2 marzo 2021

Accoglienza o esclusione?

Alcune conseguenze del decreto legge 113/2018 sul sistema di accoglienza italiano

Argo s'è espressa senza oscillare: ed è rinata la vita in questo vecchio cuore! Blocco di popolo. Scatto di destre, le buone: palpita l'aria. Si concreta la legge. Eccola: «Ci trapiantiamo su questo suolo, padroni di noi, immuni da agguati. Qui è il nostro rifugio solenne. Nessuno al mondo ci tocca: né Argivo, né aggressore straniero. Se si tenta un atto di forza, sia la morte civile, l'esilio ufficiale per chi, cittadino, rifiuta soccorso».

 

Con queste parole, Danao annunciava alle sue figlie di aver ottenuto per loro l’asilo nella città di Argo nonostante le iniziali titubanze del re che governava quei territori; esse erano profughe egiziane costrette ad abbandonare la propria terra per la minaccia di essere prese in sposa con la violenza dai cinquanta figli d’Egitto.

 

I dubbi del re di Argo erano molti: la paura di una contaminazione del popolo greco con gente straniera, della ritorsione dei figli d’Egitto e di una guerra che avrebbe messo in pericolo la sua città, una guerra che Argo non poteva permettersi. Nonostante ciò, non poteva contrastare la legge divina.

 

L’ospitalità, infatti, per gli antichi Greci era un patto sacro tra dèi e umani, tra uomini e donne, perché si pensava che gli ospiti fossero inviati da Zeus, il cui epiteto, “Xénios”, significava proprio “protettore degli ospiti”.

 

Queste parole di Eschilo (presenti nella sua tragedia Le Supplici), però, stridono con la realtà odierna che vede un popolo che in molte situazioni appare dimentico del profondo senso di indulgenza verso i fragili e un sistema di accoglienza le cui norme, spesso, remano contro il fine cui dovrebbero tendere e, più che l’accoglienza, favoriscono l’esclusione.

 

I morti nel Mediterraneo e lungo la rotta del Brennero, gli invisibili che vivono in insediamenti informali perché esclusi dal sistema di accoglienza, dimostrano che la xenìa, in questi contesti, ha perso il suo valore positivo, l’accoglienza non è più un vincolo inviolabile, ma un confine che respinge, un porto chiuso, è esclusione di chi chiede ospitalità avendone il diritto in quanto essere umano.

 

Prendendo in considerazione il sistema di accoglienza italiano e le norme che lo regolamentano, ciò che emerge immediatamente è il suo carattere prettamente emergenziale.

 

Come afferma Michele Colucci, nel suo studio Per una storia del governo dell’immigrazione straniera in Italia: dagli anni sessanta alla crisi delle politiche, l’Italia ha avuto una «costante visione di eccezionalità della presenza straniera, ritenuta perennemente come una parentesi ーdestinata in qualche modo a chiudersi ー e non come una dimensione strutturale di una società complessa». 

 

L’approccio emergenziale alla gestione dei migranti e la mancanza di una prospettiva a lungo termine circa la loro presenza sul territorio si riflettono sulla struttura del sistema di accoglienza le cui criticità sono state amplificate dagli effetti del decreto legge n.113 del 2018. Esso era caratterizzato principalmente dai grandi Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA), strutture finalizzate al soddisfacimento dei bisogni primari e del tutto prive di servizi alla persona relativi alla protezione, al sostegno e all’avvio all’inclusione sociale.

 

La svolta era avvenuta con la legge 30 luglio 2002 che istituiva il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), vero e proprio fiore all’occhiello del sistema di accoglienza italiano. Questo sistema era costituito dalla rete degli enti locali che realizzavano progetti di accoglienza integrata con il prezioso supporto delle realtà del terzo settore. Questi interventi andavano oltre la semplice copertura dei bisogni di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, insegnamento della lingua italiana, assistenza e orientamento ma, soprattutto, permettendo la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.

 

A differenza degli altri stati del panorama europeo, in Italia la realizzazione di progetti SPRAR di dimensioni medio-piccole ha contribuito a costruire e a rafforzare una cultura dell’accoglienza presso le comunità cittadine e ha favorito la continuità dei percorsi di inserimento socio-economico dei beneficiari. Per la prima volta si è iniziato a pensare e a programmare in termini di sistema.

 

Proprio lo smantellamento dello SPRAR è stato uno degli obiettivi del Decreto legge 113/2018 -meglio conosciuto come “Decreto Sicurezza”- la cui analisi in materia di protezione internazionale, immigrazione e sicurezza pubblica mette in evidenza il risultante processo di infragilimento del richiedente asilo e del beneficiario di protezione.

 

In base a quanto scritto nel rapporto di Amnesty International I sommersi dell’accoglienza, le nuove misure che escludono i richiedenti asilo dal sistema di accoglienza di fatto cancellano la possibilità di realizzare un percorso inclusivo e socialmente avanzato «producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare in un esercito di invisibili di riserva, facile preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi)».

 

All'insegna della promessa di una maggiore sicurezza, il decreto legge 113/2018 ha avuto effetto principalmente su due fronti: su quello interno, con modifiche stringenti al sistema di accoglienza e integrazione dei migranti, e su quello esterno, attraverso la progressiva chiusura delle frontiere e dei porti.

 

Sul fronte interno, le novità che hanno causato maggiori effetti dannosi sono state l’abolizione della protezione umanitaria e la soppressione dello SPRAR

 

La protezione umanitaria - che veniva concessa anche tenendo conto del percorso di integrazione della persona - era una preziosa opportunità in quanto principale canale d’accesso per ottenere il permesso di soggiorno per alcuni richiedenti asilo; la sua abolizione mira alla drastica riduzione del numero degli aventi diritto a essere accolti o comunque ad avere uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, al mondo dell’istruzione e del lavoro. Ne conseguono, invece, ripercussioni negative sulla qualità della vita e della sicurezza, nonché l’annullamento della dignità, l’aumento della vulnerabilità e dell’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale. La soppressione della protezione umanitaria, inoltre, ha portato immediatamente all’aumento della percentuale dei “diniegati” (coloro ai quali è stato negato lo status di rifugiato) che, secondo gli studi di Openpolis e Actionaid, sono passati dal 67% nel 2018 all’80% nel 2019. Stando a tali studi, questa presa di posizione si è collocata proprio nella fase in cui gli sbarchi erano al minimo dal 2010, traducendosi, quindi, in «una scelta per contrastare un’emergenza che non c’è e che va ad esasperare l’emergenza reale. Quella degli irregolari, che lo stesso sistema contribuisce a creare».

 

Al posto della protezione umanitaria è stata inserita la protezione speciale, che però comprende una più limitata categoria di beneficiari, non è convertibile in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro e, per il carattere di estrema temporaneità riconosciuto a tale protezione, alla sua scadenza lascia le persone che ne sono titolari non inserite in alcun percorso di inclusione.

 

Secondo la nuova normativa, i diniegati dovrebbero essere mandati nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) per essere poi forzatamente rimpatriati nei loro paesi di provenienza.

 

Ciò non è possibile per due ragioni principali: in primis, la maggior parte dei Paesi africani da cui proviene buona parte dei richiedenti asilo non ha attualmente con l’Italia accordi per il rimpatrio dei propri cittadini; infatti, in base ai dati forniti da Eurostat presenti nella prima parte del rapporto La sicurezza dell’esclusione di Openpolis e Actionaid, l’Italia è riuscita a eseguire tra il 2014 e il 2018 soltanto il rimpatrio del 20% delle persone a cui era stato dato l’ordine di lasciare il territorio; in secundis, il rimpatrio prevede un costo molto elevato: secondo la ricerca di Eu Observer, pubblicata nel 2017, si tratta di circa 5.800 euro a rimpatrio.

 

Le conseguenze reali sono il sovraffollamento dei CPR con condizioni di trattenimento disumane che si concretizzano spesso in una completa sospensione dei diritti delle persone. Sempre nel rapporto di Openpolis e Actionaid si afferma che «la stragrande maggioranza di questa popolazione è destinata a restare in Italia senza documenti, senza alternative alla strada, senza la possibilità di trovare lavoro o casa se non illegalmente. Una popolazione spinta dalle misure vigenti verso la progressiva invisibilità».

 

Non meno gravi sono le ripercussioni sulla salute mentale di questi soggetti (anche minori), che spesso hanno subito gravi traumi e necessitano di assistenza qualificata sia per il benessere individuale sia per la comunità in cui vivono. 

 

Un’ulteriore modifica che ha ampliato la platea dei soggetti esclusi è stata la trasformazione dello SPRAR in SIPROIMI (Sistema di Protezione per titolari di protezione Internazionale e per Minori stranieri non accompagnati).

 

Il nome stesso è esplicativo: solo coloro che già hanno una protezione internazionale possono accedere al sistema di seconda accoglienza, ovvero l’unico che garantisce un percorso di inclusione sociale e avvio all’autonomia dei migranti disconnettendosi da logiche meramente emergenziali e assistenziali.

 

Sono esclusi da questo sistema, quindi, i richiedenti asilo, che spesso vivono in condizioni di particolare vulnerabilità. Questi ultimi sono confinati nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) di prima accoglienza dove vengono garantiti solo vitto e alloggio. Per quanto in teoria la loro caratteristica sia la straordinarietà, sono divenuti, in pratica, soluzioni sempre più ordinarie. Proprio nei CAS, inoltre, è nata la gran parte delle criticità legate alla poca trasparenza e agli scarsi controlli che hanno favorito la nascita di profitti illeciti per alcune organizzazioni del mercato dell’accoglienza. Oltretutto la compressione dei costi di gestione dei CAS ha permesso che venissero penalizzati i centri più piccoli che impiegavano personale qualificato, mentre ha favorito i centri più numerosi, per i quali sono possibili economie di scala, nonostante la concentrazione di migranti in grandi strutture sia stata da sempre screditata in quanto rappresenta una sorta di ghettizzazione e di spersonalizzazione dei servizi. L’allora Ministro dell’Interno Salvini stesso, nella sua Relazione al Parlamento sul Sistema di accoglienza del 14/08/2018, affermava che 

 

le concentrazioni di migranti, accolti in un’unica grande struttura, rendono difficile la gestione del centro con effetti negativi sia sull’efficienza dei servizi forniti ai migranti, sia sulle collettività locali, sia infine per l’eventuale rischio di attirare interessi economici degli ambienti criminali.

 

Nel sistema precedente al decreto del 2018, una volta conclusa la fase di prima accoglienza nei CAS, i richiedenti asilo erano avviati alle strutture di seconda accoglienza di livello locale.

 

Ora, invece, la maggior parte delle persone trova una soluzione di vita nelle periferie cittadine e in attività lavorative occasionali, talvolta illecite, come è testimoniato dai tanti insediamenti informali presenti nella penisola in cui i migranti vivono nelle condizioni più precarie di vita.

Anche un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, con riferimento al Decreto Sicurezza, ha dichiarato che: 

 

Rimuovere le misure di protezione da potenzialmente migliaia di migranti e limitare la loro capacità di regolarizzare la loro permanenza in Italia aumenterà la loro vulnerabilità agli attacchi e allo sfruttamento. Saranno maggiormente a rischio a causa dei trafficanti e di altri gruppi criminali e molti non avranno mezzi per soddisfare i loro bisogni di base con mezzi legali. L'esclusione porta anche a tensioni sociali e a una maggiore insicurezza. Un approccio inclusivo andrebbe quindi a vantaggio non solo dei migranti, ma anche del popolo italiano.
 

Oltre alle misure che sono state menzionate, ne sono state adottate altre che contraddistinguono questa politica dell’immigrazione programmaticamente contraria all’inclusione. Un esempio lampante sono le limitazioni all’iscrizione dei migranti presso i registri dell’anagrafe comunale senza la quale questi non possono avere la carta d’identità, fondamentale per l’accesso ai servizi pubblici e privati e vedono di conseguenza ostacolato l’avvio di un percorso di inclusione.

 

Tale linea politica, dunque, si è tradotta in scelte che molto spesso hanno causato l’esclusione dei migranti dal contesto socio-economico e, allo stesso tempo, non ha portato all’elaborazione di strategie virtuose per gestire il fenomeno migratorio. 

 

Con un sistema di accoglienza maggiormente votato al controllo e un sentimento generale di xenofobia, sono diventati inevitabili la parziale scomparsa dell’indulgente ospitalità offerta ai fragili dal re di Argo e l’aumento dell’indifferenza dinanzi alle sofferenze del prossimo, dolorose quanto le urla delle profughe d’Egitto.

 

Oggigiorno appare sempre più difficile realizzare una convivenza pacifica tra questi mondi lontani, soprattutto quando si impongono sulla comunità in maniera prepotente a causa delle loro storie di dolori e ingiustizie.

 

Malgrado questa sensazione generale, esistono numerosi esempi europei e italiani di pratiche di accoglienza e integrazione che hanno fatto del dialogo tra comunità locale e straniera il loro modus operandi (un esempio emblematico è il modello di accoglienza messo in atto a Riace), dimostrando che vivere insieme è possibile e che investire nella convivenza è necessario, sia per il presente sia per il futuro.

 

Per costruire una comunità accogliente e inclusiva in cui si concretizzi un processo di integrazione reciproco tra “autoctoni” e “stranieri” sono necessarie politiche che portino avanti iniziative di intersezione tra culture. Risulta necessario accogliere i conflitti sociali con l’obiettivo di trovare soluzioni vantaggiose per la comunità, sempre tenendo come punto saldo il rispetto della dignità umana. È fondamentale sottolineare quest’ultimo aspetto perché, nell’attuale periodo di crisi, è molto concreto il rischio di un’amplificazione delle disuguaglianze e, di pari, una diminuzione, se non l’annullamento, del rispetto dei diritti per chi vive già ai margini della società

 

 

Per saperne di più:

ActionAid, Openpolis, La sicurezza dell’esclusione. Centri d’Italia. Prima parte, ActionAid, Openpolis, 2019.

Colucci, Michele, Per una storia del governo dell’immigrazione straniera in Italia: dagli anni sessanta alla crisi delle politiche, Meridiana n.91, 2018.

Medici Senza Frontiere, Primo rapporto Fuori Campo. Insediamenti informali, marginalità sociale, ostacoli all’accesso alle cure e ai beni essenziali per migranti e rifugiati, Medici Senza Frontiere, 2016.

Medici Senza Frontiere, Secondo rapporto Fuori Campo. Insediamenti informali, marginalità sociale, ostacoli all’accesso alle cure e ai beni essenziali per migranti e rifugiati, Medici Senza Frontiere, 2018. 

Omizzolo Marco, I sommersi dell’accoglienza, Amnesty International, 2020.

 

 

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