13 settembre 2020

Scuola, quando la presenza non basta

 

In queste giornate di faticosa ripresa autunnale, e con la complicità dell’emergenza Covid-19, uno spettro sembra aggirarsi per le scuole italiane, preoccupando docenti e genitori: lo spettro della didattica a distanza.

Pochi la conoscono ma tutti ne parlano, spesso sulla base di quelle che sembrano granitiche certezze, tanto evidenti da non richiedere né discussione né dimostrazione. “La didattica a distanza ‘imposta’ nel periodo del lockdown è stata un fallimento”. “La didattica a distanza crea diseguaglianze ed esclusioni”. “Con la scusa del virus, c’è chi lavora per sostituire la scuola a distanza alla scuola in presenza, il computer al docente”. Si tratta, in molti casi, di tesi tanto apodittiche (e apocalittiche) quanto lontane dalla realtà. Vediamo di capire perché.

In primo luogo: quale didattica a distanza è stata fatta nel periodo del lockdown? Non certo la didattica on-line studiata o raccomandata da chi in questi anni ha lavorato sull’innovazione didattica e sul tema del rapporto fra scuola ed ecosistema digitale. Piuttosto, una didattica a distanza di emergenza, con vincoli assai pesanti imposti dalla situazione, e vincoli ulteriori – non meno rilevanti – prodotti da un indubbio ritardo del sistema formativo italiano in questo campo.

Nessuno, neanche il tecnofilo più acceso, pensa o potrebbe sensatamente pensare che l’uso di strumenti e contenuti digitali possa sostituire la didattica in presenza. Semmai, al contrario, chi si occupa di digitale a scuola lavora anche sul rinnovamento degli ambienti e degli spazi scolastici, per rafforzare la possibilità di socializzazione e collaborazione e l’innovazione metodologica. La didattica a distanza di emergenza è stata – purtroppo – sostitutiva e non integrativa rispetto a quella in presenza, e questo non per una scellerata scelta politica o per un complotto di tecnocrati, ma per necessità: la presenza non era possibile.

Ma non si tratta solo di questo. La didattica a distanza di emergenza è stata una necessità improvvisa, senza il tempo per prepararla e progettarla. Un buon uso di strumenti di didattica e apprendimento on-line richiede necessariamente programmazione e progettazione. La didattica on-line non è fatta di lezioni frontali a distanza, ma prevede attività differenziate e collaborative. La didattica a distanza di emergenza è stata costituita quasi esclusivamente da lezioni frontali a distanza: per mancanza di progettazione e di competenze, e per la necessità di sostituire attività in presenza a loro volta – lo sappiamo da tempo – troppo ancorate al modello puramente trasmissivo della lezione frontale.

Considerati questi limiti, e nel contesto reale di una situazione difficilissima, l’esperimento di didattica a distanza di emergenza a cui siamo stati costretti non solo non è stato un fallimento, ma ha funzionato forse perfino meglio di quanto non sarebbe stato ipotizzabile in partenza. E nella maggior parte dei casi ha consentito una (parziale, limitata, imperfetta) continuità nel dialogo didattico, che altrimenti sarebbe stato completamente interrotto. Considerazione, questa, che non vale solo per l’Italia ma per la maggior parte del mondo industrializzato, in cui un’emergenza comune è stata affrontata con soluzioni, strumenti, risultati (e polemiche) molto simili.

Quanto alle tanto lamentate diseguaglianze ‘create’ dalle diverse dotazioni tecnologiche: siamo sicuri che la colpa sia del digitale? Riflettiamo un attimo su un altro tipo di (fondamentale) dotazione tecnologica: i libri. Perché, anche se lo dimentichiamo spesso, anche i libri sono tecnologie.

Sappiamo che ci sono differenze enormi – diseguaglianze enormi – nel rendimento scolastico e nella qualità dell’apprendimento fra studentesse e studenti che vengono da famiglie con più di 100 libri a casa e studentesse e studenti con meno di 10 libri a casa. Ma non diremmo mai, credo, che la colpa di queste diseguaglianze sia dei libri. E non diremmo, spero, che sarebbe meglio limitarne l’uso e la diffusione. Chi sostiene che il digitale crei diseguaglianze cade proprio in questa fallacia. Il digitale, semmai, rivela diseguaglianze che andrebbero corrette. La scuola e il sistema formativo hanno il compito di colmare gli svantaggi, tanto nel caso dei libri quanto nel caso degli strumenti, delle infrastrutture e delle competenze digitali. Giacché nell’ecosistema informativo e comunicativo contemporaneo gli uni e gli altri sono strumenti fondamentali di crescita culturale e di cittadinanza attiva.

Nei mesi estivi si è lavorato molto sulla riapertura “in sicurezza” e in presenza delle scuole, che è diventata uno slogan per tutti. Slogan certo astrattamente condivisibile. Tutti pensiamo che la scuola sia fondamentale, e che debba svolgersi in presenza. Tutti auspichiamo la massima sicurezza possibile, e tutti chiediamo che i comportamenti individuali e collettivi, l’organizzazione logistica e didattica, le indicazioni e linee guida fornite aiutino ad avvicinare questo obiettivo.

Dovremmo però credo anche riconoscere onestamente che in questa situazione la sicurezza è un ideale regolativo probabilmente inattingibile, e che lo slogan “sempre e comunque in presenza”, se trasformato in feticcio, rischia di fare danni. Non è affatto scontato che classi di studentesse e studenti immobili per ore, ciascuno al suo banco, con mascherina (ma anche senza mascherina), distanziati fra loro e dal docente, senza possibilità di collaborazione o di interazione fisica, con una situazione che anche dal punto di vista logistico non solo suggerisce ma quasi impone la didattica frontale, siano preferibili a un buon mix di lavoro in presenza e lavoro on-line.

Sarebbe stato bene, nel periodo estivo, lavorare di più anche su questo fronte. Presi dalla misurazione della distanza fra le “rime buccali”, dalla fornitura dei banchi singoli, dalla differenziazione degli orari di entrata e uscita (tutte cose, per carità, importantissime), travolti dalle inutili polemiche sul preteso fallimento della didattica a distanza, ci si è un po’ dimenticati del fatto che quella che è stata ribattezzata “didattica digitale integrata” servirà eccome anche in quest’anno scolastico. E che per farla funzionare bene servono infrastrutture, dotazioni tecnologiche, lavoro sulle competenze, attenzione alle situazioni di svantaggio. Se non lo ricordiamo, ci aspetterà – questa volta sì – un fallimento annunciato. Che non sarà colpa del digitale, ma della nostra incapacità di riconoscerne l’importanza.

 

Immagine: Bambino che utilizza il tablet per i compiti, durante il lockdown per il Covid-19. Crediti: Ann in the uk / Shutterstock.com

 


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