerca scientifica e tecnologica credo abbia un significato molto profondo: collegare il paesaggio alla possibilità di crescita di un popolo che aveva da poco guadagnato la sua libertà significava individuare tutto quello che avrebbe dato la forza di porre solide basi per una vita migliore per tutti.

Non bisognerebbe mai dimenticare che il linguaggio costituzionale è prescrittivo, e non descrittivo, e la collocazione dell’oggetto della tutela nella parte più elevata del testo costituzionale sta ad indicare che quel comando, perché di un comando si tratta, è indirizzato allo Stato e a tutte le sue componenti territoriali (Comuni, città metropolitane, province e Regioni, secondo la disposizione contenuta nell’art. 114 Cost.), alle istituzioni, a tutti i soggetti pubblici e privati e anche (forse soprattutto) a tutti noi cittadini  uniti nel sostegno al mandato di fedeltà alla Repubblica.

La storia del concetto di paesaggio passa attraverso varie interpretazioni, delle quali forse la più convincente è quella che lo collega all’ambiente, in maniera tale da operare la combinazione interpretativa dell’articolo 9 con l’articolo 32 della nostra Costituzione (il diritto alla salute) con la finalità di individuare nella tutela del paesaggio l’elemento essenziale per la costruzione e la misura della qualità della vita.

Il paesaggio si mostra dunque nel suo aspetto più pervasivo, attraendo a sé i grandi temi delle scelte politiche dei governanti: pianificazione del territorio, politica energetica e impianti di recupero e riciclo, infrastrutture, politica industriale, agricoltura, patrimonio boschivo, idrico, idrogeologico, regolazione delle emissioni nell’atmosfera e nelle acque, turismo, circolazione stradale.

Passa dunque in secondo piano quel concetto di bellezza naturale, come visione olografica ottocentesca che ha formato la ratio delle discipline legislative risalenti alla prima metà del Novecento (segnalo la Legge Croce datata 11 giugno 1922 n. 778 “per la tutela delle bellezze naturali e dei beni immobili di particolare interesse storico” nella cui relazione illustrativa si asseriva come il paesaggio costituisse “la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari, con le sue montagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi”).

All’interno del testo della legge “Bottai” del 29 giugno 1939, n. 1497  “Protezione delle bellezze naturali”, che giunse ad attribuire al paesaggio la consistenza di valore che doveva essere tutelato dallo Stato in quanto quadro naturale panoramico; il termine bellezza, nella forma singolare e plurale, è ripetuto costantemente e la misura dell’interesse oggetto della tutela da parte del legislatore è ben rappresentata al punto 4° comma dell’art. 1 allorché la norma, dovendo indicare gli oggetti di tutela, di  interesse pubblico, li enumera e qualifica come segue : «le bellezze panoramiche considerate come quadri naturali e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze

Lungi da chi scrive l’idea di considerare negativamente bellezza e natura, tuttavia, quella bellezza e quella natura, agli occhi di chi osserva oggi l’intervento dell’uomo su quella bellezza e quella natura, che diviene oggetto di tutela e contribuisce alla modifica morfologica del paesaggio/ambiente, non può non considerare che quell’alternarsi di magnifiche vestigia del passato che si stagliano all’interno di meravigliosi giardini, incorniciate da panorami marini, collinari o montani, siano in costante pericolo a causa di una cattiva e sempre più spesso inesorabile condotta distruttiva legata a una scarsa attenzione all’ambiente circostante.

Ed ecco che tornano alla mente quelle idee di Alberto Predieri espresse magistralmente nel suo scritto dedicato all’argomento dove, molto prima dell’entrata in vigore della legge Galasso (legge 8 agosto 1985, n. 431), apprestandosi a definire giuridicamente il concetto di ambiente quale cornice delle condizioni della vita dell’uomo, afferma come la tutela dell’ambiente e quella del paesaggio siano necessariamente collegate.

Un argomento che in quegli anni prenderà forza anche grazie all’integrazione culturale del panorama scientifico rafforzata dall’ingresso in esso della disciplina ecologica e che offrirà una sponda ancora più consistente all’interpretazione del diritto alla salute in relazione ad ambiente e paesaggio.

C’è di più: la tutela della salute da parte della Repubblica così come disciplinata nella Costituzione all’art. 32, permette attraverso la sua lettura combinata con quella dell’art. 2, di rafforzare ulteriormente altresì il senso di una prescrizione che vede paesaggio, ambiente e salute rapportarsi con i diritti inviolabili, quali garanzie per la salvaguardia della qualità della vita e il dovere di rispetto e protezione per ciò che ci circonda, che si consuma sotto la sferza dei cambiamenti climatici e viene condizionato dai nostri comportamenti scarsamente impregnati di senso civico, responsabilità e solidarietà sociale.

 

Bibliografia per approfondire

 

Alberto Predieri, Significato della norma costituzionale sulla tutela del paesaggio, in Studi per il ventesimo Anniversario dell’Assemblea costituente, Firenze, Vallecchi, 1959

Giuseppe Morbidelli e Massimo Morisi (a cura di), Il Paesaggio di Alberto Predieri, Firenze, Passigli, 2019

 

 

 

Immagine: Panorama di Orvieto. Crediti: Jerrysh / Shutterstock.com

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