26 febbraio 2019

Uno sguardo al passato: pensieri e parole su cinque anni di vita Galileiana

Parlare al termine di un segmento di vita prima che di studio è sempre un’azione fortemente limitante. Significa infatti avviare una riflessione sul proprio vissuto, che si nutre della consapevolezza di ciò che viene dopo gli eventi narrati e di una selezione, involontaria e in questa sede pure cogente, di ricordi. Al contempo, essa determina uno sforzo di formalizzazione di pensieri e di raffreddamento di emozioni che rischia un parziale e imperfetto avvicinamento del lettore all’oggetto di discussione.

 

Nell’intento di descrivere la mia esperienza nella Scuola Galileiana di Studi Superiori, occorre ancorare tale descrizione a una linea del tempo e a un luogo materiale. La finestra cronologica degli anni universitari coincide con la fase della vita nella quale il tempo è definito in modo del tutto altro rispetto a quello della scuola dell’obbligo. Mentre in quest’ultima la vita dello studente è scandita dalla presenza di interrogazioni e verifiche, all’università si misura lo scorrere del tempo in lezioni e sessioni d’esame. Tale cambiamento di unità di misura, affiancato alla diversa percezione della crescita biologica dell’individuo, induce a una percezione accelerata del tempo, che a livello di riflessione ex post costituisce il primo dato significativo nell’analisi del vissuto recente.

 

Il luogo in cui nasce e si alimenta il rapporto con la Scuola Galileiana è definito da due edifici: il Collegio Morgagni, sede degli uffici burocratico-amministrativi e vecchio collegio universitario per gli allievi, e la Residenza Nord Piovego, dove attualmente risiedono allievi galileiani e studenti dell’Università di Padova. La mia annata ha fatto in tempo a conoscere ambedue le strutture, dove ho soggiornato rispettivamente due e tre anni. Il mutamento di residenza è stato un evento spartiacque nell’iter galileiano: se il Collegio Morgagni era ristretto, nei luoghi e nei servizi al suo interno, ma garantiva spazi e occasioni di intimità, la Residenza Nord Piovego è una “reggia” opulenta e iper-attrezzata, ma un po’ anonima e dispersiva.

 

Entro tali coordinate si colloca il quinquennio di studio all’Università di Padova. Ricordare tale segmento cronologico stimola una scomposizione dell’io in più dimensioni, che permettono un’analisi di sfumature e dettagli che altrimenti resterebbero nell’ombra.

 

Dal punto di vista accademico, il ricordo si ancora nel concreto all’incessante tabella di marcia delle lezioni, alle scadenze, che hanno costituito a lungo il principale sistema di misurazione della vita e sono state foriere di emozioni contraddittorie, oscillanti tra la preoccupazione, la volontà di ottemperare al proprio dovere, i sensi di colpa per gli “avrei dovuto” prima che per gli “avrei potuto”: momenti intensi (nel senso etimologico del termine, “in tensione”) e particolarmente partecipati dal punto di vista emotivo. E poi i colloqui con i docenti, lo spritz post-lezione, la dimensione performativa dell’istruzione, la prestazione culturale oltre che mera verifica degli studi definita dagli esami curricolari. L’io accademico si è costruito sulla puntualità, la precisione, l’attenzione e il gusto per la forma e per il dettaglio. Tale è peraltro uno degli obiettivi dichiarati della scuola, come si legge nel regolamento ufficiale.

 

Dal punto di vista umano, l’esperienza galileiana definisce in primis un percorso formativo e informativo. L’aspetto formativo nasce dal fatto che le relazioni e le interazioni con gli studenti della Scuola mi hanno consentito di avviare un processo di scoperta e conoscenza della mia persona, con l’obiettivo di superare sovrastrutture sociali e culturali, immergersi in un dialogo personale e coinvolgente con l’altro da sé e, a partire da tale confronto, scoprire nuove fragilità e nudità. Tale viaggio interiore si è poi tradotto in un continuo rimodellamento del rapporto con gli altri, sulla base di una sempre nuova consapevolezza di sé e dell’altro da sé.

Foto gentilmente concessa da Rebecca Travaglini

Secondariamente, gli anni galileiani mi hanno permesso di coltivare e definire meglio la dimensione dell’io “fanciullino”: si tratta del divertimento, serio e giocoso, naturale e insostituibile riempitivo della vita all’infuori dell’università. Infatti, l’esperienza collegiale non offre solamente la possibilità di scambi culturali, ma anche varie occasioni ludiche. Le attesissime feste di Natale e Carnevale, le notturne partite al biliardino, le accanite sfide a bang, le serate cinema e le lunghe suonate al pianoforte fino a tarda ora hanno restituito leggerezza (ai limiti della spensieratezza!) alla vita universitaria, sdrammatizzando le preoccupazioni accademiche, iniettando linfa al termine di giornate grigie o noiose e spalancando le porte del diem carpere nella vorticosa routine accademica. Gioie fugaci e forse inutili, ma necessarie per dare all’hic et nunc un suo significato.

 

Da ultimo, va segnalato l’aspetto culturale di tale viaggio. La cultura si nutre di intimità, l’intimità che lega a un filo due o più persone e costituisce l’humus fertile sul quale una relazione può affondare le sue radici. I riti del collegio, definiti spesso dalle banali necessità dovute alla vita in comunità (pranzo, cena, pomeriggi di studio nelle aulette comuni,…), hanno permesso la costruzione di piccole zone di intimità nelle quali operare uno scambio reciprocamente benefico di passioni ed esperienze. Dalla cura di questi piccoli spazi è derivata per me la ricchezza più grande in termini di cultura e affetto, così lontana dalle stipate aule accademiche, così personale e coinvolgente nella totalità della persona.

 

Se in definitiva mi chiedessero un solo motivo per il quale spingere uno studente a provare il test di ammissione di settembre, sceglierei quello della costruzione di “zone relazionali di intimità”, entro le quali si avvia l’incessante e prolifico lavoro di “colere” (“coltivare”) emozioni, conoscenze e passioni, che costruisce e rinsalda l’identità personale, prima che culturale, di un individuo. Va da sé che più si favorisce la nascita delle zone di intimità, più si fa centro con l’obiettivo della scuola, cioè «coltivare e apprezzare lo studio in tutte le sue forme» (così sta scritto nel sito). Il mio auspicio per il futuro è dunque che venga curata con sempre maggiore impegno, attraverso la collaborazione di studenti, docenti e personale amministrativo, l’organizzazione di eventi non necessariamente legati a contesti disciplinari, ma per esempio ricreativi e ludici che possano definire nuovi riti entro i quali rendere feconde e produttive tali “zone”. D’altronde, se è vero che i riti sono “ciò che rende ogni giorno diverso da altri giorni e ogni ora dalle altre ore”, credo che tra altri cinque anni (e forse anche più in là) proprio le persone, le parole e le emozioni legate ad essi resteranno più saldamente radicati alla mia identità e saranno il testo dal quale partire per ricostruire attraverso la memoria il contesto dei singoli ricordi.

Cerimonia di consegna dei diplomi galileiani. Foto gentilmente concessa da Massimo Pistore PIXU studio

 

 

Foto di copertina: Massimo Pistore PIXU studio.

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