30 aprile 2021

Un tuffo dentro e oltre il patriarcato: l'esperienza dei Moso, la società senza mariti

La legge dei padri, il patriarcato, sembra essere un elemento costitutivo della nostra società. Se l’esistenza della società si fa coincidere con l’esistenza del patriarcato, sembra che la legge dei padri esprima una più ampia e generale legge naturale secondo la quale gli uomini adulti sarebbero legittimati a detenere il potere per esercitarlo su donne, bambini e identità altre che rappresenterebbe oggetti del dominio maschile. La giustificazione di questo squilibrio di potere è stata ricercata, in primis, attraverso spiegazioni di carattere fisico: le donne sono tendenzialmente più esili e con minor massa muscolare rispetto agli uomini e, secondo interpretazioni di questo tipo, la maggior debolezza fisica delle donne le avrebbe indotte a ricercare la protezione maschile e, in cambio, avrebbero barattato la propria libertà. Le donne, per proteggere la propria vita, avrebbero quindi stipulato un contratto di soggezione verso gli uomini diventando “schiave” di un “padrone” maschile. Un’interpretazione di questo tipo è fornita da Thomas Hobbes, il quale interpreta in questi termini il sorgere di una giurisdizione paterna. Tale approccio, tuttavia, è contestata dalla teorica politica Carole Pateman che accusa Hobbes di aver dato per scontata l’esistenza del patriarcato legittimandolo. Secondo il contrattualista, la subordinazione femminile sarebbe stata una libera scelta sancita attraverso un patto tra i sessi.

 

L’origine della diseguaglianza risiederebbe dunque nei corpi, ma una simile spiegazione è sufficiente?  Nel saggio Il rapporto tra i sessi, il sociologo Erving Goffman sottolinea come tali differenze, come ad esempio l’ossatura o la muscolatura, non siano sufficienti a spiegare le conseguenze sociali tra donne e uomini., Il dato biologico sarebbe  stato strumentalizzato col fine di giustificare la disparità esistente.

La divisione tra i sessi sembra rientrare nell’ordine delle cose, come si dice talvolta per parlare di ciò che è normale, naturale, al punto da sembrare inevitabile. Essa è presente, allo stato oggettivato, nelle cose (per esempio nella casa, le cui parti sono “sessuate”), in tutto il mondo sociale e, allo stato incorporato, nei corpi, negli habitus degli agenti, dove funziona come sistema di schemi, di percezione, di pensiero e d’azione. […] La forza dell’ordine maschile si misura dal fatto che non deve giustificarsi: la visione androcentrica si impone in quanto neutra e non ha bisogno di enunciarsi in discorsi miranti a legittimarla

come enfatizza il sociologo Pierre Bourdieu.

 

È utile, quindi, interrogarsi sull’origine di tale diseguaglianza e capire quali siano state le precondizioni materiali alla base del dominio maschile. Il suddetto archè potrebbe essere rintracciato nel passaggio storico che vide le popolazioni di cacciatori-raccoglitori abbandonare uno stile di vita nomade a favore di una maggiore stanzialità dedicandosi all’agricoltura e all’allevamento. Le trinù nomadi erano preoccupata principalmente della propria sussistenza e tra loro vigeva un sistema economico di auto-consumo. Queste caratteristiche materiali resero la maternità un fenomeno non centrale all’interno del sistema sociale. Con la fine dell’ultima glaciazione e il conseguente inizio dell’Olocene si realizzò un’inedita stabilizzazione climatica, la quale favorì la crescita del benessere materiale poiché rese l’ambiente più adatto alla crescita delle piante e alla sopravvivenza del bestiame. Queste ultime trasformazioni furono fondamentali per l’affermarsi dell’agricoltura e dell’allevamento, che divennero le colonne portanti del nuovo sistema economico. L’agricoltura garantiva una maggiore disponibilità di cibo rispetto alla semplice raccolta di vegetali cresciuti spontaneamente, mentre l’allevamento implicava un minore rischio per la propria incolumità rispetto all’attività della caccia. Tali vantaggi spinsero le popolazioni nomadi a diventare sempre più stanziali e con questo passaggio si assistette all’abbandono dell’economia di sussistenza. La domesticazione di piante e animali si accompagnò, infatti, ad un maggior accumulo di risorse materiali e fu cruciale la diffusione, su scala globale, delle coltivazioni cerealicole che si prestavano particolarmente bene al meccanismo di accumulo poiché il grano è un bene che non deperisce rapidamente. Il susseguirsi di tali trasformazioni modificò il rapporto degli esseri umani col territorio in cui abitavano e con la propria stessa esistenza.  La propria ricchezza, legata alla produzione agricola, dipendeva dal territorio in cui ci si era fermati: in un preciso territorio sorgeva il proprio campo ed in quel territorio si svolgevano le proprie attività produttive. Nasce così il concetto di territorialità e di difesa del territorio dagli assalti di gruppi esterni e, con queste prerogative, si afferma il concetto di difesa della proprietà privata come fondamento della società. Il neo diritto di proprietà privata generò a sua volta il diritto di successione: ciò che si è accumulato e difeso, deve poter essere trasmesso alle nuove generazioni che a loro volta aumenteranno il volume della ricchezza ricevuta in eredità.

 

Nel contesto della neo-stanzialità la maternità acquisì un’inedita centralità sociale: per tramandare le ricchezze difese, è necessaria una linea di discendenza rappresentata dai figli. Come fa notare Simone de Beauvoir,

alla concezione delle tribù nomadi per le quali non esiste che l’istante, la comunità agricola sostituisce quella di una vita che ha le sue radici nel passato e si foggia un avvenire. […] Quando acquista il senso della proprietà del suolo, rivendica anche la proprietà della donna. […] Vuole che il lavoro familiare, utilizzato nell’agricoltura, sia totalmente suo e perciò bisogna che i lavoratori gli appartengano: a tale scopo assoggetta la moglie e i figli. Ha bisogno di eredi nei quali si prolunghi la sua vita terrena

In questo passaggio si innesterebbe il diritto politico dell’uomo sulla donna generando il contratto sessuale teorizzando da Pateman. L’autrice si riferisce all’oppressione contrattuale, alla base del regime patriarcale, con la quale gli uomini hanno preso possesso delle donne. Il contratto sessuale si esprimerebbe in diverse forme, in modo particolare attraverso il matrimonio. Il contratto coniugale, in Pateman, rappresenterebbe un modo per ottenere l'accesso sessuale al corpo delle donna e al lavoro di cura che sono obbligate a fornire in quanto mogli. La donna che stipula tale contratto non lo fa come contraente pari e dunque come individuo eguale all’uomo, ma come subalterna naturale del marito. In un contesto patriarcale il matrimonio è dunque considerato il fondamento della vita civile, come si potrebbe evincere ad esempio dal pensiero del giurista e filosofo contrattualista Samuel von Pufendorf. Lo studioso riteneva che le donne non fossero solo fisicamente inferiori ma anche mentalmente inferiori all’uomo e, in virtù del riconoscimento di tale superiorità maschile, esse accettavano la subordinazione al dominio maschile. Interpretazioni di questo tipo non fecero altro che legittimare lo status quo, sono letture tradizionalmente funzionaliste che accettano la realtà per come essa appare: la donna si presume sia inferiore all’uomo, dunque l’esistenza del dominio maschile è funzionale alla protezione della donna e la famiglia è l’istituzionale sociale che risponderebbe a tale bisogno. Ma se si provasse ad andare oltre?

 

Abbiamo spiegato come la proprietà privata ed il diritto di successione abbiano reso la maternità, intesa come esigenza di generare una linea di discendenza attraverso la procreazione, un momento centrale della vita sociale. Se la maternità è certa, ovviamente, la paternità non lo è: mater semper certa est pater numquam. Il vincolo matrimoniale, che si realizzava nei limiti della famiglia monogamo-patriarcale, garantiva agli uomini la certezza della propria discendenza di sangue e dunque il contratto coniugale rendeva certa la successione della proprietà da padre in figlio impedendo che se ne appropriassero altri. In quest’ottica, il vincolo matrimoniale aveva il compito di proteggere la proprietà privata e la ricchezza accumulata conservandola nei confini della propria cerchia familiare.

 

Cosa accadrebbe però se ribaltassimo la nostra prospettiva e ci confrontassimo con una famiglia non più emanazione del patriarcato, ma espressione di una società matrilineare? Ci ritroveremmo catapultati nella regione cinese dello Yunan, ai confini col Tibet e alle pendici dell’Himalaya. Qui troveremmo la società matriarcale dei Moso, descritta dall’antropologa Francesca Rosati Freeman nel documentario I Moso - Una società senza mariti. Nella cultura Moso il matrimonio è considerato un contratto di interessi che genera soltanto conflitti, per questa ragione non esiste e al posto delle famiglie monogamo-patriarcali troviamo delle comunità familiari in cui coabitano i discendenti della stirpe materna. In questo contesto non è la legge del padre a imporsi sulla società e suoi membri. Il potere non è organizzato in modo verticale, non è una società “comandato dalle donne in cui gli uomini sono posti ai margini della comunità”, le donne sono poste al centro del sistema sociale ma non al suo vertice quindi non godono di alcun privilegio rispetto agli uomini.

 

Ad esempio, le decisioni familiari non imposte dal capo-famiglia, bensì sono prese all’unanimità tra i componenti della comunità familiari e ogni focolaio domestico ha due capi, una donna e un uomo.

 

Nella società Moso non esiste il contratto sessuale di cui parlava Pateman: il sesso non è concepito come un momento di sopraffazione dell’uomo sulla donna ma vige, al contrario, una piena libertà sessuale svincolata dagli obblighi della monogamia. La gelosia è un sentimento socialmente stigmatizzato, il rapporto sessuale non è la traduzione fisica del possesso maschile sulle donne, esse sono libere di scegliere con quali uomini e con quanti uomini avere dei rapporti sessuali. Raggiunta la maturità sessuale, ogni ragazza ha il diritto di avere una “camera dei fiori” dove riceverà gli uomini che amerà o desidererà nel corso della sua vita. La parola “sposo” non esiste ed i partner non hanno diritti sull’altro e neppure doveri derivanti dal vincolo coniugale, mentre è centrale la pratica del consenso sia in ambito sessuale sia quando donne e uomini si consultano per prendere un qualsivoglia tipo di scelta riguardante la comunità familiare.

 

L’instaurarsi di una società egalitaria ha protetto i Mosu dallo sperimentare fenomeni come la violenza o gli abusi sessuali, pratiche che risultano essere del tutto estranee alla minoranza culturale cinese, ma anche pratiche violente come gli omicidi rappresenti eventi rarissimi.

 

Ciò che risulta interessante è che, nonostante la struttura sociale egalitaria, i ruoli di genere sono bipartiti in modo classico. Esattamente come nelle società di stampo patriarcale, anche tra i Mosu alle donne è affidata la gestione degli affari interni alla famiglia mentre gli uomini si occupano degli affari esterni e intrattengono relazioni sociali.

 

La cultura Moso oggi rischia di disgregarsi da un lato a causa delle politiche assimilazioniste condotte dal governo cinese, ma soprattutto a causa del turismo di massa che dagli anni ’90 interessa la regione. Alcune agenzie di viaggi cinesi, per incentivare l’afflusso turistico nella zona, descrivevano le donne Mosu un modo stereotipato appiattendone la cultura. Le donne erano ipersessualizzate e rappresentate come vere e proprie prostitute, l’obiettivo degli operatori turistici era quello di attirare forme di turismo sessuale. In virtù della totale libertà sessuale sperimentata dalle donne Moso, la prostituzione però non esisteva. La sessualità si esprimeva solo in termini di reciprocità, non aveva mai risposto a logiche di mercato e fare sesso non era considerato un “dovere” delle donne verso gli uomini. Il persistere del turismo di massa, che spesso si esprime appunto in termini di turismo sessuale, oggi appare uno dei principali rischi per la sopravvivenza della società matriarcale e matrilineare Moso.

 

Per saperne di più

Bourdieu P., Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano, 2015

De Beauvoir S., Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 2016

Engels F., L' origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti Univ. Press, 2019

Goffman E., Il rapporto tra i sessi, Armando, Roma, 2009

Pateman C., Il contratto sessuale. I fondamenti nascosti della società moderna, Moretti & Vitali, 2015

Scheidel W., La grande livellatrice. Violenza e diseguaglianza dalla preistoria a oggi, Il Mulino, 2019

 

Immagine da Wikimedia Commons - Immagine libera per usi commerciali

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0