26 febbraio 2021

Uno sguardo giuridico-economico sul binomio lavoro e felicità

 

Nella ricerca Unemployment and Happiness, pubblicata nel 2014 sulla rivista scientifica IZA World of Labor, l’economista Rainer Winkelmann, nell’analizzare il rapporto tra occupazione e felicità, perviene a interessanti risultati che trovano riscontro in una considerevole parte dei recenti studi macroeconomici e per questo possono rappresentare un’importante guida per le scelte dei policy makers in materia di politiche del lavoro.

Ciò che contraddistingue la ricerca di Winkelmann è un metodo di analisi fondato sullo studio di dati raccolti nel corso del tempo su un medesimo campione di individui, così da poterne monitorare l’andamento a seconda delle loro fasi di vita. La ricerca, infatti, si basa sulla German Socio-Economic Panel Survey, un’indagine socio-economica condotta sulla popolazione tedesca che ha seguito circa undicimila famiglie a partire dal 1984, rivolgendo a ciascuno dei membri della famiglia una pluralità di domande a proposito del suo stato occupazionale, del reddito percepito e della sua felicità.

Rispetto alla felicità, il quesito era «Quanto sei soddisfatto in questo momento della tua vita nel suo complesso?» e la risposta poteva variare da un valore minimo di 0, cui corrispondeva il riscontro «totalmente insoddisfatto», ad un valore massimo di 10, ossia «totalmente soddisfatto». La ricerca ha isolato i dati relativi agli individui che avevano vissuto una perdita del lavoro, considerandone la soddisfazione per la propria vita nei quattro anni precedenti e nei quattro successivi rispetto alla disoccupazione. I risultati hanno dimostrato che la considerevole perdita di felicità, il cui più basso livello è raggiunto nell’anno di ingresso nella disoccupazione, in realtà si traduce in un malessere perdurante che parte già nei due anni precedenti all’evento-disoccupazione e che nei quattro anni successivi non si ripiana completamente, neppure nel caso in cui l’individuo riesca a rioccuparsi, se il nuovo lavoro è diverso da quello precedente.

Il problema, dunque, che nella ricerca viene definito con la metafora di scar, vale a dire cicatrice, è che l’aspetto finanziario non è l’unico di cui preoccuparsi quando si pensa a come gestire la disoccupazione nell’ottica di un’economia che utilizzi in modo efficiente le proprie risorse umane. D’altra parte, ciò è dimostrato dal rilievo secondo il quale la perdita di felicità non sembra particolarmente influenzata dall’entità dei sussidi di disoccupazione, che certo servono a tamponare la situazione finanziaria, rappresentando tuttavia una soluzione intrinsecamente provvisoria.

Nessuna sorpresa se si pensa al fenomeno nella prospettiva dei principi costituzionali, che – come insegna Mortati – non consentono di pensare al lavoro come fine a sé stesso o mero strumento per il conseguimento dei mezzi di sussistenza, bensì come tramite necessario per l’affermazione della personalità.

Sintesi delle diverse impostazioni emerse in sede di Assemblea costituente tra la componente comunista, per cui il lavoro rappresentava un’istanza di trasformazione sociale in grado di legittimare la tendenza interventistica in materia economica, e quella di ispirazione cattolica, che, abbandonata l’idea del lavoro come maledizione biblica, valorizzava il principio lavorista come fonte di sviluppo e completamento della persona umana, il quadro che la Costituzione disegna entro la cornice di una Repubblica fondata sul lavoro si compone di una pluralità di disposizioni volte a non trascurare nessun aspetto della sua tutela.

Nel tempo presente, che vede il lavoro subire gran parte dei costi della pandemia, cogliere l’opportunità di impiegare le risorse del Fondo europeo per la ripresa (Recovery Fund) adeguando le scelte di policy alle indicazioni degli studi macroeconomici significherebbe sfruttare l’occasione per creare un’offerta di lavoro più adeguata alla sua domanda. Si tratterebbe di agire in conformità alla declinazione del diritto al lavoro come diritto di scelta, nel solco di quei principi costituzionali che hanno saputo indicare una strada oggi più che mai percorribile.

 

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