30 Luglio 2018

Cosa è rimasto della verità nell’epoca dell’informazione digitale?

Viviamo – si è spesso sentito dire – nell’epoca della post-verità: questa definizione tanto accattivante quanto evanescente ha riempito le pagine dei giornali e infervorato talk show e  dibattiti politici. Quella verità di cui hanno discusso i più eminenti pensatori sin dai tempi di Aristotele pare sia stata ormai lasciata alle spalle. Ma quand’è che è passata di moda?

 

La questione va certamente oltre una manciata di fake news e qualche inaspettato risultato elettorale. Che nella nostra epoca sia diffusa una sensazione di profonda discontinuità rispetto ad un qualche passato è un dato di fatto. Dal postmoderno della seconda metà del secolo, all’attuale post-verità, si sente la necessità di definire il presente come “superamento di”, che sia un momento storico-culturale come la modernità o un concetto come la verità, piuttosto che come un tempo avente statuto semantico e ontologico proprio. Si tratta di qualcosa di più di un cambiamento sociale, economico o politico: è quella che il sociologo tedesco Ulrich Beck ha definito «metamorfosi del mondo», ossia un cambiamento dell’orizzonte di riferimento, una crisi delle certezze della società nel suo complesso e del modo stesso dei suoi membri di «essere nel mondo» e «vedere il mondo».

 

Ma partiamo dalle definizioni. Gli Oxford Dictionaries – che hanno proclamato l’aggettivo post-truth parola dell’anno nel 2016 – ne danno come definizione precisa: «che denota circostanza in cui i fatti oggettivi sono meno rilevanti nel foggiare l’opinione pubblica rispetto ad appelli alle emozioni o a credenze soggettive».

 

A ben riflettere non sembra esserci alcunché di rivoluzionario: l’appello alle emozioni è da lungo tempo tra i più potenti espedienti della propaganda politica come della pubblicità, e l’opinione pubblica, checché ne vogliano i più intransigenti sostenitori della legge della maggioranza, è strutturalmente fondata su opinioni e credenze personali e non è mai stata detentrice di una conoscenza superiore. D’altra parte sembra riduttivo imputare lo stato delle cose attuale al fatto che il web abbia esacerbato il potenziale distruttivo di un altisonante analfabetismo funzionale. O ancora additarne come causa la resilienza delle conoscenze intuitive rispetto all’affermazione di quella scientifica (le «naive theories» di cui ha scritto per il grande pubblico lo psicologo Andrew Shtulman in Scienceblind ). Devono esserci quindi ulteriori e più profonde fratture che hanno determinato la percezione di un’epoca della post-verità.

 

In primo luogo, un elemento fondamentale per comprendere la questione è l’attuale metamorfosi della comunicazione, dei mezzi e dei modi attraverso cui avviene. La digitalizzazione cui abbiamo assistito negli ultimi anni – attraverso la trasformazione di internet in un fenomeno di massa e poi globale – non è un mero cambiamento del medium , come può essere stata l’introduzione della radio o della televisione. In quel caso la struttura fondamentale attraverso cui si trasmetteva l’informazione rimaneva grossomodo uguale a quella delle rappresentazioni teatrali dell’antica Grecia: un attore che comunica ad (non con , è da specificare l’unidirezionalità) un pubblico. L’esistenza di una quarta parete è in questo caso lampante, inoppugnabile. Internet invece rende labile il confine tra attore e pubblico, fa del consumatore di informazione al contempo un nuovo produttore.

 

Il concetto di meme è un esempio chiarificatore di questa commistione dei ruoli. Introdotto nel 1976 dal biologo Richard Dawkins nel saggio The Selfish Gene, è definito come «singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro». Andando oltre le diverse critiche sul piano scientifico, il termine meme è passato ad indicare un contenuto sulla rete - un’immagine, una frase o un video, solitamente di natura umoristica – realizzato in maniera approssimativa ma caratteristica, che ottiene influenza attraverso la reiterazione su larga scala. In questa prospettiva si sposta l’attenzione dall’attore dell’informazione al contenuto elementare: non è importante chi crea l’informazione, ma il messaggio in sé, anzi più precisamente la sua diffusione: non si tratta di una mera diffusione virale dei contenuti, ma di una “ri-produzione” attiva di un concetto o formula elementare in una cascata di varianti. Pur se in diversa forma, le modalità di reiterazione del meme si riscontrano in altri ambiti della comunicazione, persino nell’informazione giornalistica, la cui configurazione gerarchica tradizionale è stata scardinata da una sorta di giornalismo memetico. La notizia diventa una sorta di variazione su un canovaccio interpretativo – che può essere il presunto nepotismo dell’ex-presidente della camera piuttosto che gli effetti collaterali delle vaccinazioni –, sulla base del quale proliferano “nuove notizie” che potenzialmente chiunque può produrre e diffondere. Una possibile implicazione di questo processo è che veridicità si trasformi da attributo (quantomeno presunto) fondante in qualità collaterale della notizia, definito a posteriori rispetto alla “viralità” e in maniera indipendente rispetto alle fonti.

In secondo luogo, la metamorfosi riguarda le modalità della comunicazione. Jean Baudrillard , tra i maggiori intellettuali francesi contemporanei, ne scriveva in questi termini: «si è in balìa di una ritrasmissione istantanea di tutti i fatti e di tutti i gesti su qualsiasi canale. Un tempo avremmo vissuto ciò come un controllo poliziesco. Oggi lo viviamo come una promozione pubblicitaria». Era ancora il 1995 quando uscì il saggio da cui è tratta questa citazione, Il delitto perfetto . Non esistevano Facebook, Twitter, Instagram e neppure gli smartphone, eppure qualcuno già avvertiva chiaramente le implicazioni del «Tempo Reale», la prossimità oggi praticamente istantanea – si pensi che il venturo 5G avrà una latenza, il tempo di elaborazione di un input in output, di massimo 4 millisecondi – dell’evento rispetto al suo doppio nell’informazione.

 

In altri termini l’evento viene replicato in contemporanea al suo svolgimento, si azzera la separazione tra realtà e riproduzione al punto che, scrive ancora Baudrillard, «la compulsione interattiva non rispetta né il tempo né il ritmo dello scambio e congiunge nella stessa operazione l’inseminazione artificiale e l’eiaculazione precoce». Se una considerevole parte degli eventi del mondo tangibile viene trasformata in simultanea in numeri e immagini – dalle notizie dei telegiornali, alle foto dei social network, all’inimmaginabile ammasso di dati accumulati a fini pubblicitari o di “sicurezza” - come è possibile distinguere le informazioni? La conseguenza paradossale di questa estrema luminescenza di schermi è la cecità.

 

Effetto di questa traduzione continua in dati, che rimbalzano da un nodo della rete all’altro senza essere propriamente assorbiti, senza lasciare il tempo al pensiero di svilupparsi, è la progressiva coincidenza tra verità e esistenza nella rappresentazione: dal momento che tutto passa attraverso la riproduzione informatica, nulla è vero al di fuori di essa. E qui entra in gioco un altro aspetto della questione, di cui hanno scritto alcuni anni fa Moore e Selchow nei loro studi sulla Global Civil Society : poiché l’arena digitale si è trasformata da canale d’informazione tra gli altri in spazio topico del dibattito pubblico, politico ma anche scientifico – si pensi all’esplosione delle polemiche sulle vaccinazioni – si rimette in discussione la distinzione tra online e offline . Se ciò che avviene online ha possibilità di condizionare e la forza di agire sul mondo “reale”, occorre prendere atto di come queste due dimensioni siano interconnesse, non solo dal punto di vista analitico: internet è parte fondante del processo d’interazione che costituisce la politica come l’economia e che plasma la società.

 

Esasperando i toni si potrebbe dire che la post-verità sembra essere manifestazione particolare di questa complessa iper-realizzazione del mondo o, riarrangiando la fortunata formula da cui siamo partiti, di una più drastica “post-realtà”, in cui l’anarchia e l’immediatezza della informazione rendono superflua la verità stessa e la società sembra destinata ad annullarsi nella sua continua auto-rappresentazione. Ragionando più pacatamente, invece pare ci troviamo nel bel mezzo di una metamorfosi che non siamo in grado di comprendere a pieno e che rimette in discussione la nostra percezione e i nostri canoni di verità. In ogni caso è meglio rimanere con il beneficio del dubbio. Del resto, citando ancora una volta Baudrillard: «l’intelligenza non è nient’altro che il presentimento dell’illusione universale, persino nella passione amorosa, senza che questa tuttavia risulti alterata nel suo movimento naturale».

 

 

Per saperne di più:

Riguardo l’ipotesi dell’iper-realizzazione e le implicazioni del Tempo Reale, si rimanda al già citato saggio Jean Baudrillard, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996; Per un’idea più completa circa la teoria della metamorfosi di veda Ulrich Beck, La metamorfosi del mondo, Laterza, Bari 2017; Infine per un’analisi del concetto di meme e della sua diffusione in rete Limor Shifman, Memes in Digital Culture, MIT Press, 2013.

 

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