29 maggio 2019

Il bisogno di un’economia sostenibile: prodotto interno lordo e progresso sociale

Quante volte ci si è imbattuti in questa espressione composta da tre parole: prodotto interno lordo. Quante volte si è letto l’acronimo PIL sui giornali. Una sigla sulla bocca di tutti, una sigla che si ascolta ovunque: nei bar e nei talk-show, nei telegiornali e nelle radio. Superficialmente, un semplice indicatore economico. Più in profondità, un acronimo potente quanto contorto.

 

Non è agevole porre in evidenza una definizione univoca del prodotto interno lordo. Vi sono diverse sue interpretazioni in relazione alle alternative metodologie utilizzate per porre in essere il calcolo matematico (metodo della spesa - metodo del valore aggiunto - metodo dei redditi). Tuttavia, in linea teorica, il PIL è la somma dei beni e dei servizi finali prodotti da un paese in un dato periodo di tempo . E si dice interno perché si riferisce a ciò che viene prodotto nel territorio del singolo Paese preso come riferimento, sia da parte delle imprese nazionali sia da parte delle imprese estere. Non è astruso cogliere il senso di questa nozione: il PIL esprime il reddito che un Paese è capace di produrre nell’arco di un anno. Ciò che non è facile comprendere, invece, è come un semplice indicatore economico possa assurgere a protagonista delle vicende sociali e giuridiche di una nazione, oppure come un semplice indicatore matematico possa suggestionare, e a volte determinare con nitidezza, le scelte politiche del potere legislativo. Ecco, questi sono i quesiti-fantasma della nostra quotidianità. Quesiti che, e ciò non sorprenda, attraversano trasversalmente non meno di un secolo di storia economico-sociale.

 

Non è un caso se il PIL è il metro osannato dal Sistema di contabilità dell’ONU, dell’Unione Europea e della stragrande maggioranza degli economisti al mondo: esso, rappresentando il reddito di un Paese, è indicatore di quanto questo sia economicamente attivo. Il prodotto interno lordo permette di confrontare la crescita economica di due nazioni diverse, fa comprendere la capacità di un Paese di ripagare il proprio debito pubblico e il suo rapporto con il numero di abitanti del Paese ( PIL pro capite ) permette di capire quale sia il benessere medio della popolazione. Insomma, per quasi un secolo si è correlato il PIL, con diverse sfumature di intensità, alle misure di qualità della vita come il welfare, il livello di istruzione e la sanità. Per gli economisti l’obiettivo alla fine dei conti è, dunque, quello di avere per ogni Paese un PIL quanto più alto possibile, in quanto di solito esso è appunto indicatore di una migliore qualità della vita.  Eppure, c’è un’altra narrazione che parallelamente si è protratta silenziosa nel tempo.

Non possiamo misurare i successi del paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalla carneficina del fine settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte [...]. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei calori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Queste parole appartengono a Robert Kennedy e sono datate 18 marzo 1968. Tre mesi dopo, il neoeletto alle elezioni primarie di California e Dakota del Sud viene ucciso in un attentato, e la sua visione politica confinata nel mondo dell’idealismo. Oggi corre l’anno domini 2019 e da una semplice analisi comparatistica risulta evidente come si debba riflettere sul significato del termine sviluppo.  I mercati sono diventati arbitri incontrastati della performance sia delle imprese che del settore pubblico, “disciplinando” i politici attraverso i corsi obbligazionari, i mercati azionari e i credit default swap (CDS) nell’odierno casinò finanziario globale: qualche ingranaggio della macchina liberale non funziona affatto correttamente. Il PIL misura la quantità di transazione monetarie registrate in un paese tralasciando pagamenti in nero, baratti e scambi nei settori informali nonché tutti i servizi di volontariato svolti all’interno delle comunità e delle famiglie. Fino a che punto allora si può davvero valorizzarlo?

 

Lo stesso Simon Kuznets, che in National Income and Its Composition sviluppò il concetto di Prodotto nazionale lordo (PNL) e i modelli e i metodi a esso relativi come strumenti di contabilità nazionale, avvisava già nel lontano 1934 che un tale metro limitato e mono-dimensionale non avrebbe dovuto essere usato come indicatore del progresso sociale nel suo insieme. E ciò, invece, è esattamente quello che è accaduto. La maggior parte delle economie nazionali hanno avuto come obiettivo fisso quello di raggiungere una crescita costante del proprio PIL attraverso la continua accumulazione di beni materiali ed espansioni dei servizi. Connesso a questa logica liberale – talora in determinati settori non regolamentata a dovere – si sviluppa il prevedibile corollario: i beni che vengono conseguentemente prodotti e venduti diventano spesso non necessari ed inutili, e dunque dannosi.

Dato che ciò che definiamo “crescita” è più che altro spreco, chiamiamola per quello che è! Chiamiamola un’economia dello spreco e della distruzione. Definiamo invece crescita ciò che valorizza la vita, come la generazione e la rigenerazione, e affermiamo che è di questa che il pianeta ha più bisogno . (Frances Moore Lappè)

Questa nozione di "crescita che valorizza la vita"  è ciò che si intende per crescita qualitativa.  Come in tutti i cambiamenti sociali sistemici, presto o tardi si affermano nuovi strumenti di lettura, nuove visioni del mondo e nuovi paradigmi che mettono fuori gioco le mentalità obsolete: è quanto descritto da Thomas Kuhn ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche.  Lo stesso può avvenire con il paradigma economico neoclassico dominante e la sua visione della ricchezza e del progresso delle nazioni, derivata dalla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith. Le statistiche sull’economia nazionale sono ancora rilevate e compilate sulla base di ipotesi derivanti da tali modelli economici, avvalendosi di coefficienti monetari e ponendo enfasi sulla produzione e sul consumo di beni e servizi, sullo scambio e sulle transazioni di mercato. Se con il PIL, allora, il rischio in cui si inciampa è quello di non poter ben definire dove finisca un’analisi macroeconomica e dove inizi una determinazione affidabile della crescita che valorizza la vita, ecco che invece la nuova concezione sistemica della vita fa sì che si possa formulare un concetto scientifico della qualità; ogni qualità emerge da processi e modelli relazionali, questa è la premessa. E se questi processi e rapporti hanno a che fare con gli esseri umani, esse includeranno necessariamente degli elementi soggettivi.

 

Gli indicatori della qualità della vita Calvert-Henderson,  ad esempio, misurano dodici di questi aspetti e usano coefficienti monetari solo dove sono appropriati: si rifiuta categoricamente l’espediente macroeconomico convenzionale di aggregare tutti questi aspetti qualitativamente differenti in una singola cifra, come il PIL. L’enfasi monetaria del Prodotto interno lordo trascura il capitale umano, sociale e ambientale, nonché la produzione di beni e servizi dell’economia sommersa; trascura la mancata rilevazione dell’inquinamento e dei costi ambientali e sociali e l’assenza di una contabilità patrimoniale che tenga conto adeguatamente degli investimenti del settore pubblico (strade, aeroporti, ospedali, infrastrutture) come contraltare al debito pubblico. I costi legati al riscaldamento globale, agli incendi, alle inondazioni, alle siccità e alla distruzione ambientale sono sempre più visibili e ingenti, pertanto le critiche allo strumento del PIL fanno ormai parte dell’agenda politica dei Paesi di gran parte del globo. È prevedibile che scoppieranno conflitti tra politici e gruppi di interesse che beneficiano della definizione ristretta di “progresso” insita nel PIL da una parte e le società nel complesso dall'altra, trovandosi queste ultime a sopportare i costi e i rischi connessi alla sua crescita.

 

È evidenza scientifica che i problemi cruciali del nostro tempo, energia, ambiente, cambiamento climatico, sicurezza alimentare, sicurezza finanziaria, non possono essere studiati e compresi separatamente: sono problemi sistemici, interconnessi e interdipendenti. La contestazione maggiore mossa per anni nei confronti degli economisti è quella di aver equiparato lo sviluppo economico al progresso sociale;  la voce degli ambientalisti, degli ecologi e delle organizzazioni civili è stata rappresentata durante la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro nel 1992 attraverso più di 170 governi, e a seguire, nella Conferenza di Rio+20.

Il mito della crescita perpetua […] promuove l’idea impossibile che la crescita economica sia la cura per tutti i problemi del mondo, quando in realtà essa è proprio la malattia alla radice delle nostre pratiche globali non sostenibili. (Documento collettivo preparato per la Conferenza di Rio+20, giugno 2012)

Una richiesta importante, ma una richiesta che è stata per lungo − troppo − tempo ampiamente ignorata. Solamente nell’ultimo decennio i termini "sviluppo economico" e "sviluppo sociale" hanno assunto significati eterogenei. Un esempio significativo: per i biologi, lo sviluppo è una proprietà fondamentale della vita. Ogni sistema vivente affronta occasionalmente momenti di instabilità che si sostanziano in un "crollo del sistema" , o più frequentemente nella comparsa spontanea di "nuove forme di ordine".  La manifestazione spontanea di innovazione è uno dei capisaldi della vita ed è stata identificata come l’origine dinamica dello sviluppo, dell’apprendimento e dell’evoluzione.  La creatività, la generazione sono proprietà cruciali di tutti i sistemi viventi i quali così riescono a svilupparsi in senso qualitativo. Nel concetto biologico di sviluppo è implicito un senso di sfaccettato divenire,  un processo grazie al quale le comunità umane, gli ecosistemi o gli organismi viventi raggiungono il loro potenziale.

 

In maniera diametralmente opposta, invece, il concetto economico di sviluppo riduce lo sviluppo ad un’unica dimensione economica, solitamente misurata in termini di PIL pro capite, con l’unica conseguenza di suddividere il mondo intero in categorie arbitrarie come “paesi sottosviluppati”, “paesi in via di sviluppo” e “paesi sviluppati”. Il senso dello sviluppo biologico ed ecologico corrisponde quindi alla nozione di crescita qualitativa: il concetto biologico di sviluppo, infatti, è elemento inclusivo in quanto ha in sé sia la crescita quantitativa che quella qualitativa. Inoltre, un ecosistema tipico ha una fase di crescita rapida (fase c.d. “pioniere”), ossia una vera e propria celere “maturazione” e infine un declino (il c.d. “deterioramento”). In relazione a ciò: la crescita economica qualitativa può essere sostenibile se prevede un equilibrio dinamico fra crescita, declino e riciclo. Il processo di sviluppo è inteso non come un processo puramente economico, il quale ha a fondamento una rete di flussi finanziari priva di qualsiasi impostazione etica, ma come un processo che abbraccia le dimensioni sociali, ecologiche e spirituali, e se vi è associato a una crescita economica qualitativa, allora un tale processo sistemico multidimensionale può essere davvero sostenibile. È diventato fondamentale, quindi, comprendere le prospettive della nostra società e delle organizzazioni economiche che vi si muovono basandosi sulle diverse accezioni che il termine “sviluppo” può assumere. Uno sviluppo meramente economico è una crescita di servizi e processi produttivi che esternalizzano costi sociali e ambientali che sono basati sui combustibili fossili: hanno a che fare con sostanze tossiche, esauriscono le risorse naturali e degradano gli ecosistemi del pianeta. Uno sviluppo qualitativo, biologico o ecologico che dir si voglia, è una crescita di servizi e processi di produzione più efficienti che internalizzano completamente i costi, che comprendono energie rinnovabili, emissioni zero, riciclo continuo delle risorse naturali e il risanamento degli ecosistemi della Terra.

 

Mai come oggi appare chiaro che non vi potrà essere una crescita illimitata in un sistema finito, e le recenti crisi in tema di Sustainable development lo dimostrano empiricamente. Questo, tra l’altro, è un discorso preannunciato già nel 1972 con il rapporto del Club di Roma The Limits to Growth nel quale alcuni esperti del Massachusetts Institute of Technology (MIT), basandosi sulla teoria dei sistemi e sui modelli disponibili all’epoca, indicavano che intorno alla metà del ventunesimo secolo si sarebbe determinato un declino improvviso e incontrollabile della capacità economica, a causa del collasso delle condizioni economiche, sociali e ambientali. Crollo dei consumi, disoccupazione, perdita di competitività e precariato generano insicurezza, soprattutto per le nuove generazioni. Questo è attualmente il morso della crisi economica risultante dal modello del capitalismo globale.

 

Tuttavia, in un mondo dove lo sviluppo tecnologico e la ricerca più moderna consentono all’uomo di iniziare a comprendere la complessità, lo sforzo di riformulare i paradigmi riduzionisti che ancorano la nostra economia al passato e oscurano il futuro è un’evidenza. Un recente passo in questa direzione è stato fatto senza dubbio con la conferenza Beyond GDP (“Oltre il PIL”) dopo la quale i governi nazionali hanno cominciato a prendere coscienza realisticamente della gravità della situazione. Analizzare e studiare la complessità è l’unica possibilità a tornare a crescere, nel senso più vero di questa parola.

 

 

Per saperne di più:

Per un approfondimento essenziale circa il tema del prodotto interno lordo, con particolare riferimento alle metodologie macroeconomiche di calcolo, si consulti Paul A. Samuelson, William D. Nordhaus, Carlo A. Bollino, Economia , Mc Graw Hill, 2016. Per approfondire lo sviluppo sostenibile con particolare riguardo al suo excursus storico si veda E. Giovannini, L’Utopia sostenibile, La Terza, 2018. Se si desidera approfondire il tema dello sviluppo sostenibile da un punto di vista principalmente socioeconomico si veda U. Mattei e F. Capra, Ecologia del diritto: scienza, politica, beni comuni , Aboca; F. Capra e H. Henderson, Crescita qualitativa , Aboca.

 

Immagine: Money growing plant step with deposit coin. Bank and investment business concept. Crediti: SimplyDay / Shutterstock.com

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