28 febbraio 2021

Una transizione giusta

Nel pieno della crisi climatica, il mondo sta affrontando sfide immense e profondamente connesse tra esse, tra cui la pandemia da Covid-19 e le persistenti e scandalose disuguaglianze sociali ed economiche che questa crisi sanitaria ha reso ancora più evidenti. Anche il cambiamento del clima è profondamento ingiusto. Mentre il 10% della popolazione è responsabile del 50% delle emissioni climalteranti, il 50% della popolazione più povera ne è responsabile soltanto per il 7%. Nonostante questo, sono proprio le persone più povere, più discriminate, più marginalizzate a soffrire maggiormente degli impatti della crisi climatica, che è appunto una crisi non solo ambientale, ma sociale ed economica. Solo per fare qualche esempio, durante l’uragano Katrina a New Orleans la maggior parte delle vittime sono state donne e bambini afroamericani. Sempre a seguito di questo disastro climatico, due terzi dei lavori persi sono stati persi da donne. Anche la pandemia esacerberà disuguaglianze esistenti. Per esempio, si stima che nelle grandi città del mondo sono circa 100 milioni le persone che potrebbero finire in condizioni di povertà, con 71 milioni che potrebbero finire in povertà estrema.

 

In questo contesto è essenziale che la transizione ecologica ed energetica di cui abbiamo così tanto bisogno sia “socialmente desiderabile”, come sosteneva con grande lungimiranza Alexander Langer. È necessario che le politiche e gli investimenti “green” siano equi e socialmente sostenibili: che creino lavoro per chi ne ha più bisogno, che migliorino la qualità dell’aria nelle periferie delle città, che rendano le case popolari più vivibili e salubri. Insomma, che la transizione non sia a beneficio di pochi e che il costo maggiore non venga messo sulle spalle dei cittadini meno abbienti. La transizione non deve esarcerbare disuguaglianze e povertà, deve invece sanarle.

 

Politiche ambientali ed energetiche ambiziose, allineate con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, sono effettivamente un’opportunità unica non solo per ridurre le emissioni e l’inquinamento, ma anche per creare società più eque e inclusive, con nuove protezioni sociali per quei gruppi e quelle fette della popolazione che sono state storicamente marginalizzate da un’economia basata sul carbon fossile.

 

I sindaci delle grandi città del mondo che stanno nel mezzo di queste grandi crisi del nostro tempo, essendo gli attori istituzionali e politici a diretto contatto con i bisogni e le problematiche dei cittadini e dovendo gestire in prima persona gli effetti e le conseguenze di questi fenomeni, hanno un ruolo cruciale. Possono per esempio mettere in campo programmi di efficientamento delle case popolari, possono occuparsi di rendere il trasporto pubblico locale più sicuro e più accessibile, possono aumentare il verde nei quartieri più periferici, possono ridurre l’inquinamento nelle zone più degradate e meno vivibili. Possono creare quelle alleanze con sindacati, imprese, società civile, giovani necessarie a rafforzare politiche ambientali ambiziose e inclusive che creino lavoro e migliore qualità della vita per donne, giovani e persone che hanno perso il lavoro.

 

Per questi motivi, C40 Cities, la rete interazionale di sindaci impegnati a lottare contro la crisi climatica, ha un programma dedicato a sostenere le città nel mettere l’inclusione e l’equità al centro delle proprie politiche ambientali e urbane. Lavoriamo con i sindaci di tutto il mondo perché possano per esempio coinvolgere e includere quelle persone e comunità che normalmente non hanno voce nei processi ambientali e nella pianificazione urbana, come gli abitanti degli insediamenti informali – i cosiddetti “slums” – nelle città africane e latino-americane. Lavoriamo con gli amministratori locali e i funzionari pubblici perché abbiano gli strumenti e il know-how per disegnare programmi, iniziative e politiche climatiche eque, come per esempio il car sharing elettrico nei quartieri poveri di Los Angeles o la rete di “advisors” contro la povertà energetica di Barcellona. Oppure lavoriamo a facilitare dialoghi e partenariati con attori importanti della società civile, come i sindacati, per fare in modo che quei lavoratori che possono maggiormente soffrire l’impatto della transizione abbiano reale accesso ai nuovi lavori “verdi”. Sfide enormi, ma decisive per assicurare una transizione giusta, che è l’unica transizione possibile. Non può infatti esserci alcuna giustizia climatica senza giustizia sociale, e le città e i sindaci sono leader importanti per ottenere entrambi. 

 

In questa direzione dovrebbe essere pensato l’enorme sforzo globale di ricostruzione dalla pandemia. Nell’ultimo rapporto della Task Force Globale di Sindaci di C40 per la Ricostruzione si dimostra infatti che focalizzare gli investimenti per la ripresa verso politiche urbane “verdi e giuste” potrebbe portare alla creazione di 50 milioni posti di lavoro nelle grandi città del mondo, potrebbe prevenire 270,000 morti premature nei prossimi dieci anni, far risparmiare quasi un miliardo e mezzo di costi sanitari e dimezzare le emissioni climalteranti entro il 2030. Il tempo è ora: disuguaglianza, pandemie e crisi climatica sono facce della stessa medaglia: un’economia “sporca” basata sull’estrazione insostenibile di carbon fossile, distruzione della biodiversità e degli ecosistemi in cui viviamo ed enormi fratture e disparità sociali. Abbiamo davanti la possibilità, seppur drammatica, di ripensare le nostre economie e le nostre società. Non c’è bisogno di andare su Marte. Un mondo migliore possiamo averlo qui.*

 

* Le opinioni sono personali e non rappresentano la posizione dell’organizzazione.

 

Immagine: Ian Davenport, Giardini colourfall, 57a Biennale d'arte di Venezia. Crediti: Pierluigi.Palazzi / Shutterstock.com

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