19 maggio 2021

L’inno americano e la lotta degli atleti neri

Da Messico ’68 a Colin Kaepernick, due casi a confronto

La società americana è sicuramente nota per la sua attenzione ai propri simboli, ritenuti sacri al pari di quelli religiosi. Emilio Gentile, all’interno del saggio Le religioni della politica, pubblicato nel 2007, evidenzia come in seguito alla guerra di secessione ci fosse stato un «un trasferimento di sacralità dalle confessioni religiose tradizionali alla dimensione politica della nuova repubblica», che pone in atto l’idea di una religione pubblica che Benjamin Franklin auspicava anni prima. Dopo la guerra civile, il culto dei soldati caduti entra a far parte dei riti del cittadino statunitense. Gli americani stabiliscono le basi per una nuova società in una terra nuova, che nel culto della democrazia vede una nuova forma di fede, tralasciandone però un’applicazione nella pratica.

 

Gli Stati Uniti, che nel Novecento si imporranno come modello culturale di riferimento, presentano al loro interno numerose contraddizioni: in the land of free il razzismo verso i nativi americani, i neri e gli immigrati non di etnia anglosassone era cosa molto diffusa, come rilevato proprio da Gentile. Non è un caso perciò che, durante il corso degli anni, molte delle proteste dei gruppi etnici discriminati venissero attuate contro, o attraverso, la sacralità del patriottismo americano e dei suoi simboli. Particolarmente interessante è sicuramente il momento dell’inno nazionale, in particolar modo all’interno del contesto sportivo. Prima di ogni competizione o evento sportivo le note di The Star Spangled Banner risuonano nell’arena o nel palazzetto adibito alla manifestazione. L’inno è, nel particolarissimo e variopinto panorama sportivo USA, un momento trascendentale rispetto alla dimensione agonistica. Per rendere più chiaro il concetto basti pensare ai grandi nomi che hanno intonato l’inno prima della finale del campionato di Football americano (National Football Association), il Super Bowl: Whitney Houston, Lady Gaga, Beyoncé, solo per citarne alcune. Che questo momento sia così importante per la storia dello sport a stelle e strisce lo si può notare anche dall’importanza e dalla trascendenza che ha avuto per la lotta degli atleti neri.

 

Il caso più famoso è, come spesso accade, anche il primo. Siamo a Città del Messico, è il 16 ottobre del 1968: la finale dei duecento metri piani è appena terminata. Sul podio si presentano gli afroamericani Tommie Smith e John Carlos (rispettivamente primo e terzo classificato) assieme all’australiano Peter Norman. Una volta arrivati al fatidico momento dell’inno nazionale i due atleti statunitensi stupiscono tutti, presentandosi scalzi, alzando il pugno chiuso al cielo, coperto da un guanto nero. 

 

Particolarmente curioso è il titolo de “L’Unità” del 18 ottobre: «Piedi scalzi: la miseria negra. Guanto nero: il lutto dei negri. Pugno chiuso: la volontà di lotta». Il titolo si rifà alla spiegazione del gesto data da Smith e Carlos durante la conferenza stampa post gara. Curiosamente una delle tante infrazioni del protocollo olimpico da parte dei due velocisti fu proprio quella di presentarsi entrambi nella sala adibita per le conferenze (invece che solamente Tommie Smith in qualità di vincitore). Non sarà però questa la più grave: il 17 ottobre il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) comunica che a seguito della violazione del principio che vieta l’attività politica nei Giochi consiglia al comitato americano di prendere provvedimenti contro i suoi rappresentanti incriminati. La decisione è, come noto, l’espulsione per i due afroamericani.

Sebbene le carriere di Smith e Carlos terminino proprio sul podio dell’Estadio Olimpico Universitario di Città del Messico, le immagini dei pugni chiusi e dei capi chini nel fragoroso frastuono dell’inno americano tra la gente stupita diverranno storia e i loro ideatori simboli del movimento di rivendicazione dei diritti degli afroamericani. Mai vi era stato un attacco così duro alla sacralità della dimensione patriottica statunitense e mai una platea così grande di persone era stata raggiunta dalla protesta nera. A tal proposito risulta molto pertinente il pensiero di Mario Gulinelli, che scrive per la rivista Discobolo (n. 42, Novembre - Dicembre 1968): «Sono decine di anni che i negri americani vincono medaglie olimpiche per gli Stati Uniti. Ma mai v’era stata una protesta negra […] È evidente che qualcosa è cambiato»

Dopo gli eventi delle olimpiadi del 1968, tanti altri turbinii si sono abbattuti sul mondo dello sport americano, ma solo in anni recenti si è ritornato a parlare di diritti degli afroamericani, in particolare nell’ambito dei soprusi delle forze dell’ordine nei loro confronti. Tutti abbiamo imparato a conoscere il collettivo Black Lives Matter dopo l’uccisione di George Floyd, avvenuta durante un fermo della polizia, nel maggio dello scorso 2020. Chi segue lo sport avrà notato come nel massimo campionato di calcio inglese, dalla ripresa post lockdown ci si inginocchi prima di ogni partita, in segno di supporto alla lotta al razzismo. Se vi è capitato di guardare i playoff NBA (National Basketball Association, la lega di basket americana), avrete notato che nella sfavillante bolla di Orlando sulle maglie dei giocatori erano scritti messaggi di giustizia sociale nello spazio usualmente riservato ai cognomi; e che sul parquet oltre al classico logo della lega la scritta Black Lives Matter giganteggiava su uno dei lati del campo. Prima di ogni partita, durante l’inno nazionale, quasi tutti i giocatori si sono inginocchiati. È presente una nuova attenzione, da parte del mondo dello sport americano e non solo, alla questione della lotta al razzismo e della discriminazione.

Questo nuovo movimento, qualora dovesse essere necessariamente catalogato, affonda le sue radici nella protesta di Colin Kaepernick, ex-giocatore di football americano. Nel 2016 decide di sedersi durante l’inno americano, appena prima della partita dei suoi San Francisco 49ers contro Green Bay. Non è la prima volta che il quarterback (il quarterback è il giocatore incaricato di far eseguire gli schemi offensivi della squadra) si siede durante l’inno, ma l’azione questa volta suscita molta attenzione mediatica. Durante una lunga intervista al termine dell’incontro, Colin spiega che lui non si alzerà più in piedi durante l’inno perché non si rispecchia in un paese che dovrebbe essere la patria della libertà e dell’uguaglianza, ma poi, a suo dire, opprime le persone di colore e gli afroamericani. Il suo gesto divide l’opinione pubblica, tra i detrattori che pensano che alzarsi durante l’inno sia un atto dovuto e chi invece condivide il gesto. A suggerire a Kaepernick di inginocchiarsi durante l’inno è un giocatore NFL (Nationaol Football Assiociation¸il campionato statunitense di football americano) ed ex militare dell’esercito americano, Nate Boyer. Infatti, Boyer supportava la causa, ma in quanto ex membro dell’esercito non tollerava la simbologia gestuale del rimanere seduti durante l’inno. Dopo una lettera aperta indirizzata al quarterback dei 49ers i due si incontrano di persona e proprio da quell’incontro Colin deciderà di inginocchiarsi a fianco dei suoi compagni durante l’inno: questo perché il gesto (take a knee) è contemplato dalla simbologia e dalla ritualità dell’esercito americano (il gesto è infatti compiuto solitamente davanti la tomba di un commilitone caduto). Il senso di questo cambiamento di rotta può essere interpretato come un tentativo di evitare la fine di Smith e Carlos, che mancando di rispetto la bandiera americana distrussero la propria carriera sportiva, ma anche come uno sforzo per rendere maggiormente inclusiva la sua protesta. Kaepernick è oramai sulla bocca di tutti, la lega che gestisce il campionato si ritrova nel mezzo di una vera e propria crisi mediatica, molti tifosi percepiscono la protesta come antiamericana. Il 7 settembre il commissioner (termine utilizzato per indicare il presidente della lega che gestisce il campionato) della NFL Roger Goodell rilascia le prime dichiarazioni ufficiali sulla vicenda, sottolineando il suo disaccordo rispetto alle azioni di Colin, ma rimarcando la liceità delle stesse. Goodell inoltre, si esprime a favore del rispetto «per il nostro paese, per la nostra bandiera, per le persone che rendono il nostro un paese migliore; per le forze dell’ordine; e per i nostri militari che combattono per la nostra libertà e per i nostri ideali.»

Il climax della protesta arriva durante la domenica successiva, che è la prima giornata della regular season 2016-2017. Diversi giocatori si inginocchiano durante l’inno nazionale, scatenando le ire di una buona parte di pubblico, poiché il momento in cui il gesto inizia a raggiungere una certa popolarità tra i colleghi di Kaepernick non è una banale domenica, è l’11 settembre 2016. Mentre l’allora presidente Barack Obama appoggia pubblicamente i giocatori che si sono inginocchiati, il candidato per il partito repubblicano Donald Trump critica aspramente la protesta. Poco dopo Colin, che nel frattempo ha visto le prime cinque partite dalla panchina, ristruttura il suo contratto con i San Francisco 49ers, eliminando il denaro garantito per l’anno successivo, annullando gli ultimi tre anni del contratto stesso e inserendo una clausola rescissoria a favore del giocatore attivabile dopo il 1° gennaio 2016, clausola che verrà poi esercitata da Kaepernick nel marzo del 2017. Nessuna squadra si interessa all’oramai ex quarterback dei 49ers. Diverse testate iniziano ad ipotizzare che la lega stia attivamente forzando Kaepernick al ritiro per via delle opinioni che ha espresso. Nel 2018 la NFL approva una regola che impedisce ai giocatori di inginocchiarsi durante l’inno nazionale, lasciando però la possibilità a questi ultimi di rimanere negli spogliatoi. Ancora una volta, l’intramontabile sacralità dei simboli della patria americana sembra non tollerare profanazioni. Nel frattempo, Colin Kaepernick è diventato attivista di professione e volto della Nike e ha anche incontrato un altro protagonista di questa storia: John Carlos. I destini della lega nazionale di football americano e quella di Kaepernick sembrano oramai essere inavvicinabili, nonostante diversi ricorsi presentati dagli avvocati del giocatore e anche qualche tentativo di reintegro da parte della lega, la linea politica di quest’ultima è troppo distante da quella del suo ex-dipendente. Inavvicinabili, fino al 6 giugno 2020: in seguito alla morte di George Floyd e alla grande risonanza mediatica avuta dall’incidente, per via delle immagini che ritraggono la brutalità della pattuglia nei confronti del sospettato, Roger Goodell filma un video dove riconosce che la lega ha sbagliato a non ascoltare i giocatori in passato e incoraggia tutti a manifestare pacificamente. Un vero e proprio mea culpa, senza però nominare mai Colin Kaepernick.

La retorica politico-religiosa che contraddistingue the land of free sta forse perdendo di significato? Siamo davvero di fronte ad un cambiamento radicale della società americana? Difficile poter dare una risposta in questo momento, ma se da un lato sembrano esserci dei segnali di cambiamento, dall’altro il superamento (o la profanazione) di alcuni simboli sembrano essere lontani dalla realtà.

 

Per saperne di più:

Si consiglia la lettura del libro Storie di sport e politica, Una stagione di conflitti 1968-1978, di Alberto Molinari e Gioacchino Toni, edito da Mimesis del 2018. Qualora si volesse approfondire il tema del rapporto tra religione e politica si consiglia la lettura del libro Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi di Emilio Gentile, Laterza, Roma, 2007. Per l’approfondimento delle vicende di Colin Kaepernick può essere utile la timeline fornita dal New York Times in questo articolo: www.nytimes.com/2019/02/15/sports/nfl-colin-kaepernick-protests-timeline.html

 

Immagine da Pixabay - Libera per usi commericiali

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