21 maggio 2021

Una questione di relazioni: il passaggio da “comunità” a “società” nella Rivoluzione umanistica

Tra il XIV e il XV secolo, su spinta di intellettuali come Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, importanti studi sulle lingue e sulle letterature classiche finiscono per imporsi nel panorama nazionale, determinando un cambiamento radicale nella concezione dell’uomo non solo in quanto tale ma anche nella complessità delle sue relazioni con gli altri individui. Benché si siano sempre occupati di interpretare i testi, gli studiosi, con grande loro sorpresa, guidano e giungono alla riscoperta dei classici greci e latini: è questo il secolo dei cosiddetti studia humanitatis. Riscontrando poi un innalzamento spirituale nell’uomo, divenuto centro della costruzione dell’Umanesimo, passano direttamente da una passione per gli studi della classicità alla formulazione di una nuova concezione e visione dell’individuo, ora protagonista della sua vita, del suo tempo.

 

In un momento così cruciale, quale quello della Rivoluzione umanistica, si registra un cambiamento sia dal punto di vista culturale sia da quello sociale, sin dalla coscienza interna dell’uomo, su cui si riflettono anche gli eventi della storia con le Guerre di religione. Progressivamente, però, tale coscienza entra in crisi manifestando una frammentazione del sentire. La trasformazione, esito dello studio sull’agire civile e politico della persona, rappresenta non una causa, ma semplicemente un effetto della Rivoluzione. Essa comporta il cambiamento del modo in cui l’uomo vive e agisce all’interno di una società, tentando anche, attraverso la ripresa dei classici, una rilettura delle virtù degli antichi.

 

Si passa da un individuo “olistico” ad un individuo “egoistico”: il primo sente e concepisce il tutto (dal greco τό ὅλον) come più importante dell’ “io”, proponendosi come un altruista; mentre il secondo, che ha invece una matrice egoistica (dal greco ἐγὼ, “io”), si pone al di sopra di quel tutto ritenendosi più importante di ogni altro essere e determinante nelle scelte individuali. Alla base, nonostante questo binomio antitetico, permane la convinzione che l’individuo sia inserito in una comunità, al cui interno tende positivamente e istintivamente al legame con l’altro perché parte necessaria di un tutto. È grazie ad altri che egli vive.

 

Questo, tra l’altro, può spiegarsi anche storicamente: la coscienza olistica sarebbe, infatti,  il frutto di uno degli eventi cardine della prima metà del V secolo d.C., ossia la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.). Ad insediarsi nel vuoto di potere causato dal venir meno di una grande potenza – qual era Roma – è la Chiesa, che di fatto colma quella mancanza appena sorta. Così facendo, essa diviene costume non solo religioso ma anche sociale e guida delle relazioni con gli altri, volta ad ispirare il senso d’appartenenza ad una comunità. È intorno al XIV secolo che, in definitiva, si assiste alla frantumazione dell’attitudine olistica: l’individuo rifiuta di determinare la propria volontà sulla base di un sentimento olistico; l’uomo cambia la propria coscienza. Si riduce drasticamente la disponibilità a sacrificare sé per l’altro, divenendo un «egoista», tratto tipico – per l’appunto – dell’individualismo moderno.

 

Il passaggio dalla conservazione del tutto alla conservazione dell’io segna quello dalla comunità alla società. Comunità e società (1887): è così che si intitola l’opera di Ferdinand Tönnies, un sociologo tedesco vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, che trovò un nesso tra le due categorie, tra due diverse forme di organizzazione interindividuale. Mentre la comunità, la Gemeinschaft, si basa su legami di sangue, associazioni parentali e partecipazione spontanea alla vita politicamente attiva del luogo, la società, la Gesellschaft, è definita quale frutto di razionalità, criticismo e forza di volontà, dal momento che sono tali fattori a persuadere un cittadino ad entrar a far parte della stessa. Se la prima è definibile come il luogo delle cosiddette “affinità naturali”, la seconda è, invece, il luogo delle cosiddette “affinità elettive”. In quest’ultimo, sebbene si viva indipendentemente rispetto agli individui, è come se si fosse coinvolti in una continua competizione e tensione con gli altri. In tutto questo, cambia anche il rapporto dell’io con il sé: gli elementi istintivi hanno lasciato il posto a quelli critico-razionali. In società l’individuo sceglie liberamente di vivere con gli altri sulla base di una valutazione ponderata dei propri interessi, diventa il centro di una dimensione costituita su queste basi individualistiche e si sente costitutivo di questa.

 

Nonostante possano dar l’impressione di essere più o meno coeve nell’ambito della Rivoluzione umanistica, queste due forme organizzative sono differenti nelle loro componenti perché, come scrive Tönnies in Comunità e società, «la teoria della società riguarda una costruzione artificiale, un aggregato di esseri umani che solo superficialmente assomiglia alla comunità, nella misura in cui anche in essa gli individui vivono pacificamente gli uni accanto agli altri». Questo sembrerebbe il motivo per il quale comunità e società non costituiscono una dicotomia in toto: continuando, lo stesso Tönnies afferma anche che «mentre nella comunità gli esseri umani restano essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, nella società restano essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono». Sicuramente rappresentano un’idea concettuale, ma si può davvero sostenere che siano due facce di una medesima medaglia? Pare piuttosto che l’una sia la fase evoluta dell’altra. Infatti, se la comunità descrive un insieme di rapporti sociali, linguistici e religiosi, guidati da un’affinità naturale tra gli individui, la società pare, invece, essere improntata sul convivere in modo organizzato, e caratterizzata da una tensione verso l’altro - scaturente da un’affinità novata ed elettiva - teleologicamente orientata al soddisfacimento di interessi comuni ravvisabili nella pace e, contemporaneamente, nella paura.

 

Anche Otto Hintze, uno storico tedesco, si occupò di definire la nascita e l’evoluzione della comunità come struttura caratteristica del Medioevo. In quest’ottica, seguendo la sua teoria, essa si rivela basata su rapporti sia di famiglia sia di sangue, strutture semplici e proiettate solo all’interesse comune, alla pace interna e al corretto funzionamento degli organi interni. La comunità diventa un vero e proprio organismo biologico, in cui ogni essere vivente, in quanto vivo, diventa tutt’uno con le altre parti, senza le quali non sarebbe in grado di esprimersi completamente È come se, alla stregua di un’automobile, la comunità ammetta un corretto funzionamento dell’insieme solo quando tutti gli ingranaggi si trovino a svolgere il loro compito, nell’ottica di una stretta collaborazione e connessione tra le parti. Solo con la Rivoluzione umanistica del Quattro-Cinquecento, dunque, si coglie il passaggio dalla comunità alla società, cioè ad un insieme di persone accomunate solamente da legami elettivi, atteggiamenti egoistici e ruoli di interesse finalizzati al proprio benessere personale.

 

PER SAPERNE DI PIÙ: Per uno sguardo complessivo sulle radici dell’Umanesimo, a cavallo tra letteratura, arte e storia, consigliamo la lettura di Gian Mario Anselmi, L'età dell'Umanesimo e del Rinascimento. Le radici italiane dell'Europa moderna, Carocci editore, 2008. Si consiglia la lettura integrale dell’edizione di Maurizio Ricciardi (a cura di), Comunità e Società di F. Tönnies, Biblioteca universale Laterza, 2014 per una più estesa e scientifica trattazione sull’argomento. Al fine di approfondire il pensiero del secondo storico, Otto Hintze, si consiglia invece di leggere, seppur in lingua inglese, l’introduzione di F. Gilbert inserita in The Historical Essays of Otto Hintze, Oxford University Press, 1989.

 

Immagine da Unsplash - libera da usi commerciali

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0