19 luglio 2020

Il torto dell’intolleranza

 

Eravamo tutti lì, la notte del 4 gennaio 2008. Dodici, tredici, quattordici anni, da Marsala a Milano, accolti da librerie e biblioteche per aspettare insieme il momento in cui avremmo finalmente stretto tra le mani la nostra copia di Harry Potter e i doni della morte, l’ultimo capitolo della leggendaria saga di J.K. Rowling. Allora non potevamo averne coscienza, ma per tutti noi quella notte fu un vero rito di passaggio, un commiato dall’eroe che ci aveva accompagnato fin dall’infanzia e adesso, dopo la sua ultima impresa, ci chiedeva di proseguire da soli.

Non è facile stabilire con precisione i tratti e i caratteri di una generazione, eppure possiamo tentare un esperimento attingendo proprio dall’universo di Harry Potter. Recuperiamo il primo volume delle sue avventure, Harry Potter e la pietra filosofale, e leggiamone l’incipit: «Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di affermare di essere perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano».

Ecco, se qualcuno volesse cominciare a capire qualcosa della nostra generazione, noi ragazzi e ragazze, che oggi abbiamo ventitré, ventiquattro o venticinque anni, abbiamo vissuto le nostre intere vite orgogliosi di affermare di non essere perfettamente normali. Anzi, siamo le prime persone al mondo da cui aspettarsi cose strane o misteriose. Le prime da cui sperare, o temere, una rivoluzione. Una rivoluzione culturale, naturalmente, che partirà sempre dalle lezioni apprese sui libri di Rowling: rifuggire la normalità, innanzitutto; poi affrontare con determinazione compiti che ci sembrano molto più grandi di noi; sentirci liberi di cambiare forma, di essere chi davvero ci sentiamo di essere; porsi in ascolto delle storie altrui, esserne rispettosi, compresivi, compassionevoli.

Immaginate, a questo punto, lo smarrimento e lo sconcerto quando negli ultimi mesi ci siamo trovati a leggere i tweet di J.K. Rowling contro le donne trans. S’è pensato subito a uno scherzo, a un profilo falso: è impossibile. E invece no.  È tutto vero: per difendere la radicale polarizzazione uomo-donna, l’autrice di Harry Potter ha ingaggiato una battaglia mediatica contro tutte le persone che non si riconoscono nel proprio sesso, accusandole addirittura di sfruttare le loro convinzioni sull’identità di genere per entrare nei bagni o negli spogliatoi e molestare le donne. Non ha avuto remore a sminuire e a schernire le scelte di uomini e donne che non accettano di condizionare le loro esistenze in contenitori e schemi rigidi. Sul settimanale Sette del 10 luglio 2020, Jonathan Bazzi è riuscito perfettamente a descrivere qual è il sentimento che li attraversa, e che ci attraversa: «Non sono maschio, non sono femmina», scrive, «Sono un po’ e un po’, mezzo e mezzo – certi giorni mi sento nell’intersezione, altri proprio non ho interesse a posizionarmi sul tabellone del genere. […] Più leggeri delle distinzioni, refrattari alle palizzate, ai confini. La nostra identità è il transito, il movimento, provare e poi restituire, lasciare giù».

La nostra identità è il transito, dice Bazzi, e non potrebbe esprimersi in modo migliore. Ed è per questo che è arrivato il tempo di chiarire un grande equivoco. Se una personalità pubblica scrive un saggio, un articolo, un post su Facebook o un tweet per offendere, svilire, ferire qualcuno, difendere la sua libertà di farlo non significa difendere la libertà d’espressione, ma attaccare quella di un altro e acconsentire che venga ferito.

È necessario spiegarsi meglio: vivere in una società che sancisce tra i suoi diritti fondamentali la libertà d’espressione, non ci giustifica dal dire, senza giudizio e senza criterio, ciò che vogliamo. A fondamento di qualsiasi libertà c’è il rispetto verso l’altro: se non rispettiamo l’altro, se non abbiamo cura di conoscere la sua storia, di comprendere le sue scelte, non abbiamo alcun diritto di parlare per lui o contro di lui. A fondamento di quella società così complessa ed eterogenea che siamo fieri di abitare non c’è il tribale e cannibalico «homo homini lupus», ma il più illuminato «homo homini deus».

«L’uomo è un dio per gli uomini», aveva osato scrivere il poeta latino Cecilio Stazio, e aveva aggiunto una condizione indispensabile a questo senso di divinità: «se ciascuno conosce il proprio dovere». Il punto è questo: qual è il nostro dovere?

Il 7 luglio 2020 più di 150 scrittori (tra cui Rowling), giornalisti, professori universitari hanno firmato sulla rivista Harper’s una lettera aperta «sulla Giustizia e il Dibattito aperto», nella quale affermano che «i limiti di quello che si può dire senza timore di ritorsioni si sono assottigliati. Stiamo già pagandone il prezzo, in termini di minore propensione al rischio tra gli scrittori, gli artisti e i giornalisti che sono preoccupati di perdere il lavoro se si allontanano dal consenso generale, o anche solo se non dimostrano sufficiente entusiasmo nel dirsi d’accordo» (trad. da ilpost.it).

Avere la possibilità di dire senza timore di ritorsioni: in questo si sintetizza il dovere dell’intellettuale per i firmatari. Anche stavolta il problema è un problema di prospettiva: non ci si chiede mai che ritorsione possano avere le nostre parole sulla vita degli altri. Quanto possano ferire, che conseguenze ingenerare.

Soltanto un ultimo esempio legato a J.K. Rowling. Il giornale Devex ha usato nel titolo di un suo articolo l’espressione “people who menstruate”, ‘persone con le mestruazioni’, per comprendere anche gli uomini trans e le persone non binarie. Rowling ha condiviso l’articolo su Twitter e ha cominciato a prendersi gioco della scelta della testata: «‘Persone con le mestruazioni’. Sono sicura che c’era una parola per queste persone. Qualcuno mi aiuti…», e comincia e storpiare il sostantivo woman (donna), «Wumben? Wimpund? Woomud?». Come se non esistesse nessun’altra realtà di genere all’infuori dell’uomo e della donna, come se gli uomini trans o le persone non binarie, che non si riconoscono nell’espressione “donna”, fossero chimere, incubi della ragione, persone con particolari vezzi che prima o poi passeranno di moda.

Quindi, per concludere: ribadire che ha torto chi scrive e giustifica questi atteggiamenti dichiaratamente intolleranti, non vale a dire censurare, volere togliere la parola a qualcuno, ma è un modo per impegnarsi in una rivoluzione culturale che induca alla sensibilità e che prenda coscienza del fatto che le comunità, che abitiamo e che abiteremo, hanno e avranno come principio irrinunciabile la pluralità.

Noi continueremo sempre a leggere i libri di Harry Potter, fanno parte di noi, hanno edificato i valori in cui crediamo. E continueremo a cercarne nuovi, nuovi libri e nuovi valori, che provino a rincorrere questi tempi, cercando di descriverli senza timore di ritorsioni. Uno ve lo possiamo già consigliare, è Girl, Woman, Other di Bernardine Evaristo che si apre con questa straordinaria dedica intraducibile, come intraducibile e irrefrenabile è la famiglia umana di cui tutti noi ci sentiamo parte:

                                  For the sisters & the sistas & sistahs & the sistren

                               & the women & the womxn & the wimmin & the womyn

                              & our brethren & our bredrin & our brothers & our bruvs

                                 & our men & our mandem & the LGBTQI+ members

                                                  of the human family

 

Crediti immagine: Foto di Hans Braxmeier da Pixabay

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