1 giugno 2021

Il vento del multiculturalismo

Il riconoscimento dell’altro tra Pocahontas, Québec francese e rapporto tra Occidente e altre culture

 

«Tu credi che ogni cosa ti appartenga / La terra e ogni paese dove vai / Ma sappi invece che ogni cosa al mondo / È come te, ha uno spirito, ha un perché / Tu credi che sia giusto in questo mondo / Pensare e comportarsi come te / Ma solo se difenderai la vita / Scoprirai le tante cose che non sai», questi sono alcuni dei versi della canzone I colori del vento del film Pocahontas, uscito nel 1995. Questo film racconta una storia di incontro-scontro tra due popoli, ma anche tra due culture opposte e non per questo non conciliabili: da una parte gli inglesi, la cui spedizione nel nuovo mondo è capeggiata dal Governatore Ratcliffe, un arrampicatore sociale; dall'altra, i Powhatan, tribù indigena delle zone. Per quanto questo film sia ormai conosciuto, pochi sanno che questa principessa atipica è una figura realmente esistita – la vera Pocahontas fu una nativa americana che sposò un uomo inglese – e che porta con sé una storia di integrazione e transculturalismo.

 

La vicenda di Pocahontas mostra come ogni essere umano sia estraneo ai suoi simili, ma anche come, al contempo, ciascuno individuo danzi in un sistema di relazioni con gli altri. Derrida fa notare come la stessa parola hostis, utilizzata per definire lo straniero – concepito come l’altro da se stesso - sia polisemica: se da un lato indica “il nemico”, dall’altro si può tradurre con “ospite”. Per passare dall’inimicizia all’ospitalità dell’altro occorre una particolare relazione tra gli individui: il riconoscimento.

 

Importante è ricordare che il riconoscimento dell’altro non è sempre amichevole, ma spesso conflittuale. L’incontro-scontro tra me e gli altri da me prende forma soprattutto nella sfera del multiculturalismo, come ci mostra la storia di Pocahontas. Emblematici, in questo senso, sono anche il caso del Québec francese e quello dell’incontro tra l’Occidente e le altre culture.

 

Il Québec francese gode del riconoscimento dei propri diritti linguistici e di alcune forme di autonomia al fine di preservare la propria identità.   in qualche modo collide con la Carta canadese dei diritti fondamentali, adottata nel 1982, dal momento che quest’ultima garantisce la parità dei diritti per tutti i canadesi. Le richieste del Québec pongono un problema filosofico molto rilevante: l’adozione di scopi collettivi (nella fattispecie, la sopravvivenza della particolarità linguistica della popolazione) può giustificare limitazioni ai comportamenti individuali che ledano i diritti di coloro che si trovano sotto la giurisdizione del Québec ma non sono favoriti da questi provvedimenti o non vi si vogliono uniformare? Siamo di fronte ad una discriminazione nei loro confronti?

 

La risposta della corrente liberale, che da sempre considera i diritti individuali superiori a quelli collettivi, è molto netta: si tratta di una discriminazione ingiustificata. In particolar modo, il filosofo Ronald Dworkin distingue tra gli impegni morali procedurali (che consistono nel trattarsi reciprocamente in modo equo) e gli impegni morali sostantivi (riguardanti una visione della vita giusta), asserendo che solo i primi siano giustificati. In tal senso, una società liberale non può e non deve affermare una visione sostantiva dei fini della vita, dal momento che la dignità umana consiste nell’autonomia degli individui. Il governo del Québec violerebbe questo principio liberale asserendo che il mantenimento della cultura francese sia un bene per il paese e provando a «creare attivamente – citando il filosofo Charles Taylor – dei membri di tale comunità» che vogliano continuare a parlare francese. A parere di Taylor, la soluzione canadese non è incompatibile col liberalismo, ma solo con un tipo di liberalismo, quello che adotta un atteggiamento proceduralista. Contrariamente a questo, altri tipi di liberalismo fanno sì che lo stato «possa organizzarsi intorno a una definizione della vita buona senza per questo sminuire coloro che personalmente non condividono questa definizione». Questi modelli liberali, sostenuti da Taylor, implicano che si distingua tra libertà fondamentali uguali per tutti e impossibili da violare, e privilegi e immunità che tutelino la sopravvivenza di una certa comunità, che possano essere garantiti tutelando, al contempo, le minoranze.

 

Jurgen Habermas non condivide, invece, la posizione di Taylor, sostenendo che uno stato che promuove attivamente una visione di bene sia paternalistico, ovvero decida cosa sia meglio per i propri cittadini, senza che questi ultimi possano sceglierlo in autonomia. Questo modello di stato viola quelle che Isaiah Berlin definisce le “libertà negative” dell’individuo, ovvero la libertà di godere dei propri diritti nella sfera privata senza che lo stato interferisca imponendo una visione di bene. Secondo Habermas la tutela dei cittadini, sia da un punto di vista individuale che collettivo, si costruisce solo quando tutti e tutte partecipano al processo democratico di formazione delle leggi. Dal momento che la cittadinanza elegge i suoi rappresentanti, e questi ultimi sono gli autori delle leggi, il popolo è coinvolto nel processo decisionale.

 

Un altro rapporto di riconoscimento molto complesso è quello che intercorre tra l’Occidente e le altre culture. Taylor pone l’accento sul fatto che il liberalismo non sia un terreno di incontro neutro ma, inevitabilmente, il riflesso della cultura occidentale che lo ha partorito. Il filosofo chiede un’inversione dell’approccio tramite il quale si esaminano le culture non occidentali: anziché utilizzare i criteri della propria cultura, occorre non avere pregiudizi e partire dal presupposto che tutte le culture hanno qualcosa da dire. E’ di fondamentale importanza accostarsi alle produzioni delle altre culture presupponendo che abbiano valore, ma non che il giudizio finale debba essere che tali opere abbiano un valore uguale o superiore a quelle occidentali. Infatti, misurare l’importanza delle produzioni delle altre culture e paragonarle a quelle occidentali significherebbe utilizzare un proprio metro di giudizio; ciò che si necessita è, invece, la «fusione di orizzonti» di cui tratta Gadamer. Quest’ultima è definita da Taylor come «un orizzonte più ampio, entro il quale ciò che prima era lo sfondo, dato per scontato, dalle nostre valutazioni può essere riclassificato come una delle possibilità esistenti, insieme allo sfondo (diverso) della cultura che ci era prima estranea».

 

Pertanto, l’affermazione dello scrittore Saul Bellow, che si dice pronto a leggere le opere degli zulù quando la loro comunità produrrà un Tolstoji, è etnocentrica nella misura in cui presume che l’eccellenza debba avere il volto familiare di un Tolstoji e assume che tale popolo non abbia ancora prodotto delle opere importanti.

 

Come fare, quindi per favorire un incontro di riconoscimento costruttivo tra culture o individui diversi? Un primo modo per ospitare l’altro si ricava dagli studi di Franz Fanon, secondo i quali i colonizzatori impongono ai colonizzati l’immagine che essi hanno di questi ultimi. I colonizzati, pertanto, devono come prima cosa liberarsi di questa immagine etero-imposta. In questo contesto, si dovrebbero iniziare a conoscere, nelle scuole, autori di altre culture o membri di gruppo svantaggiati. Non da ultimo, si dovrebbero far studiare più autrici donne. In questo modo, gli studenti che si riconoscono nelle “categorie” a cui appartengono gli autori che studiano tenderanno a disfarsi dell’immagine loro imposta dalla società e saranno, finalmente, liberi e libere di esprimere appieno la loro alterità, che da esistenza altra si tramuterà in soggettività.

 

E fu questa la soggettività che animò la vera Pocahontas e suo marito, John Rolfe, uno dei primi coloni inglesi nel Nord America. Entrambi furono espressione e conferma indiscutibile di un transculturalismo che ha l'odore di uno sperato futuro: « Non distinguer dal colore della pelle / E una vita in ogni cosa scoprirai / E la terra sembrerà solo terra finché tu / Con il vento non dipingerai l'amor».

 

Per saperne di più:

Si consiglia la lettura del testo Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, di Habermas e Taylor,  edito da Feltrinelli a Milano nel 1999. Si suggerisce, inoltre, di approfondire la storia di Pocahontas e John Rolfe.

  

 

Immagine da Unsplash– Libera per usi commerciali

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