19 luglio 2020

La trappola dei lavoretti

 

Si è parlato molto, ieri, di riders. Li abbiamo visti sfrecciare intrepidi nell’Italia del lockdown, sfidando il Covid per venirci a portare cena. Da ultima ruota del carro della piramide professionale sono diventati di colpo servizio pubblico de facto. Ma già oggi, a emergenza finita, la simpatia è scemata. Che importa se prendono 3 euro a consegna, sia che piova sia che faccia bel tempo? E i riders sono solo la punta più visibile della gig economy, l’economia dei lavoretti che oggi è avanguardia minoritaria ma domani potrebbe diventare una modalità normale per molte più occupazioni. E sarebbe un problema, come ho provato a spiegare in un libro, Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri (Einaudi), prima che tutto questo diventasse di moda e il cui prologo parzialmente ripropongo qui sotto.

 

Questo non è, chiariamolo subito, un libro contro la tecnologia. Sono innamorato di tecnologia, da sempre. È un libro contro la retorica, contro lo spettacolino di son et lumières che le hanno allestito intorno i banalizzatori della «distruzione creatrice», contro i pubblicitari che hanno tirato a lucido gli slogan e i giornalisti che si sono precipitati a testimoniare nella causa di beatificazione, contro i lobbysti che ne hanno venduto una rispettabilità istituzionale e i politici che l’hanno comprata senza fare una piega. In buona sostanza è la lunga denuncia di una pericolosa impostura linguistica, quella che sta provando a farci credere che «sharing economy» si traduca davvero con «economia della condivisione», con tutto il bene che ne deriverebbe. Un nuovo capitalismo, quello delle piattaforme, tanto generoso e altruista quanto il vecchio, che abbiamo conosciuto fino a oggi, era spietato ed egoista. La «sharing economy» invece, sotto i brillantini della narrazione prevalente, presenta solo vantaggi. Economicamente efficiente. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta. Chi la critica dunque non può che essere una brutta persona. Peccato che, a dispetto dei termini, più che condividere la gig economy – cominciamo a chiamare le cose per quel che sono: economia dei lavoretti – concentri il grosso dei guadagni nelle mani di pochi, lasciando alle moltitudini di chi li svolge giusto le briciole. Share the scraps economy, l’ha ribattezzata Robert Reich. Chi possiede la piattaforma estrae, secondo una modalità neofeudale, una commissione da chi svolge la prestazione. Così il vassallo Travis Kalanick in poco più di un lustro passa da zero a sette miliardi di ricchezza personale mentre sempre più autisti di Uber, dopo l’ennesima decurtazione alle tariffe, dormono nei parcheggi zona aeroporto di San Francisco per essere i primi ad aggiudicarsi le corse buone. Come in ogni casinò che si rispetti, il banco vince sempre. Decostruendo questa narrazione il libro prova a dare un messaggio di speranza. Nel resto del mondo, infatti, il volume di questo dibattito si sta alzando. Non solo gli intellettuali hanno denunciato l’ipocrisia di certi racconti, ma i sindacati hanno pagato le spese per le cause e i tribunali hanno dato loro ragione. Alcuni imprenditori, ancor prima che un giudice intervenisse, hanno quindi deciso di cambiare l’inquadramento dei propri lavoratori da autonomi a dipendenti. Con tutti i diritti del caso. Addirittura avversari politici come Theresa May e Jeremy Corbyn si sono quasi riconciliati sul punto specifico. Non è questione di destra o sinistra, ma della tenuta dello stato sociale. Perché se i padroni delle piattaforme sono campioni olimpionici di elusione fiscale e finiscono per pagare tasse da prefisso telefonico grazie a qualche sapiente triangolazione, il welfare a un certo punto schianterà. Giusto nel nostro Paese questa preoccupazione sembra non rilevare, superata in scioltezza da un entusiasmo adolescenziale per tutto ciò che viene dalla Silicon Valley. Eppure nessuno come noi in Europa ha tanti giovani disoccupati e precari di ogni età. Siamo davvero pronti a riscrivere l’articolo uno della Costituzione in un più sincero, ma scoraggiante: «L’Italia è un paese fondato sul lavoretto?». (...)

 

Un’economia che presuppone una perma-giovinezza

Il capitalismo delle piattaforme interpella la dicotomia presente/futuro anche da un altro punto di vista. Con paghe misere e diritti all’osso impoverisce i lavoratori oggi, compromettendone la capacità di spesa e la solidità esistenziale. Ma mette a repentaglio anche il loro domani perché, in assenza di contributi versati e in presenza di un sistema per minimizzare le tasse che non ha precedenti, spinge lo stato sociale verso un punto di rottura. Chi pagherà per le cure di cui avranno bisogno da vecchi visto che i loro datori di lavoro, che mettono mano alla pistola se solo provi a chiamarli così, avranno versato un’inezia di tasse e perlopiù altrove? La gig economy presuppone una perma-giovinezza, l’energia inesausta di accettare una corsa dopo l’altra e non essere nemmeno sfiorati dal sospetto che un giorno quei ritmi presenteranno il conto. Significa affrontare ogni lavoro come se fosse l’ultimo. Come se non ci fosse un domani, che da metafora rischia di diventare cronaca. Perché lo schema è: prima ti spolpo, poi ti abbandono. Una sorta di double tap, come l’orripilante tecnica bellico-terroristica di colpire prima un bersaglio e poi aspettare che arrivino i soccorsi per far fuori anche quelli. Che fa rima con Double Dutch, ovvero il perverso rimpallo tra le sussidiarie olandesi di Uber, dove la prima trasferisce i redditi alla seconda come royalty (perché le royalty non sono tassate) e resta con una miseria in mano da dichiarare all’esattore. Un palleggio che ha come unico fine quello di decimare l’imponibile. Ma dal momento che, sempre da calcoli della Brookings Institution, parliamo di un giro d’affari che dai 14 miliardi di dollari del 2004 potrebbe arrivare a 335 entro il 2025, c’è da aspettarsi «tremendi effetti» sulla raccolta delle tasse. Più poveri oggi. Derelitti domani. Cosa possiamo chiedere di peggio?

 

Brexit e Trump sono figli del lavoro povero

Non c’è neppure bisogno di aspettare per vedere gli effetti sociali dello smottamento in corso. Lì abbiamo già davanti agli occhi, anche se qualcuno fatica a metterli a fuoco. Prendete Donald Trump, il presidente Stranamore, che vanta il posto d’onore nelle iatture internazionali recenti. Dallo studio dei flussi elettorali si è scoperto che il fattore predittivo più affidabile per capire quali contee avrebbero votato per lui era la prevalenza di lavori routinari, dunque mal pagati e in prospettiva rimpiazzabili dalle macchine. Sicché i camionisti della Bible Belt, fin lì graziati dalla globalizzazione (il camion non lo può guidare uno che fisicamente sta in Messico o in Cina), hanno perso il sonno quando hanno capito che in un futuro non remoto al volante dei loro bestioni sarebbe arrivato un software. È bastato che il candidato miliardario dicesse di capire le pene dei forgotten men, prima tramortiti dalla delocalizzazione e oggi messi ulteriormente a rischio dall’automazione, perché questi votassero per lui. Non vi sfugge che si sia trattato di un drammatico abbaglio, paradossale per di più (è storicamente dimostrato che nessuno ha meno a cuore le condizioni di lavoro dell’ex palazzinaro newyorchese), però almeno ha avuto l’astuzia di verbalizzare il problema. Idem con Brexit. I pescatori di Grimsby, la Mazara del Vallo inglese, una cosa sola sanno: che prima pescavano a più non posso e stavano benone, poi è arrivata l’Europa, ha imposto le quote e ora le loro reti sono vuote e le flotte decimate. Proprio come i camionisti dell’Ohio, non avevano neppure avuto bisogno di studiare per potersi permettere villette con le rose in giardino, figli all’università e grandi bevute al pub. Adesso, spiaggiati da Bruxelles (che sia vero o meno non importa), magari si arrangeranno con qualche lavoretto. Nella brutale semplificazione delle urne il bivio che americani e inglesi si sono trovati di fronte è stato: more of the same, continuiamo come abbiamo fatto sin qui, oppure cambiamo radicalmente e che dio ci aiuti? Sapete come è andata a finire.

 

Immagine: Riders per consegne a domicilio, Torino (30 agosto 2017). Crediti: MikeDotta / Shutterstock.com

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