6 aprile 2022

Il diritto al culto religioso dei detenuti tra libertà e compromesso

Rinchiusi, privati della loro libertà personale, della loro vita fuori dalle mura, della famiglia, degli amici, di tutto ciò che è a loro più caro, per l’errore gravoso di aver commesso un reato che li ha portati a dover scontare una pena, i detenuti sono i protagonisti della nostra riflessione, incentrata sulla garanzia del diritto alla religione, ovvero della libertà di professare la propria fede religiosa, di istruirsi in essa e di praticarne il culto.

Per parlare in modo informato di questo argomento dobbiamo prima analizzare due articoli della nostra Carta costituzionale, in particolare l’Art. 8 e l’Art. 19. Esaminandoli possiamo notare immediatamente che sanciscono l’equiparazione tra le diverse fedi davanti alla legge; infatti, il nostro ordinamento permette il pluralismo delle confessioni religiose, offrendo a tutte pari tutela. I rapporti con lo Stato sono regolati da apposite intese le quali, una volta raggiunte, non possono essere unilateralmente modificate dallo Stato, occorrendo piuttosto una nuova intesa e quindi un accordo tra le due parti. Fondamentale per la nostra ricerca è la considerazione del fatto che il diritto in oggetto viene sancito erga omnes, cioè per chiunque risieda nel territorio nazionale, sia esso cittadino o straniero, senza distinzioni. Il precetto giuridico prevede che l'esercizio del culto trovi un limite nell'osservanza del “buon costume”, cioè di comportamenti rispettosi della pubblica decenza.

 

Le norme che stiamo analizzando rappresentano un'ulteriore conferma della laicità dello Stato italiano, che si realizza nel momento in cui viene riconosciuta la libertà di religione e delle confessioni religiose, senza che venga individuata una religione "ufficiale" dello Stato.

Nonostante quanto asserito dalla legge, nella realtà dei fatti non si può nascondere che la Chiesa Cattolica, in Italia, ricopra una posizione privilegiata rispetto alle altre confessioni, dal momento in cui nel nostro paese sono in vigore i Patti Lateranensi (v. art. 7 Cost.), regolati da apposita disciplina costituzionale.

 

Ma come si traduce la norma giuridica nella vita quotidiana all’interno del carcere? La pratica religiosa è regolamentata dall’ordinamento giudiziario. Una particolare attenzione deve essere prestata all’art. 26 della legge 354/1975, in materia di Religione e pratiche di culto, e all’art. 58 del Dpr 230/2000 (Regolamento Penitenziario), in materia di Manifestazioni della libertà religiosa. Le due disposizioni appena menzionate ci riferiscono che il diritto alla religione e alla sua manifestazione dovrebbe essere sempre garantito, tenendo comunque conto del contesto in cui ci si trova, ovvero un carcere, un luogo che vede come prima regola la limitazione della libertà personale. È per questo che nelle ultime due disposizioni analizzate troviamo limiti più forti di quello del “buon costume”, come ad esempio quello della compatibilità con l’ordine e la sicurezza dell’istituto, la non contrarietà alla legge ed il dovere di praticare il culto della propria professione religiosa senza che questo si esprima in comportamenti molesti per la comunità. Quindi, la libertà religiosa in carcere è costretta a fare i conti con le logiche di sorveglianza, gestione dell’ordine e soggezione speciale proprie di tali luoghi, e ciò porta spesso a delle mancanze sulla concreta possibilità di esercizio, da parte dei detenuti, di diritti legati alla sfera religiosa.

Il novero delle confessioni religiose presenti nei nostri penitenziari è molto ampio e comprende, oltre coloro che professano le grandi religioni storiche (cattolicesimo, islamismo, buddismo, induismo), anche un consistente numero di stranieri dediti a culti spesso definiti “minori”, come i testimoni di Geova, o gli evangelici. In genere, al momento dell’ingresso in istituto, durante le procedure di registrazione dell’ufficio matricola, ai nuovi detenuti viene posta la domanda sul credo di appartenenza. Ciò avviene, oltre che per finalità statistiche, per valutare eventuali incompatibilità con altre persone detenute o per altre esigenze (ad esempio alimentari) derivanti dalla propria religione.

 

Se, in base alla normativa precedentemente citata, vengono formalmente riconosciuti ai detenuti i diritti legati alla sfera religiosa, si può notare che non è propriamente così sul piano del loro effettivo godimento perché, in realtà, vi sono differenze e discriminazioni. La prima, infatti, si realizza nella disparità tra la disciplina dell’esercizio del culto cattolico e di tutti gli altri culti e, più in generale, tra l’esercizio dei culti che hanno delle intese con lo Stato italiano e quelli che non le hanno. Infatti, come affermano Anna Nardini e Iole Teresa Mucciconi in L’esercizio della libertà religiosa in italia,

«rispetto alle c.d. confessioni con intesa, diversa risulta essere la disciplina vigente sia per quelle confessioni che non hanno stipulato un’intesa con lo Stato italiano – e che, pertanto, non godono delle stesse libertà riconosciute al culto cattolico o ad altre confessioni religiose con intesa – ma che hanno ricevuto il riconoscimento della personalità giuridica, sia per gli enti di culto che non abbiano ricevuto questo riconoscimento: le prime sono titolari di maggiori libertà rispetto ai secondi che, difettando di personalità giuridica, non sono considerati soggetti di diritto dall’ordinamento giuridico italiano».

Le disparità riguardano sia le modalità previste dalla legge per l’assistenza religiosa ai detenuti sia gli spazi messi loro a disposizione per l’esercizio individuale e collettivo del culto: per quanto riguarda la religione cattolica, è prevista la presenza di almeno un cappellano in ciascun istituto penitenziario, mentre i detenuti appartenenti ad altre confessioni religiose hanno sì diritto di ricevere assistenza da parte di un ministro del proprio culto e di celebrarne i riti, ma per potersene avvalere devono farne richiesta (cosa che ovviamente i praticanti cattolici non hanno bisogno di fare). Il cappellano, inoltre, prende parte alla commissione che predispone e modifica il regolamento interno dell’istituto, con il quale sono inoltre disciplinate le modalità del trattamento (art. 16, comma 2). Per di più, è importante aggiungere che la religione è inclusa tra quegli elementi di cui l’istituto principalmente si avvale per il trattamento dei detenuti (art. 15, comma 1). Il cappellano è quindi una figura normativamente prevista, e la sua inclusione nella commissione per il trattamento, insieme all’inserimento della religione tra i mezzi del programma rieducativo, incide innanzitutto sull’aconfessionalità cui dovrebbero essere improntati l’ordinamento penitenziario e il relativo trattamento (come rileva Elisa Olivito in “Se la montagna non viene a Maometto”). Come sostiene Francesco Alicino nell’articolo Prison and religion in Italy. The Italian constitutional order tested by a new “religious geography”, è come se i cappellani fossero chiamati a sostenere e contribuire allo sviluppo dei detenuti, ricoprendo spesso il ruolo di promotori, garanti e difensori dei detenuti, dei loro diritti e libertà fondamentali.

La vera domanda da porsi in questo caso è perché, in uno Stato laico come il nostro, il cappellano, rappresentante ultimo della religione cattolica, abbia un ruolo di tale importanza. Forse perché nelle statistiche i professanti cattolici nelle carceri sono più di quelli delle altre religioni? O forse perché in Italia subiamo l’influenza della tradizione cattolica che ci precede?

Elisa Olivito (nota accademica italiana) suggerisce che, in uno Stato laico, l’inclusione della religione tra gli elementi del trattamento e la sua “convalida istituzionale” attraverso la presenza del cappellano non trovano alcuna giustificazione.

 

Giusto per fornire qualche numero e renderci conto realmente di quale sia il divario, possiamo affidarci agli ultimi dati pubblicati dal DAP (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria): questi contano 314 cappellani dipendenti dall’amministrazione penitenziaria distribuiti tra i circa 190 istituti penitenziari. I ministri delle altre confessioni, invece, entrano negli istituti in virtù di convenzioni apposite (come il protocollo siglato dall’Amministrazione con l’Unione delle Comunità Islamiche Italiane) o in quanto volontari, senza alcuna remunerazione e spesso su esplicita richiesta dei detenuti. Nel 13% delle carceri visitate nel corso del 2018 non c’era alcun ministro di culto diverso dal cappellano cattolico e in oltre il 22% degli istituti visitati dall’Osservatorio di Antigone nel corso del 2018 non c’era alcuno spazio dedicato ai culti non cattolici (in 19 su 85). Dai dati si evince che la normativa vigente determina la nascita di forti disuguaglianze sotto i profili dell’esercizio collettivo del culto, degli spazi adatti alla celebrazione dei riti e dell’assistenza da parte dei ministri di culto. Infatti, il culto della religione cattolica è assicurato, mentre per le altre religioni non è così, anche solo perché le altre confessioni sono soggette al vincolo di richiesta, e già per questo il diritto non è più un diritto assicurato ma diventa un diritto condizionato, quindi un diritto con uno o più limiti. Inoltre, la richiesta deve essere accettata, poi deve essere compatibile con l’ordine e la sicurezza dell’istituto e non deve essere contraria alla legge.

Tutto ciò, invece, è già dato per assunto per quanto riguarda la religione cattolica. Se invece affrontiamo la problematica degli spazi, sembra opportuno illustrare il fatto che, per l’istruzione religiosa e per le pratiche di culto, i cattolici possono servirsi, anche in assenza di ministri di culto, di “locali idonei”, mentre questi locali non sono assicurati per i praticanti delle altre religioni. Alcune prigioni, le più innovative, hanno a disposizione una moschea; nelle altre, i credenti mussulmani devono adattarsi pregando in stanza, se i compagni di cella lo permettono. Da qui nascono disuguaglianze non indifferenti, che portano a problematiche come conflitti religiosi all’interno del carcere, sconforto ed ansia.

 

Se è molto difficile dare una risposta alla domanda sul perché, in uno Stato che si definisce laico, la religione cattolica abbia dei privilegi evidenti, è comunque possibile, attraverso una proposta innovativa, cercare di trovare una soluzione alle disuguaglianze di cui soffrono i detenuti in Italia: la cappella aconfessionale, un luogo sacro aperto a tutte le religioni ma non appartenente a nessuna. Si tratta una costruzione cilindrica semplice, architettata per la prima volta da Eero Saarinen nel 1955 per il Massachusetts Institute of Technology. La cappella vuole essere, oltre che un semplice edificio religioso, un luogo di solitudine e fuga che induce a un processo di riflessione.

La cappella non confessionale dovrebbe trovarsi, idealmente, in ogni carcere al posto di quelle già esistenti. Ipoteticamente, ogni detenuto, di qualsivoglia religione, nel momento dedicato alla preghiera o alla pratica del suo culto, potrebbe usufruire di questo spazio interreligioso portando con sé gli oggetti necessari all’esercizio del proprio culto (crocifisso, Corano, Bibbia ecc.), che subito dopo lo svolgimento dovrebbe riportare in cella. Attraverso questa soluzione ogni detenuto potrebbe usufruire degli stessi spazi degli altri, senza nessun tipo di discriminazione e disuguaglianza religiosa (almeno negli spazi), avendo quindi sempre un luogo di fuga dove potersi esprimere religiosamente, senza doverlo fare necessariamente nella stessa cella in cui gli altri detenuti compiono altre azioni interferendo con il sacro momento della preghiera e della riflessione. In questo modo si raggiungerebbe un compromesso che sarebbe frutto del rispetto religioso reciproco e delle libertà altrui, al fine di arrivare ad una migliore convivenza, ma anche ad una maggiore inclusione sociale, che passo dopo passo inizierebbe a farsi forza a discapito delle disuguaglianze e della discriminazione.

 

Per saperne di più:

Anna Nardini e Iole Teresa Mucciconi (a cura di), L’esercizio della libertà religiosa in italia, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio del Segretario Generale (Ufficio Studi e Rapporti Istituzionali), 2013. 

 

Classici AD: Cappella del MIT / Eero Saarinen, in Architectural design school.

 

Corpo e anima: la libertà di culto nelle carceri italiane, Associazione Antigone.

 

Elisa Olivito, “Se la montagna non viene a Maometto”. La libertà religiosa in carcere alla prova del pluralismo e della laicità, in Costituzionalismi, 2, 2015.

 

Francesco Alicino, Prison and religion in Italy. The Italian constitutional order tested by a new“religious geography”, in Diritti Comparati, 2016.

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