17 Settembre 2018

«L'eterno ritorno» del simile?

 Un fenomeno che si ripete ciclicamente è, in generale, quello migratorio - l’uomo è da sempre migrante - e, in particolare, quello della percezione che si ha nelle società riceventi dei soggetti migranti, contrapposto alla realtà effettuale della loro condizione. Il modo di percepire la vita ed il lavoro degli immigrati, nonché la realtà della loro condizioni, non si ripetono completamente uguali a se stessi nel tempo. Per studiare tali differenze, ai fini di rendere questo articolo più concreto, si analizzerà il XX secolo.

 

Anzitutto, a cambiare è stata la realtà delle migrazioni. Per quanto riguarda la direzione dei flussi, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale questi erano precipuamente dall’Europa alle Americhe, poi con gli episodi bellici e i totalitarismi, i regimi politici europei iniziarono ad ostacolare tali movimenti, che erano però l’unica salvezza per i dissidenti. Con il periodo della ricostruzione il tasso delle migrazioni verso l’Europa aumentò molto, tendenza che si perpetuò con il decollo economico, che fece sì che moltissimi lasciassero paesi ex-coloniali per giungere nelle ex-madrepatrie. Come osserva Ambrosini, dagli anni ’70 ha avuto inizio in Europa la chiusura ufficiale delle frontiere per l’immigrazione per lavoro, tuttavia i flussi sono continuati a ritmi elevati; dagli anni ’80 è divenuta meta di immigrazione anche l’Europa meridionale, e dal 1989 si è inaugurata la partenza dall’Europa orientale. Storicamente, i profili dei migranti sono simili: si scappa da una condizione di disagio. Tuttavia esistono delle differenze: mentre le migrazioni verso le Americhe di inizio secolo erano per rifuggire dalla povertà, i flussi contemporanei verso l’Occidente, se provenienti da Africa o Medio Oriente, sono in misura consistente per salvarsi dalle guerre. Inoltre, il volume odierno degli spostamenti è incrementato rispetto al passato a causa della maggiore interconnessione globale e della maggiore richiesta di lavoratori a basso costo dovuta allo sviluppo del capitalismo.

 

Il periodo attuale presenta molte analogie con quello scorso anche per quanto riguarda la percezione dei migranti: le modalità di ricezione societale nel luogo di arrivo sono state – e sono anche oggi – intrise di pregiudizi e discriminazioni, che etichettano l’immigrato come elemento disturbante. Nei decenni passati, quando ad emigrare erano gli europei, nelle Americhe questi erano vittime di pregiudizi e mancata inclusione sociale. Oggi, essendo i soggetti in movimento spesso di colore, le discriminazioni contro i migranti vanno ad intrecciarsi, fino a coincidere, con fenomeni di razzismo. Tuttavia, le pratiche di non inclusione basate sul colore della pelle, sebbene oggi fondate su un dato più evidente – l’oggettiva pigmentazione scura –, erano diffuse anche in passato. Nelle Americhe gli irlandesi erano infatti detti «i negri d’Europa» e gli italiani «discendenti dei saraceni», più simili morfologicamente agli africani che agli altri uomini bianchi: seguendo l’interpretazione di Ambrosini possiamo pertanto definire il colore della pelle come uno status acquisito – ovvero costruito nel tempo – anziché ascritto, ossia determinato dalla nascita.

 

Si può però parlare di una continua ripetizione di categorie simili anche per quanto riguarda la percezione dei migranti, poiché il razzismo verso tali soggetti è declinato in maniera diversa prima della Seconda guerra mondiale e dopo la medesima. Difatti, mentre antecedentemente esso si delineava come pratica di esclusione sociale, in quanto, in base alla pigmentazione cutanea si credeva all’esistenza scientifica di gerarchie dell’umanità, dopo il secondo episodio bellico di scala mondiale si è diffuso il razzismo differenzialista, i cui principali bersagli sono gli immigrati nei paesi occidentali. Tale declinazione del pregiudizio prende le mosse dagli argomenti dell’antirazzismo, ovvero l’elogio delle differenze che popolano le varie etnie, per inquadrarle però in categorie rigide, stantie, dalle quali – secondo Ambrosini – è impossibile uscire. In tal senso, egli sostiene la prospettiva strutturalista: gli immigrati, a causa della struttura della società, sono destinati ad occupare le posizioni subordinate.

 

Ciò che si pensa dei migranti va spesso a cozzare con la realtà. «Gli immigrati ci rubano il lavoro!», questo è uno dei luoghi comuni che da sempre serpeggia in ambienti delle più disparate estrazioni sociali. La realtà effettuale si discosta però da tale affermazione, in quanto, affinché ci sia qualcuno che ottenga un lavoro e qualcuno a cui sia sottratto, si necessita di una competizione per la medesima posizione occupazionale. Per quanto riguarda le professioni che vanno a rivestire gli immigrati, l’ammontare dei candidati concorrenti nativi è quasi nullo, in quanto, data la poca appetibilità di tali impieghi da un punto di vista di fatica e di remunerazione, non sono ambiti. I migranti di ogni epoca storica, fatta eccezione gli esponenti delle skilled migrations, vengono impiegati nelle professioni che i nativi non vogliono più rivestire, in quanto lavori delle cosiddette «5 P»: pesanti, precari, pericolosi, poco pagati, penalizzati socialmente secondo la definizione di Ambrosini. Così, come sostiene Piore nella sua «teoria del dualismo del mercato del lavoro», vanno a rivestire il segmento del mercato professionale insicuro e instabile. Tali occupazioni non sono più desiderate dagli italiani che, di fatto, le abbandonano, causando il fenomeno della successione ecologica: quando gli ultimi lavoratori italiani rimasti in un determinato settore vanno in pensione oppure lasciano il lavoro, sono gli immigrati a continuare tali attività, necessarie alla società.

 

«Nessuno li ha chiamati, se ne tornino a casa!», urlano spesso le voci dell’opinione pubblica nelle case e per le strade. In realtà un attore che da sempre li recluta esiste: il mercato. Il capitalismo ha infatti fame di lavoro a basso costo, per cui il sistema preferisce impiegare lavoratori immigrati con poche tutele. Secondo la teoria dell’attrazione della domanda, infatti, i datori di lavoro cercano occupati con meno potere contrattuale degli autoctoni, così da pagarli meno, avallando in tal modo la tesi dell’«esercito industriale di riserva» di stampo marxiano. Inoltre, il mercato del lavoro necessita lavoro immigrato, soprattutto per quanto riguarda le occupazioni stagionali, è per questo che la legislazione odierna di molti stati europei prevede l’entrata di alcuni lavoratori immigrati, soprattutto nel settore della raccolta della frutta e della verdura e in quello del turismo per un determinato periodo di tempo, ossia per la stagione per cui si necessita la loro prestazione lavorativa, alla scadenza della quale questi devono abbandonare il paese ricevente, ponendo in essere una migrazione circolare.

 

La concorrenza per le stesse occupazioni in realtà si verifica, in ogni epoca storica, tra nativi e figli di immigrati o immigrati di seconda generazione. Questi ultimi nascono in un paese diverso dal loro paese di origine, oppure vi si trasferiscono quando, ancora piccoli, non hanno completato il processo di scolarizzazione e socializzazione. Essi pertanto tendono ad assimilarsi ai loro coetanei nativi, viene loro fornita la stessa istruzione rispetto agli autoctoni, per cui aspirano alle stesse professioni di questi ultimi, qualificate e remunerative. Negli stati che riconoscono lo ius soli - ovvero che prevedono l’accesso alla cittadinanza per il fatto di nascere nel territorio nazionale - i figli degli immigrati nati nel paese di destinazione non rappresentano, almeno formalmente, dei competitori dei nativi, poiché appartengono allo stesso Stato ed entrambi i gruppi ne sono cittadini allo stesso modo.

 

Lo stesso discorso dovrebbe valere per coloro che, in stati che contemplano lo ius sanguinis – la cittadinanza in quanto figli di genitori con la stessa nazionalità – fanno richiesta della cittadinanza dopo gli anni di permanenza stabiliti dalla legislazione nazionale. Inoltre, il fatto che tanto i figli degli immigrati quanto i nativi aspirino alle stesse occupazioni ben remunerate ed altamente qualificate rappresenta da tempo immemore un’esternalità positiva per la società, in primis in quanto si instaura una competizione basata sulla meritocrazia, che dovrebbe portare ad un’allocazione migliore delle risorse. Inoltre anche poiché la presenza dei figli degli immigrati abbassa l’età media della popolazione; ciò è ottimo per i paesi occidentali che patiscono oggi la penuria di giovani e l’innalzamento dell’età media.

 

Esseri umani accomunati da motivi simili che li spingono a partire, da sempre discriminati in base al colore della pelle o all’appartenenza alla loro etnia, che svolgono storicamente lavori simili, accomunati dalle poche tutele e la bassa qualificazione, etichettati come soggetti che “rubano il lavoro” ai nativi, che nessuno ha voluto, i migranti del passato e del presente hanno in comune il modo di venir percepiti dalla società ricevente e la realtà delle loro condizioni, salvo qualche differenza. Pertanto, sembra quasi che realtà e percezione di tali soggetti si delineino come categorie fisse nel tempo, destinate a ripetersi in modo circolare, onde del mare che si infrangono sullo scoglio della storia. Il segmento della retta di quest’ultima finora è stato caratterizzato da tale binomio, che però si è evoluto e si sta evolvendo, producendo possibilità inedite. Sta agli odierni cittadini del mondo fare in modo che da qui in avanti le cose cambino.

 

Ma cosa fare nella pratica quotidiana? Occorre anzitutto prendere coscienza del fatto che le migrazioni sono un fenomeno atavico, procurandosi la conoscenza storica necessaria acciocché gli abitanti dei paesi del Nord del mondo siano consapevoli del fatto che, fino a qualche decennio fa, erano gli appartenenti alle loro comunità ad emigrare. Solo così, tramite la memoria del passato e la lettura critica dello stesso, ci si può disancorare dal finora sempiterno divario tra realtà e percezione dei migranti, affinché le due categorie finiscano per coincidere. Da ciò derivano delle responsabilità di inclusione ed integrazione, in virtù del riconoscimento nei nuovi arrivati dei propri progenitori, dell’umanità nella disumanità del dover lasciare la propria terra spesso sotto costrizione, nonché dei doveri di pressione politica affinché i governi pongano in essere politiche adeguate di inclusione dei migranti e di contrasto all’immigrazione irregolare.

 

 

Per saperne di più:

Per una visione di insieme e un approfondimento del tema, si consigliano due volumi di Maurizio Ambrosini: Immigrazione irregolare e welfare invisibile, il Mulino, Bologna, 2013 e Sociologia delle migrazioni, seconda ed. il Mulino, Bologna, 2011.

 

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