13 settembre 2020

Il ritorno a scuola, tra emozione dell’inizio e incertezza del contesto

 

Un tempo era ottobre, ora è settembre il mese del ritorno a scuola. Zaini e astucci, tute e scarpe nuove colmano le ore che si contano con eccitazione per il ritorno nelle aule scolastiche. È così in Italia, in Ungheria, in Turchia, in Lettonia e in Belgio. All’università si preferisce il modello misto sia presenza che online. In quasi tutto il mondo si sta vivendo il ritorno a scuola e stiamo recuperando il diritto all’istruzione, secondo la struttura del sistema scolastico. In quasi tutto il mondo: non dimentichiamo che in Paesi come la Libia e la Siria, solo per fare qualche esempio, andare a scuola è ancora impossibile. Da noi, i preparativi fanno parte del rituale consueto. Ma adesso c’è qualcosa di più che va preso in considerazione: le mascherine, il disinfettante, la temperatura, il distanziamento.

A scuola si porta la lezione appresa durante il lockdown. Ora le regole vanno rispettate a scuola, non stando chiusi in casa. Bisogna fare attenzione al percorso di entrata e di uscita dai locali, a stare nel gruppo classe, a non mescolarsi tra le classi, a mantenere le distanze. Data l'esperienza dei mesi passati, tutto lascia supporre che gli scolari di ogni età sapranno ben seguire le norme che riceveranno da insegnanti ed educatrici. Non sembra che sia questo il punto sul quale emergono perplessità e dubbi. Viceversa, è fonte di seria preoccupazione la definizione stessa delle norme che mostrano un’ampia variabilità e, soprattutto, sono tutte presentate e fatte seguire dalla comunicazione di una incertezza di fondo data dall’incognita del contesto nel quale si farà scuola e dall’effetto che il ritorno a scuola avrà sull’andamento del contagio da Covid-19.

In altri termini, le istituzioni, dal nido all’università, per un verso optano per la riapertura e per altro verso prevedono anche l’eventuale manifestazione del virus con ricadute che andrebbero, forse, a far tornare al confinamento solo la persona contagiata. In ogni caso, si comprende che ci sono scarsi piani di programmazione delle ore scolastiche. In molti casi, manca un progetto pedagogico e formativo del post-quarantena da Covid-19 predisposto prima del ritorno in aula. La questione della sicurezza occupa al cento per cento tutti. Amministratori, funzionari, dirigenti, insegnanti sono concentrati sul predisporre gli ambienti adatti, igienicamente protetti. Ma come mettere insieme i princìpi educativi con il distanziamento sociale? Per esempio, le scuole all’aperto che in alcuni municipi di Roma hanno ben funzionato fino al 5 marzo 2020 come potranno ancora realizzare il progetto del contatto con la natura, dell’educazione alla sostenibilità, della preparazione alla cittadinanza attiva, senza la collaborazione delle associazioni che garantivano il supporto laboratoriale necessario e senza le autorizzazioni ad andare nel bosco, nel parco, nelle aree verdi inserite nella planimetria della scuola all’aperto? Il paradosso è evidente. Stare all’aperto facilita il distanziamento, ma la preoccupazione del contagio induce a chiudere le classi nei gruppi strutturati evitando di uscire con i bambini. Il risultato sarà inevitabilmente il ritorno alla classe chiusa e alla perdita della lezione dell’outdoor education.

Quello che invece ci aspetteremmo, traendo insegnamento da quanto ampiamente sperimentato, andrebbe nella direzione della valorizzazione dei progetti di outdoor learning in epoca di post-quarantena da Covid-19. Sarebbe gravissimo disperdere le abilità a vivere, studiare, muoversi, produrre, osservare e sperimentare all’aperto dimenticando quanto fatto finora. Va anche sottolineato che bambini e bambine, in età compresa tra i 2 e i 13 anni, hanno seguito i centri estivi integrati a giugno, luglio e settembre con progetti di outdoor education e si sono mantenuti attivi in un apprendimento progettato in forma dinamica, flessibile e esperienziale basato sulla cooperazione e la crescita relazionale con adulti e compagni. Al momento ci chiediamo se gli insegnanti, i grandi condottieri del post-quarantena da Covid-19, siano stati ragionevolmente sostenuti dal punto di vista della formazione pedagogica e didattica. Non è facile navigare a vista dovendo rispondere a molte aspettative. I summit sulla sicurezza forse sono molto più numerosi del confronto sul come insegnare in una classe nella quale arriveranno bambini, ragazzi con esperienze molteplici vissute in epoca di quarantena. Esperienze di isolamento e trauma, di violenza e disattenzione, di abbandono in casa e solitudine nella propria stanza, di difficoltà economiche e anche di scomparsa di qualche figura di riferimento molto cara, come il nonno o la nonna.

Sicuramente ci sono state realtà esperienziali nelle quali i minori sono stati accompagnati dagli adulti. Ma non per tutti è stato così. La pandemia ha innescato processi di disuguaglianza sociale e culturale, per niente o poco monitorati, e pur già evidenti nel ritorno nel gruppo dei centri estivi. In qualche caso si sono disperse le capacità di stare con gli altri, di giocare e studiare insieme, di relazionarsi all’insegnante e di vivere e crescere insieme. I processi di ripiegamento su sé stessi, guardandosi come centro del mondo, hanno creato l’anticamera dell’indifferenza verso chi ci sta accanto. Da qui potrebbero nascere alcuni percorsi che dovranno probabilmente essere riattivati come ritorno all’educazione al rispetto dell’altro, alla comprensione di chi ci vive accanto, alla consapevolezza che solo dandoci la mano potremo ancora farcela. Il famoso “Insieme ce la faremo” scritto sul grande arcobaleno della pace va ora portato a scuola per progettare il presente che ci attende. Un presente da colmare di idee, cose da inventare, cammini da esplorare. E, soprattutto, nella scuola, tanto indoor che outdoor, vanno immessi i valori che caratterizzano la nostra condizione umana, a partire dall’analisi di quello che abbiamo imparato in quasi sette mesi di isolamento. La sfida è grande, forse sono più pronti i piccoli che i grandi. Già a marzo i bambini parlavano alle maestre da WhatsApp e lamentavano la mancanza dei compagni, oltre che delle maestre. Non si sono abituati alla lontananza. La voglia di tornare a stare con gli amichetti è enorme, ed è lì che attende di essere accolta offrendo quei significati veri di bontà, bellezza, verità, solidarietà che soli possono condurre a una crescita autonoma e responsabile. La scuola che ci aspettiamo è quella dell’accoglienza di tutti in un clima di gioia.

 

Immagine: Attività scolastiche estive all'aperto con misure di distanziamento sociale. Torino, Italia - giugno 2020. Crediti: MikeDotta / Shutterstock.com

 


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