28 marzo 2021

La sensorialità persa

Intercorporeità, frattura della. Se volessimo una voce di dizionario che ci spiegasse l’origine della prolungata sofferenza collettiva e individuale che le restrizioni al contatto sociale – indispensabili e razionali – hanno generato, sarebbe questa. Che significa intercorporeità? Che il nostro essere-nel-mondo non conosce un momento in cui siamo solo individui, la mente nasce, si sviluppa, si armonizza e, a volte, si ammala, dentro lo scambio con altre menti e altri corpi. Ce lo ha insegnato la ricerca sulla formazione della psiche del bambino. Forse che si sviluppa e matura solo grazie alla trasmissione di concetti? Certamente no. L’informazione che i genitori, la famiglia estesa e la comunità passano al bambino ne formano la personalità, ci mancherebbe, ma esiste tutta una dimensione che pertiene al corpo che arriva prima e crea la base in cui l’apprendimento verbale acquisisce senso.

Da decenni ormai sappiamo che l’interscambio ritmico di sguardi, sorrisi e carezze, la delicatezza e forza con cui, a seconda dei momenti, teniamo i nostri bambini in braccio sono alla radice dell’idea che questi avranno del mondo relazionale. Un bambino cerca la mamma dopo che, per un attimo, l’ha persa di vista al parco giochi, corre in lacrime verso di lei quando ne sente la voce e, se tutto funziona, la madre lo accoglie con un sorriso, un velo di apprensione e sollievo e lo solleva e allora anche la parola assume un valore: “Amore, avevi paura? Ecco mamma, è tutto a posto”. Ora i due si scambiano sguardi, bronci e sorrisi, si toccano e si annusano e tutto si ricompone, la lacerazione nel velo di sicurezza che dal giorno della nascita avvolge quel bambino è riparata.

Da anni esperimenti psicologici, come quello seminale di Edward Tronick della “still face”, ci hanno insegnato che la coerenza stessa della mente necessita di continui scambi non-verbali. Il bambino posto di fronte al volto immobile, inespressivo della madre ha un momento di disorientamento, confusione e poi di stress, rabbia e protesta e, se l’esperimento si protrae, alla fine si chiude e si spegne, che è la cosa peggiore. Da allora noi studiosi della mente sappiamo che l’integrità della coscienza dipende dalla reciproca trasmissione di segnali sensoriali e che, in assenza di un loro flusso armonico e sostenuto, la mente si disgrega, si ammala.

E ora pensiamo all’ingresso in scena di un virus, il Covid-19. È contagioso, pericoloso. Ci possiamo proteggere? Sì, lo impariamo presto. Tenendoci a distanza e indossando una mascherina protettiva fabbricata secondo standard certificati. È una misura efficace? Certo, molto, salva vite a migliaia. Ha un costo? Sì, tremendo.

Perché il nostro senso di sicurezza nella relazione dipende dalla possibilità di regolare la distanza interpersonale, di trovarne una che ci permetta di scambiarci abbracci con le persone care, strette di mano con le nuove conoscenze, decodificare espressioni facciali che ci danno informazione affidabile su cosa quella persona provi e, in una certa misura, pensi. Questo punto richiede spiegazione. Noi umani in parte capiamo la mente dell’altro sulla base di quello che ci dice, delle sue azioni e della conoscenza di sfondo che abbiamo, quando l’abbiamo, sulle sue tipiche modalità di pensare e agire.

Esiste però un altro livello di comprensione più rapido, non mediato dal ragionamento.

Se il capo ha lo sguardo cupo, sappiamo all’istante cos’ha per la mente, probabilmente perché, e che è bene, in quel momento, non chiedergli le ferie. Se il nostro partner non parla ed evita il nostro sguardo dopo che gli abbiamo chiesto dov’era stato, e di norma non lo evita, ci insospettiamo.

Gli studi di Paul Ekman, ai quali si è ispirata la serie TV Lie to Me, hanno mostrato come siamo attrezzati a decodificare in modo veloce, automatico, inconscio e, soprattutto, abbastanza affidabile, le emozioni dell’altro e a reagire in modo consequenziale. È una necessità evolutiva. Se sorridi ma il tuo sorriso cela una rabbia sottile, o un’intenzione predatoria, io ho bisogno di capirlo all’istante, l’evoluzione ci ha disegnati con quest’abilità. Certo, ha anche disegnato strutture cerebrali che permettono di mascherare le nostre intenzioni, fino a un certo punto ma, come dire, ci vuole talento.

Tornando al bambino, se la madre gli vede un’ombra in viso, già avverte che ha paura, è triste, si sente solo e prima ancora che parola sia proferita, è pronta a rispondere.

Se si è compreso il funzionamento, e l’utilità, di questo processo di decodifica istantanea delle espressioni facciali, già riconosciuta da Charles Darwin, ora proviamo a pensare di frapporre tra quei due volti pronti a interagire due mascherine. Bianche, azzurre, chirurgiche o a disegni stampati. E ora? Chi è l’altro di fronte a noi e chi siamo noi per lui? La verità è che non lo sappiamo e neanche possiamo capirlo meglio avvicinandoci, entrando in quella prosodia danzata fatta di avvicinamenti e allontanamenti, di spalle incurvate e inclinazioni del capo. Non possiamo rassicurarci toccandolo e lasciandoci, gentilmente, toccare l’avambraccio.

La mente perde le coordinate e si disorienta.

Andiamo oltre. Supponiamo che questo virus, il Covid-19, che ha deciso di mettere alla prova la nostra capacità di resistere alla mancanza di contatto, rimanga tra noi per mesi, anni. E che i vaccini arrivino a salvarci, con velocità impensata in passato, ma pur sempre dopo un anno e più. Ecco, cosa ne è del nostro bisogno di toccarci, guardarci da vicino, danzare con l’altro e staccarcene ma poi armonizzarci con qualcun altro? Che succede agli adolescenti maschi che hanno bisogno di spintonarsi e darsi pacche sulle spalle, sudati dopo il canestro centrato? Che succede alle ragazze che si tengono per mano e sorridono complici e... non possono farlo, perché quello che per loro è naturale e vitale, quello che è gioco e costruzione della personalità, ora è violazione di norme di sicurezza necessarie e salvifiche? Succede che la mente soffre e ogni forma di sintomo psicologico trova terreno fertile per insorgere e svilupparsi fino allo sbocciare delle sue infiorescenze tossiche.

A quel punto ogni forma di socialità surrogata può essere lenitiva, e va promossa, e ogni momento di contatto fisico sicuro va sostenuto, assaporato e tenuto nella coscienza, un benevolo richiamo per la memoria che si imprime nel cervello e nel corpo. Che faccia da ponte, fino al momento in cui nei locali e nei campetti sportivi, sui muretti e i lungomari, potremo tornare a sfiorarci, gioire e irritarci della vicinanza fisica, apprezzare e disprezzare gli odori di chi ci è vicino, scegliere la trattoria chiassosa o il ristorante d’atmosfera e finalmente, toccare e lasciarci toccare, sorridere e ricambiare un sorriso che ora, in modo inequivocabile, sappiamo di nuovo decodificare senza bisogno dello sforzo del pensiero cosciente.

 

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