15 novembre 2021

Pubblico e privato nella produzione sementiera

Dalla contesa tra miglioramento genetico pubblico e privato ai semi come «comune»

 

Nel corso di una ricerca sul valore della produzione sementiera, mi è capitato di chiedermi se il mio interesse, orientato verso le autoproduzioni e le reti di scambio contadine (locali, ça va sans dire), non sia in qualche modo figlio del suo tempo, nell’epoca della a volte stigmatizzata “frammentazione delle grandi verità storiche”. Se avessi compiuto questa ricerca nel secolo scorso, ho pensato, forse mi sarei interessato in modo più “sovietico” al ruolo pubblico, statale, nella grande produzione industriale.

 

Forse questa ipotesi ha qualcosa di vero: sia la produzione sementiera, sia la ricerca anche sociale che la riguarda hanno vissuto la dialettica pubblico-privato più intensamente tra Otto e Novecento, quando la sapienza sementiera contadina era sempre più scoraggiata e marginalizzata in Europa e negli USA; in seguito, col predominio del privato, lo smantellamento e il definanziamento del miglioramento genetico pubblico, oggi in fase molto avanzata, la questione delle sementi delle reti contadine locali sta riacquisendo popolarità in queste stesse regioni del mondo . In questo quadro, la dialettica proprietaria non è più tra pubblico e privato, includendo la “terza” categoria del comune; e, forse, si sposta proprio dal piano della proprietà a un piano più radicale della produzione come nodo rispondente ai bisogni economici, ecologici e di cura di una comunità, di cui la proprietà non è che un aspetto minore.

 

Per le persone che non si sono mai occupate di sementi è necessario sapere che nella produzione agricola non basta raccogliere i semi di qualunque frutto raccolto e ripiantarli: i semi devono essere scelti, cioè selezionati, in base ai criteri adeguati alle esigenze umane. La nascita dell’agricoltura è in un certo senso legata proprio alla selezione delle piante, per esempio, dal sapore più dolce, coi frutti più grossi, che tendono a trattenere il seme anziché disperderlo, che maturano uniformemente… ecc. Così come questa narrazione standard sull’origine dell’agricoltura è piuttosto onnipresente nei manuali, e come si potrebbe pontificare su versi di Virgilio che biasima i disastri causati dalla mancata selezione (Georgiche, I, 197-203), “l’antica selezione umana” è tutto fuorché politicamente neutra e non capitalizzabile: la citazione di Virgilio, ad esempio, è riportata in un discorso pubblico della giovane Società bolognese Produttori Sementi del 1918. Chi sostiene gli OGM, poi, si affretta a notare che questo è esattamente un intervento sulla genetica delle piante, semplicemente meno efficace (si veda ad esempio Michele Morgante, 2020, I semi del futuro: dieci lezioni di genetica delle piante), ma utilizzabile anche nel business dei “semi antichi”.

 

Sommariamente, si può dire che la selezione delle sementi, come materiale di riproduzione vegetale, è stata trasformata dall’affermazione della genetica. Nel 1813 Patrick Shirref, proprietario terriero scozzese, conservò i semi di una singola spiga di frumento sopravvissuta a un inverno molto rigido e la moltiplicò come varietà per la vendita; a metà secolo, Louis de Vilmorin,  proprietario di una ditta botanica parigina gestita dalla sua famiglia fin dalla fondazione nel 1743,  che commerciava anche semi, fece importanti osservazioni sulla moltiplicazione dei semi ottenuti da singole piante per studiarne l’ereditarietà. Tutto questo parlare di “singole piante” o, in gergo, linee pure, significava una novità che sarebbe stata epocale in agricoltura. Essa si contrappone alla precedente selezione massale, che consisteva nell’ammassare i semi delle piante ritenute migliori, senza separarle e anzi mescolandole. A fine secolo la riscoperta delle leggi di Mendel permise di interpretare questi fenomeni in termini genetici.

 

Chi selezionava singole piante di specie autogame (cioè che producono i semi avendo sul fiore sia gli organi maschili sia femminili: quasi tutti i cereali e i pomodori) aveva il vantaggio di poter isolare alcuni tratti genetici, come appunto la resistenza al freddo, o una maggiore produttività, e conservarla nella totalità della prole, cosa che non sarebbe stata garantita se la pianta si fosse incrociata con altre e mescolata in una popolazione eterogenea.

 

Shirref e Vilmorin erano imprenditori privati; così anche Hallett, in Inghilterra, che sempre a metà Ottocento selezionò linee pure di orzo e, come lui stesso scrisse nel bollettino pubblicitario, non potendolo brevettare in quanto materia vivente e non macchina, le “protesse” col marchio di fabbrica. A fine secolo, anche alcune ditte sementiere del sud della Svezia si unirono a Svalöf e iniziarono a commerciare semi di grano tenero selezionati per linee pure. Compagnie private che miglioravano geneticamente le sementi e le rivendevano aprirono in tutta Europa. La Società cooperativa bolognese produttori sementi aprì nel 1911, sulla spinta del professore-imprenditore Francesco Todaro e della Cassa di risparmio bolognese (per la storia della Società si veda Emanuele Felice, La Società Produttori Sementi (1911-2002): Ricerca scientifica e organizzazione d’impresa). Le persone responsabili della selezione dei semi erano dette breeder in inglese e “costitutori” o “selezionatori” in italiano, anche se oggi in italiano colloquiale, e nel seguito di questo articolo, è usato quasi esclusivamente breeder.

 

Agli esordi privati di questo commercio si accompagnò un forte interesse pubblico. Come ricostruito dal sociologo Jack Kloppenburg nel libro, non tradotto in italiano, First the Seed: the Political Economy of Plant Biotechnology, negli Stati Uniti l’US Department of Agriculture (USDA) si avvalse tra Otto e Novecento di breeder stipendiati dallo stato per selezionare varietà più redditizie per chi coltivava, di cui distribuiva gratuitamente le sementi con grande rabbia delle ditte sementiere. Anche in Italia alcuni importanti istituti pubblici iniziarono a svolgere attività di breeding, tra cui l’Istituto Nazionale di Genetica per la Cerealicoltura di Roma, che dagli anni Dieci si avvalse di Nazario Strampelli , il quale selezionò moltissime varietà di frumento, da cui, a loro volta, sono state selezionate molte delle varietà che si coltivano oggi.

 

L’etica del breeding è fortemente influenzata dalla forma proprietaria, perché se il fine è il guadagno tramite commercio, c’è l’interesse a commerciare numerose “nuove” varietà che potrebbero non differire in molto da quelle già circolanti. Inoltre, c’è un indubbio interesse nel valorizzare soprattutto l’aspetto genetico delle varietà commerciate, quando le prestazioni di un seme dipendono solo in parte, benché in modo importante, dalla genetica, ma altrettanto anche dai fattori ambientali e di coltivazione, problematica discussa da vari studi.

 

Comunque, le sementi commerciali hanno trionfato, considerato che è molto raro che le aziende agricole oggi conservino le proprie sementi. Non esistono statistiche ufficiali, appunto anche perché la pratica del riutilizzo delle sementi è considerata estremamente residuale. Ciò è stato possibile anche grazie all’adozione dei semi ibridi, una tecnologia con cui a chi coltivava è stato detto e insegnato che non potevano conservare i semi.

 

I semi ibridi non sono semi vagamente mescolati ed eterogenei, non sono OGM e non fanno male per le informazioni contenute nel loro DNA. I semi ibridi sono l’incrocio di due linee pure scelte da un(a) breeder. Sono stati immessi sul mercato statunitense negli anni Dieci osservando che alcuni incroci tra linee pure risultavano molto produttivi (fenomeno chiamato eterosi), ed entro gli anni Trenta erano molto diffusi nei campi statunitensi, mentre in Europa si sono affermati solo dopo la seconda guerra mondiale. Essendo incroci di due linee pure, per le leggi di Mendel i semi ibridi manifestano per un quarto i caratteri recessivi nella seconda generazione per ogni singolo carattere, quindi sono molto instabili. Perciò, se si vuole avere ogni anno lo stesso raccolto è necessario riacquistare il seme da chi produce l’ibrido.

 

Anche qui le dinamiche proprietarie sono fondamentali, perché sarebbe stato possibile sfruttare l’eterosi in altri modi, ad esempio selezionando e incrociando individui all’interno di popolazioni (cioè non linee pure) coltivate direttamente nei campi contadini, come oggi, con le dovute distinzioni, i genetisti Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando sono tornati a proporre in seguito al loro lavoro all’ICARDA, in Siria. Negli USA degli anni Dieci e Venti si scelse di non percorrere questa strada e, nonostante alcuni breeder pubblici si fossero dichiarati contrari all’uso degli ibridi, la ricerca si concentrò su questi, fino al loro trionfo sul mercato. Grazie agli ibridi, e per loro stessa ammissione, le ditte sementiere si “assicurano” che chi coltiva riacquisti il seme ogni anno.

Miglio incappucciato per assicurarne l’autoimpollinazione in campi di produzione di seme dell’ICRISAT, istituzione “sorella” dell’ICARDA. Patancheru, India. Foto di Rick Schuiling (TopCrop), Creative Commons Attribution-Share Alike https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/deed.en

Con le popolazioni e con le linee pure, al contrario, la risemina garantisce a chi coltiva di preservare raccolti piuttosto stabili, sempre purché avvenga una attenta selezione di ciò che si risemina. Gli USA e gli stati europei hanno smesso di investire nel breeding pubblico. Nella ricerca ho intervistato due breeder, due ricercatori pubblici, un professore universitario e un funzionario dell’ente certificatore delle sementi italiane: tutti confermano che il pubblico, in Italia, non svolge più breeding, nonostante da esso si fossero ottenuti grandi successi, come le citate varietà di Strampelli. Quasi tutte le persone intervistate concordano che gli investimenti per un breeding pubblico sarebbero eccessivi, e che sia meglio riservare alla ricerca pubblica le attività di pre-breeding o di “ricerca di base”, da cui il breeding può attingere preziose indicazioni di partenza.

 

Ciò significa sgravare e incentivare la ricerca privata attraverso quella pubblica, fatto salvo che i guadagni derivanti dal breeding non rientrano al pubblico ma aumentano il capitale delle ditte sementiere. Le persone intervistate concordano con questa interpretazione, ma quasi tutte ritengono che i prodotti del breeding vadano comunque a vantaggio della collettività attraverso prodotti redditizi e abbondanti. È vero che le varietà migliorate contribuiscono a migliorare i raccolti così come i breeder privati sono sinceri nel loro desiderio di sviluppare varietà funzionanti per chi coltiva, ma se il breeding privato contribuisca sistematicamente al bene pubblico è discutibile. Uno dei ricercatori racconta di aver lasciato l’Italia negli anni Novanta perché si chiedeva il senso di migliorare geneticamente delle varietà per renderle più produttive, quando i prodotti erano successivamente distrutti deliberatamente ai fini delle campagne di sostegno dei prezzi dell’Unione Europea.

 

Rimettendo al centro i bisogni economici contadini e il bisogno di biodiversità che linee troppo pure e ibridi hanno ridotto drasticamente, movimenti politici in ogni continente (a solo titolo esemplificativo, Navdanaya da Vandana Shiva in India, Kokopelli e la Réseau Semences Paysannes in Francia, Civiltà Contadina, Rete Semi Rurali, Rete dei Semi della Sardegna, genuino clandestino e Coltivare Condividendo in Italia) rivendicano l’uso di sementi contadine e sostengono che i semi siano un comune. Da un lato non un bene pubblico perché non di proprietà dello stato, ma nemmeno un bene comune perché, nella narrazione di questi gruppi, bene implica un qualcosa di circoscritto suscettibile di essere appropriato e trasferito. Diversi contadini italiani e francesi con cui ho parlato, invece, parlano dei semi come di un patrimonio non circoscritto, come il sole, l’aria o l’acqua, che non è di proprietà alcuna e che deve essere difeso e gestito dalle comunità.

 

 

Per saperne di più:

Queste sementi contadine comuni, però, pur circolando in alcune comunità rurali, faticano a riaffermarsi anche nei campi della piccola produzione biologica. Uno dei motivi è che fatica a riaffermarsi la selezione contadina stessa, che a sua volta, in questo modo, esula da un breeding privato o pubblico e si configura come una ricerca partecipativa, come un sapere comune da riacquisire, purché generi un reddito e una filiera dignitosi. L’unica premessa possibile è davvero un cambio sistemico nella produzione: l’alternativa è continuare ad affidarsi alla grande produzione industriale e privata. Per saperne di più, oltre alla avvincente, benché in inglese, opera di Kloppenburg, chi legge in italiano potrà beneficiare del lavoro divulgativo di Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando Seminare il futuro: perché coltivare la biodiversità?, 2019,  nonché gli altri libri citati nell’articolo.

 

 

Immagine di ulleo da Pixabay - libera per usi commerciali

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