16 maggio 2021

Ripartire da un turismo in crisi

In questi mesi passati abbiamo ascoltato con viva attesa i discorsi programmatici dei responsabili politici regionali, nazionali ed europei; di quei discorsi abbiamo presentato e sottolineato ai nostri studenti universitari quei passi nei quali finalmente si dava dignità al turismo, nei quali si prefigurava una considerazione seria per un settore che si dibatte da decenni in una crisi, principalmente di natura culturale e istituzionale, che non sembra risolvibile. Personalmente ho utilizzato quelle parole per spronare e motivare i giovani allo studio, per incoraggiare a un impegno formativo che era difficile da mantenere a livelli sostenuti nelle ore lunghe e sedentarie della didattica a distanza.

Oggi il turismo riparte, e a valutare la direzione presa, possiamo già dire che a quegli enunciati non fa seguito, almeno fino ad ora, nessun programma coerente. Domina anzi un silenzio assordante, che sembra prefigurare un grande arrembaggio.

Chi lavora con i giovani ha il dovere di decostruire e guidare nella complessità della modernità, cercando di indirizzare gli sguardi sul futuro, ma in queste settimane il futuro del turismo si fa sempre più evanescente, indistinguibile e confuso, al pari della storia del turismo che abbiamo alle spalle.

Ecco allora che siamo già legittimati a formulare delle valutazioni, perché siamo già in grado di intravedere il turismo che ci attende all’uscita definitiva dal tunnel.

Io ritengo che l’Italia offrirà un turismo autenticamente italiano, vale a dire solo apparentemente governato, ma nella realtà lasciato in balìa di se stesso. Un turismo nel quale il pubblico e il privato invece di sollecitarsi a vicenda e positivamente continueranno a essere consociati.

È una previsione pessimista, formulata sulle prime osservazioni di questa ripresa. In queste settimane c’è un fermento di documenti di spesa, programmatici e strategici, corposi, illeggibili, che vanno dalle segreterie degli assessorati regionali a quelle dei Comuni, senza che nessuno li legga, se non gli operatori, che vi gettano un rapido sguardo per assicurarsi che a nessuno sia saltato in mente di introdurre novità, se non quelle del momento, quelle che fanno effetto e che la stampa può riprendere.

Cosa vorremmo trovare invece negli indici di quei documenti? A quale turismo vorremmo si pensasse e si tentasse di rispondere? Dove vorremmo che i fondi fossero indirizzati?

Siamo tutti reduci di questa esperienza unica ed estraniante del lockdown; un confinamento vissuto all’interno della nostra comune condizione di già prigionieri della modernità. Di quella esperienza, che mai avremmo pensato di vivere, ciò che ci ha segnato non è stato certo rinunciare alle nostre evasioni temporanee, ai nostri weekend, ai nostri viaggi, alle nostre escursioni, bensì sentire addosso tutti gli effetti della pandemia: le limitazioni, la paura del contagio e i dubbi sul vaccino, il lutto delle perdite, il disagio economico, i timori per il lavoro, la povertà delle relazioni, il disagio dei giovani, l’ansia per il domani…

Chi, in questo momento, sta pensando al turismo, chi, in questo momento, sta elaborando la propria evasione dalla prigione della modernità non sta semplicemente fremendo per uscire dal proprio spazio domestico nel quale è stato confinato. Sarebbe un’interpretazione semplicistica. Uomini e donne stanno immaginando di uscire per dimenticare, per riprendere il contatto con gli altri, per riappropriarsi della libertà, per assicurarsi che tutto fuori è come prima, anzi più bello e più dolce, più accogliente di come lo immaginano o lo ricordano. Se questo è vero, e se è vero che il turismo riflette come in uno specchio i profili, i sogni e i bisogni delle società che lo producono, lo scenario della domanda turistica che avremo davanti non è difficile da delineare, che sia essa nazionale o internazionale, che sia espressa da giovani o dalla terza età, di bassa o alta capacità di spesa, di buona o senza cultura... Tutti chiederemo chiarezza e sicurezza, cure e affidabilità, rapporto umano e qualità.

Saremo in tanti, dunque, a fare turismo e cercheremo quello che nessun vaccino potrà mai iniettarci: la fiducia. Una fiducia che attraverso le relazioni personali si estende all’ambiente, perché il Covid-19 ha messo in discussione sia le une che l’altro.

Sostenere il turismo post Covid significa allora investire risorse per individuare e risolvere le criticità che rendono faticosa la pratica e le relazioni turistiche, che pongono ostacoli al ritorno degli uomini e delle donne nell’ambiente naturale, che inficiano quella esperienza della qualità della cittadinanza che è la vera cartina di tornasole di un turismo buono e sano.

Ecco allora che nei documenti programmatici vorremmo che le risorse andassero a innovare una comunicazione digitale desueta e fuorviante, a contrastare l’evasione fiscale e l’abusivismo, a gestirei beni comuni, a riqualificare il trasporto locale, ad aprire un colloquio con l’Europa per ispirare una politica turistica che tenga conto dell’eccezionalità italiana, a studiare una riforma istituzionale radicale attesa da 70 anni, a finanziare un programma di formazione che addestri alla complessità del turismo e che non lo riduca a un misero fenomeno economico, a implementare una politica del lavoro che dia dignità a questo storico popolo di camerieri, che incoraggi la ripresa dell’artigianato e il popolamento delle aree interne, che sostenga la tutela dell’acqua, dell’aria e del mare, che proponga una politica termale da terzo millennio che rispetti le eccezionali risorse naturali della penisola, che prospetti per le regioni meridionali un immenso parco verde e blu di colture sostenibili agricole e marine, realmente integrate a quel turismo enogastronomico di cui tutti amano parlare, che sostenga un programma di formazione per gli amministratori pubblici e in particolare per quelli dei siti Unesco, e così via.

Se trovassimo almeno qualcosa di tutto questo fuori dal tunnel della pandemia, varrebbe allora la pena di affrettare il passo. Anzi, di correre. Senza opporre resistenze, buttando via il vecchio e togliendo la polvere accumulata in duecento anni, per guardare con coraggio al futuro e prepararsi al turismo in Italia come a un’esperienza umana straordinaria, solidale, nel Paese che vanta la storia del turismo più antica del mondo.

 

 

 

Crediti immagine: Giuseppe Modica, Piazza del Popolo, 2014. Courtesy archivio dell'artista
 

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