3 maggio 2021

La città-mercato: etnografia digitale del GRA su Instagram

 

A Roma non si è mai parlato propriamente di hinterland. Per decenni la città si è espansa, fagocitando risorse, interessi geopolitici e di mercato, con una migrazione sempre più massiccia dalla provincia e dalle aree rurali verso la capitale. Il binomio centro-periferia per lungo tempo è stato la nozione descrittiva privilegiata per spiegare le discontinuità dei territori a livello amministrativo, sociale, demografico e urbanistico. Ma negli ultimi vent’anni molte cose sono cambiate e la polarizzazione tradizionale ha in parte perso efficacia nel rendere conto dell’assetto di una metropoli estremamente complessa nelle sue disomogeneità strutturali e che si trova a fare i conti con movimenti nuovi della sua popolazione.

La periferia storica ben inserita nella città compatta ha talvolta perso i caratteri di “perifericità”, conoscendo un ricambio del tessuto sociale originario e processi di gentrificazione che hanno aperto il passo a un’impennata dei prezzi di locazione e a un cambiamento profondo delle strutture produttive e abitative originarie dei quartieri. Dall’altra parte la prospettiva delle nuove centralità promossa dal piano regolatore del 2008 – che ha il policentrismo e il decentramento tra le principali direttive – è stata un flop. Il coinvolgimento di grandi operatori è fallito in favore di un’ipoteca delle localizzazioni per speculazioni edilizie di residenza e centri commerciali che hanno visto i “palazzinari” protagonisti nella creazione di quartieri dormitorio privati dei servizi e sempre più votati al consumo.

Ma la diade centro-periferia non è tutta da buttare, rimane ancora parzialmente efficace per dare conto di parte della morfologia urbana: a partire dalla densità di edificazione e dalle tendenze del mercato immobiliare (tendenze quest’ultime che conoscono in questo momento una fase di trasformazione difficilmente prevedibile sul lungo termine) fino alla distribuzione delle fasce di età e della popolazione straniera residente. Tuttavia, in questo comparto descrittivo il vero protagonista attorno a cui si gioca una fetta del destino della metropoli è un nuovo soggetto, o per meglio dire, un soggetto vecchio più di settant’anni che sta progressivamente cambiando pelle nell’immaginario e nella prassi: il GRA (Grande Raccordo Anulare), anello autostradale tangenziale che circonda Roma per oltre 68 km attraverso quattro circonvallazioni, che amministrativamente e idealmente ha costituito il limite della periferia, sta perdendo il suo carattere di infrastruttura e diventando un vero e proprio luogo attorno a cui un importante sviluppo abitativo e un cambiamento antropologico dei modi dell’abitare, per lo più ignoto e ignorato, si vanno realizzando. Sono quarantotto le zone urbanistiche fuori dal Raccordo, circa il 23% della popolazione del Comune di Roma, risultato di un’espulsione dalla città compatta, specialmente dalla periferia storica. Come spiega #mapparoma, gli effetti dell’espulsione di parte della popolazione dalla città consolidata non sono soltanto di ordine sociale, ma comportano anche ricadute importanti per l’organizzazione spaziale e funzionale. Basti pensare allo sprawl dell’urbanizzazione sul territorio dell’Agro romano che continua ad aggravare il funzionamento di una già complessa e frastagliata struttura urbana e a mettere a repentaglio la sopravvivenza delle attività agricole e della cintura verde romana. Questa espulsione e redistribuzione degli abitanti in un intervallo di tempo che va dal 2001 al 2011 mostra che laddove la densità di popolazione è storicamente più elevata, cioè nella periferia storica e a Ostia, si è osservata una contrazione dei residenti; al contrario, a una densità minore, in particolare fuori dal GRA, si associa spesso un incremento di popolazione anche molto consistente.

Certamente il mondo fuori dal GRA costituisce parte del futuro della città e ci suggerisce un punto di osservazione diverso della metropoli che è sempre più oggetto di interesse da parte degli studi. L’emergere di una costellazione di realtà autonome e autosufficienti, sempre meno in dialettica con la città “originaria” porta a chiedersi se il futuro della periferia della capitale sia quello di un nuovo hinterland per il quale sarà necessario predisporre nuove strutture amministrative, policy e servizi. Dall’altra parte, esiste un mondo liminale di cui il raccordo è sempre e ancor più protagonista, ovvero l’insieme di quartieri, municipi, zone urbanistiche che si trovano a cavallo dell’anello tangenziale: la periferia anulare da una parte e la periferia extra-GRA che costituisce la prima estremità della metropoli. Tra queste esistono elementi di continuità e di rottura, sono parte del tessuto urbano ma presentano una fisionomia diversa da quella della città compatta, per vocazione commerciale, densità dei servizi e percezione dell’abitare.

Delle dinamiche di autorappresentazione degli abitanti di queste porzioni della città spesso sconosciute e scarsamente attenzionate si sa poco. Soprattutto, si tratta di zone estremamente eterogenee la cui storia urbanistica e composizione sociale sono variabili che condizionano il modo in cui la territorialità è vissuta. In questo senso, i social potrebbero rivelarsi uno strumento privilegiato e nuovo per lo studio della percezione operativa degli abitanti delle metropoli, specialmente per quanto riguarda ecosistemi che più degli altri sono coinvolti in profondi processi di trasformazione. Da qui nasce l’idea di una analisi etnografica dei quartieri del GRA, attraverso lo studio di oltre 46.000 post Instagram e la creazione di relativi indici che permettano di fornire informazioni inedite su questi territori.

 

Autorappresentazione e social: Instagram Index dei quartieri del GRA

Con Alessandro Gerosa e Giulia Giorgi, ricercatori in Sociologia digitale presso l’Università degli Studi di Milano, è stato realizzato uno studio che costituisce un primo esempio di etnografia digitale dei quartieri del GRA, quelli che abbiamo definito “liminali”, attraverso l’uso di Instagram. Questo social è stato scelto perché, oltre a garantire la rintracciabilità del luogo grazie alla geolocalizzazione e agli hashtag, ha il vantaggio di garantire un doppio livello di rappresentazione, estetica e descrittiva, attraverso l’immagine da una parte e il corpo di testo dall’altra, declinato nelle didascalie delle foto postate e nei tag.

Il campione della ricerca è stato selezionato scaricando (processo chiamato scraping) tutti i post prodotti tra il 1° gennaio 2020 e il 31 gennaio 2021 che contenessero l’hashtag o fossero geotaggati con il luogo di una delle zone amministrative di Roma, a ridosso del GRA o ad un grado di separazione da esso, per un totale di 46.765 post.

Grazie al dataset ottenuto, è stato calcolato l’Instagram Index dei quartieri del GRA, una creazione originale e sperimentale, la cui ispirazione deriva da una riflessione sull’uso di Instagram in relazione allo spazio urbano. Instagram è tra i social più impiegati dagli utenti ‒ che siano essi individui, realtà, negozi o imprese ‒ per rappresentare sé stessi in formato visuale tramite foto e video. Si tratta di autorappresentazioni che non sono mai neutre, dove ciascuna rappresentazione di sé è il frutto di precisi indirizzi, scelte strategiche ed è ottenuta attraverso l’impiego di determinati strumenti. Nel caso di Instagram, questi strumenti sono innanzitutto, come si accennava sopra, il dato visuale, ovvero la costruzione dell’immagine, ma anche i metadati associati al singolo post, nello specifico la didascalia, gli hashtag e la geolocalizzazione. L’inclusione dell’hashtag del proprio quartiere in un proprio post oppure la geolocalizzazione sono da intendersi dunque come proxies (indicatori) del valore assunto dal quartiere nell’autorappresentazione dei suoi abitanti. Dall’altro lato, si deve anche considerare che luoghi diversi (e i quartieri non fanno eccezione) possiedono attrattività diverse, che tendono a renderli sovra- o sottorappresentati su Instagram. In un contesto urbano che favorisce la brandizzazione dei quartieri, la “instagrammabilità” di un quartiere diventa un indice della sua capacità di convogliare capitale simbolico attorno al proprio nome e di essere percepito come una zona “trendy”. L’Instagram Index si configura dunque come un indicatore grezzo da un lato della capacità di un quartiere di essere riconosciuto come elemento identificante dai propri abitanti, dall’altro della sua “instagrammabilità” che rivela valori sociali, estetici e culturali.

Figura 1: Instagram Index delle zone del GRA. Dati degli autori, visualizzazione tramite RawGraphs

L’indice rappresentato nel grafico mette in relazione la popolosità del quartiere di riferimento e il numero di post Instagram prodotti. È interessante notare come la variabile del numero di abitanti non determini necessariamente un’elevata, o più elevata, autorappresentazione tramite i post: Torre Angela che spicca come il quartiere più popoloso, con 90.000 abitanti, presenta una quantità di post quasi analoga a Torre Maura, che ne conta 22.755. Viceversa, Torrino e Val Melaina, con la stessa popolazione, hanno uno scarto di circa 4000 post.

 

Gli attori del dataset

La categoria dei negozi e delle imprese appare in questo quadro la più rilevante, sia per quanto riguarda la produzione di contenuti sia per il seguito dato dal numero di follower. Questo dato fornisce un elemento particolarmente interessante per inquadrare l’ecosistema del consumo di questi territori. I negozi giocano, nel contesto dei quartieri del GRA, un ruolo evidentemente rilevante nell’infrastruttura locale. Andando ad analizzare le tipologie e la natura dei negozi, emerge una rete popolata soprattutto da negozi di vicinato, di estrazione popolare e non esclusiva. Questa impressione si conferma se andiamo ad approfondire la loro composizione: troviamo come categoria più frequente negozi di alimentari e ristoranti, seguiti da centri estetici, negozi per animali, d’abbigliamento ed altre meno comuni.

Dopo la categoria degli utenti semplici, che occupa il secondo posto degli autori più attivi, c’è quella delle associazioni e enti che segnala come anche le realtà che costituiscono spesso la spina dorsale del tessuto sociale di un territorio sono presenti, anche se in numero esiguo, su Instagram. Le associazioni sportive, ma anche di natura sociale, come associazioni che operano a sostegno di madri e progetti di inclusione per giovani, appaiono le più rilevanti sul social. 

Figura 2. Grafico degli autori più attivi per categoria, dimensioni per numero di post. Dati degli autori, visualizzazione tramite RawGraphs

Figura 3. Grafico degli autori più attivi per categoria, dimensioni per numero di followers. Dati degli autori, visualizzazione tramite RawGraphs

Quali sono i luoghi più frequentemente “instagrammati”?

In un’ottica ancora esplorativa di questo studio si sono analizzati i luoghi più frequentemente “instagrammati” e quindi presenti nell’autorappresentazione degli utenti. Si sono ricavate tre tipologie di categorie: la località, che comprende qualsiasi località geografica, Comune, città, regione, anche luoghi cittadini (monumenti, parchi, stazioni) e in generale i punti di interesse turistico; l’attività commerciale, cioè tutti gli esercizi commerciali compresi i ristoranti, i supermercati, gli hotel, gli agriturismi, le palestre e i centri sportivi; e infine l’istituzione, che include ogni tipo di istituzione come le scuole, le associazioni, i club e le chiese (intese come comunità parrocchiale, non come luogo fisico).

L’analisi restituisce dunque un quadro composito, con 41 località, 40 attività commerciali e 5 istituzioni.

Figura 4. Grafico delle geolocalizzazioni più frequenti per categoria (>50). Dati degli autori, visualizzazione tramite RawGraphs

Tra le geolocalizzazioni di tipo “località” più frequenti si trovano, non sorprendentemente, alcuni dei quartieri target della nostra analisi (per esempio, Tor Sapienza, Ottavia, Casalotti, Torre Maura), ma anche parchi (Parco di Torre Gaia) e Comuni minori situati nei pressi di Roma (Anguillara Sabazia). Di grande interesse è appunto la categoria delle attività commerciali, nella quale compaiono tra le prime posizioni parrucchieri, negozi di abbigliamento, ma anche ristoranti, agriturismi, gelaterie e negozi per la cura della persona. Osservando infine le 10 geolocalizzazioni istituzionali, troviamo invece associazioni di canto e ballo nonché scuole e centri pensati per le famiglie.

Da un’analisi complessiva, il dato forse più interessante che emerge è costituito non dai luoghi presenti, ma da quelli che marcano la propria assenza. In particolare, a mancare quasi totalmente sono i luoghi di incontro e di ritrovo, le piazze come le strade o i giardinetti. Sono veramente esigue le eccezioni in tal senso: il Parco di Torre Gaia, Piazza Cina di Torrino, la parrocchia di San Giovanni Leonardi (a Torre Maura), la riserva naturale della Marcigliana, il laghetto dell’EUR. Ovviamente, in questo dato si deve certamente tenere in conto che l’anno di riferimento è il 2020, segnato per la gran parte dal Covid-19 e dal relativo ampio lockdown che ha fortemente limitato la mobilità e la socialità dei suoi abitanti. Tuttavia, è lecito ipotizzare che questa assenza sia anche indice di una scarsità di luoghi di socialità riconosciuti ‒ soprattutto per le fasce più giovani ma non solo ‒ nelle zone prese in esame, dove soltanto negozi ed esercizi commerciali (e più raramente istituzioni e associazioni) forniscono luoghi di ritrovo. Anche i luoghi della produzione culturale, come cinema, teatri, biblioteche, che definiscono la densità dell’offerta culturale, sono del tutto assenti. La bassa densità di tale offerta in queste zone è in generale confermata da evidenze quantitative, in maniera particolare nei quartieri dell’extra-GRA, ma la desertificazione culturale è particolarmente evidente anche nella periferia anulare ovest e a sud della città.

 

Le parole importanti

Nell’ultimo grafico realizzato si può osservare la wordcloud delle parole totali, dove emerge ancora una volta una connotazione chiaramente commerciale. Nonostante la parola più rilevante sia “casa”, l’ambito della ristorazione e della vendita degli alimenti spicca in questo quadro. Un altro gruppo di vocaboli potrebbe invece ricollegarsi all’offerta di servizi per la cura della persona. Infine, una categoria più generale fatta di verbi che invitano a chiamare, prenotare, venire (a trovare), ordinare, visitare, contattare, chiedere informazioni unite a indicazioni temporali (“domani”, “lunedì”, “settimana” “sabato”, “domenica”) consolida ulteriormente l’idea che molti post possano essere dedicati alla presentazione di servizi commerciali di vario tipo (ma principalmente di ristorazione da asporto, spesa e cura personale) e avere come scopo non solo quello di attirare ma anche quello di fornire le informazioni necessarie al cliente. Questa interpretazione sembra confermare, tra le altre cose, i risultati ottenuti dall’analisi degli attori e delle geolocalizzazioni più frequentemente impiegate: anche in questi casi si è infatti visto come tra gli attori e luoghi principali ricorrano esercizi commerciali.

La vocazione commerciale dei quartieri del GRA risulta spiccata. Quella che Carlo Cellamare definisce la “nuova città del mercato” costruita intorno a grandi polarità commerciali e dell’entertainment, localizzata lungo o a ridosso delle grandi infrastrutture stradali e, in particolare, del GRA e delle autostrade, costituisce il fenomeno più caratterizzante e innovativo dello sviluppo urbano di Roma degli ultimi vent’anni. La visione originaria della politica del decentramento che prevedeva una multifunzionalità dei luoghi – oltre al residenziale e al commerciale, anche funzioni come il direzionale, il tecnologico, il produttivo ecc. – è per lo più fallita.

I primi risultati di questa ricerca, che ha il pregio di mettere in primo piano l’autopercezione dell’abitante-utente e il limite di non collimare con l’intera realtà che lo circonda, sembra confermare il peso schiacciante di questa morfologia urbana e come i modi dell’abitare tradizionali risultino stravolti e svuotati del proprio senso originario in favore del consumo.

Figura 5. Wordcloud delle parole. Dati degli autori, realizzazione tramite wordart

Ricerca a cura di Alessandro Gerosa e Giulia Giorgi

 

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Crediti immagine di copertina: Maria Marzano

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