2 febbraio 2020

La LEGA delle Piccole Patrie

(parte prima)

Fra il 1979 e il 1980 le vittorie di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Stati Uniti inaugurano l’era del neoliberismo conservatore che vede nell’individuo il massimo compimento del fine umano e nello Stato, viceversa, con la sua tassazione e la burocrazia, il nemico principale. Inizia così a farsi strada in quello che è sempre più un indefinito ceto medio occidentale l’idea che il fine personale sia l’unico perseguibile e che ciò paradossalmente andrebbe a beneficio dell’intera comunità. Dall’altro lato appare sempre più in crisi e incapace di rinnovamento e attrazione l’Unione Sovietica, mentre la socialdemocrazia europea, pur raggiungendo il governo in alcuni Paesi dell’area euro-mediterranea, in realtà coglie i suoi ultimi successi e si dimostra inadatta a comprendere i nuovi mutamenti che si stanno per abbattere sulla società. Più in generale, stanno per entrare in crisi i partiti di massa novecenteschi, dotati di ideologie definite. Diminuiscono drasticamente sia l’occupazione nel settore agricolo sia l’importanza e il numero di addetti nelle fabbriche sotto la spinta dell’automazione e dell’innovazione tecnologica.

 

Crollato il muro di Berlino, la globalizzazione capitalista si estende all’intero pianeta, portando con sé differenti conseguenze:

a) crisi dello spazio come luogo della produzione, dello scambio, del lavoro e del benessere (in conseguenza della finanziarizzazione dell’economia), ma anche come luogo di identità;

b) crescita delle diseguaglianze sociali, sia globali che locali;

c) crisi della sovranità dello Stato.

Da quest’ultimo punto partono due spinte opposte: l’una che mira al rafforzamento delle entità sovra-statuali, l’altra invece si traduce in una rincorsa alla secessione per la creazione di “piccole patrie”. L’Italia alla fine del decennio si appresta a conoscere entrambi questi aspetti che muteranno radicalmente il suo stesso modo d’essere: nel 1992 viene firmato il trattato di Maastricht, cioè il trattato di adesione all’Unione economica europea che, con i suoi vincoli rigorosi, ci obbliga a fare i conti con noi stessi (G. Crainz, 1992) e il modo di intendere la spesa pubblica, e in quegli stessi anni vi è la nascita di un partito a forte vocazione territoriale: la Lega Nord.

 

Partiamo dal primo grande avvenimento. L’ingresso in Europa dell’Italia avviene con i conti fuori  controllo e con un debito pubblico superiore al 105%. La classe politica italiana appariva ormai screditata agli occhi dell’opinione pubblica per i continui scandali di corruzione che colpivano maggiormente i partiti di governo. Si era anche rivelata incapace di ridurre le distanze tra le diverse aree del Paese che si erano sviluppate già a partire dalla fine degli anni Settanta, analizzate da Arnaldo Bagnasco che parlava di ben Tre Italie: quella avanzata e altamente produttiva del triangolo industriale Milano - Torino - Genova, l’Italia arretrata del Mezzogiorno e la terza, quella della piccola impresa, del manifatturiero e dell’artigianato specializzato (S. B. Galli, 2009), presente soprattutto nel Nord – Est e nelle aree pedemontane settentrionali. Qui erano più forti gli influssi del neoliberismo: le inefficienze della macchina statale rappresentate dalle lentezze burocratiche e da carenze infrastrutturali venivano esacerbate e finivano col tradursi spesso nell’antipolitica e in una cultura antistatalista. All’introduzione dell’obbligatorietà dello scontrino fiscale da parte del ministro delle Finanze Bruno Visentini furono fortissime le resistenze da parte di quegli strati sociali che consideravano ormai l’evasione fiscale un diritto acquisito. Contemporaneamente continuava lo spreco di risorse incanalate nel Mezzogiorno con il solo scopo di alimentare clientele. Sottovalutate dalla classe dirigente, queste istanze emersero con chiarezza nelle elezioni politiche del 1992 che segnarono il tracollo della Democrazia Cristiana, scesa per la prima volta sotto il 30%, e l’inaspettato successo del partito che nelle elezioni precedenti aveva eletto solamente un deputato e un senatore. Quel senatore, Umberto Bossi, aveva saputo combinare in modo efficace due contenuti fondamentali: il territorio, come ambito di riconoscimento e il disincanto verso il sistema politico tradizionali (R. Biorcio, 2009), esprimendoli con forti toni populisti.

 

La Lega non nacque come partito indipendentista, ma si fece gradualmente portavoce della protesta montante nel Nord e in particolare nella Terza Italia, area che fin dall’immediato dopoguerra era stata una roccaforte della DC, ma i cui rappresentanti non avevano saputo dare adeguata rappresentanza. Il retroterra leghista, sul quale il partito di Alberto da Giussiano ha sempre potuto contare anche nei momenti di crisi, si costituì intorno alle aree a industrializzazione diffusa e a tradizione bianca (I. Diamanti, 2009).

 

Ilvo Diamanti, nella sua analisi del fenomeno leghista del 1996, partiva dall’analisi del localismo, modello di sviluppo e di regolazione sociopolitica proprio di ampie aree del Nord. Qui dominavano, così come ancora oggi, i sistemi di piccola e micro-impresa, caratterizzati da un acceso dinamismo e aventi uno stretto legame col territorio con cui si relazionavano. Attore di riferimento in questa realtà era la Chiesa cattolica, la cui influenza e pervasività erano la garanzia di voto per la Democrazia Cristiana. La mancata capacità dello Stato, identificato con la DC, di garantire identità, sostegno allo sviluppo e regolazione sociale, uniti al senso di spaesamento provocato nelle comunità locali dalla globalizzazione e il processo di secolarizzazione, fecero aumentare la protesta e l’insoddisfazione. Le rivendicazioni neo-liberiste e autonomiste di imprenditori e artigiani vennero fatte proprie dalla Lega, che da un lato prometteva uno Stato meno invadente nella sfera economica, dall’altro un’amministrazione più vicina ai bisogni dei cittadini. Dopo il successo delle elezioni del 1992, però, i suoi toni radicali, il voler preferire una logica di contrapposizione verso gli altri soggetti politici rispetto alla collaborazione impedirono alla Lega di ripetere il successo nelle elezioni del 1994, nonostante le grandi capacità oratorie e organizzative del suo leader (non si deve dimenticare che la Lega Nord nasce ufficialmente nel 1991 dall’aggregazione della Liga Veneta e di quelle ligure e piemontesi sotto la leadership della Lega Lombarda di Bossi. L’alleanza con Silvio Berlusconi e Forza Italia, se da un lato le aveva permesso di arrivare alle stanze del potere romano, dall’altro fece sì che la formazione dell’imprenditore milanese intercettasse parte del malcontento settentrionale e mettesse in crisi l’identità stessa del partito, fino ad allora incentrato sull’ipotesi federalista).

 

Secondo lo storico e teorico politico Miroslav Hroch il processo di creazione di una nazione passa attraverso tre fasi precise:

1) inizialmente, i risvegliatori si impegnano a gettare le basi per un’identità nazionale, ricercano i requisiti culturali, linguistici e talvolta storici di un gruppo non dominante ai fini di sensibilizzare l’opinione pubblica sui tratti comuni;

2) successivamente inizia un’intensa attività di propaganda volta al coinvolgimento del maggior numero possibile di persone;

3) infine si arriva ad instillare nella popolazione un consenso di massa. È quanto cercò di fare la Lega di Bossi dopo aver causato la caduta del primo governo Berlusconi.

Venne ripreso il progetto indipendentista (abbozzato alle origini in maniera nebulosa) accompagnato con atti politici e simbolici che sottolineavano l’intento di marciare concretamente in questa direzione. Si iniziò a parlare di indipendenza e poi di vera e propria secessione dallo Stato italiano e nei comizi di Bossi veniva usato con sempre maggiore frequenza il termine Padania, riprendendone i connotati geopolitici che già gli erano stati conferiti negli anni Settanta dal governatore dell’Emilia Romagna Guido Fanti e, più di recente, dalla fondazione Agnelli di Torino nell’ottica di una riorganizzazione complessiva della suddivisione territoriale e amministrativa dello Stivale. Il leader leghista utilizzava l’indipendenza per captare e raffigurare le altre fonti di dissenso e di tensione che emergevano al Nord nei confronti dello Stato centrale, del fiscalismo e dell’inefficienza della pubblica amministrazione. Nelle elezioni politiche del 1996 la Lega ottenne più del 10% dei consensi a livello nazionale (cifra elevatissima se si considera che sono concentrati pressoché tutti nel Settentrione, dove conquista molti collegi uninominali) e nel settembre di quell’anno la vocazione secessionista raggiunse il culmine con la proclamazione d’indipendenza della Padania, che suscitò un’altissima attenzione mediatica. Il partito poteva contare su una fittissima rete di militanti e sezioni locali caratterizzate da un elevato attivismo e da una forte convinzione ideologica. Alcune province, in particolare quelle del “profondo Nord” (Pordenone, Belluno, Bergamo, Cuneo, ecc.), un tempo democristiane e caratterizzate da un modello socioeconomico post-fordista, divennero delle roccaforti leghiste. Il parlamento del Nord, costituito a Mantova il 7 giugno 1995, venne trasformato poco meno di due anni dopo in Parlamento della Padania. Ad esso si aggiunsero il Clp (Comitato di Liberazione della Padania) e le “camicie verdi”, caratterizzate da una consistente presenza giovanile, a conferma che l’opzione secessionista faceva breccia soprattutto nello spaesamento sociale e nel vuoto dell’offerta identitaria, presenti soprattutto nella popolazione più giovane.

 

La globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni e i processi di integrazione europea avevano messo in discussione lo Stato nazionale come ambito privilegiato nella vita economica e politica e in questo quadro si inseriva l’iniziativa di Bossi, che proponeva una soluzione radicale a molti problemi che preoccupavano gli italiani del Nord.

 

Il radicalismo indipendentista finì per causarne pure l’isolamento politico e il progressivo declino elettorale a cui il carroccio tentò di porre rimedio accantonando la battaglia separatista e ripiegando sia sul federalismo e la devolution (prendendo esempio dalle politiche del New Labour Party di Tony Blair), sia sui temi cari alla destra populista europea: lotta all’immigrazione, polemica contro la tecnocrazia di Bruxelles, diffidenza verso l’estremizzazione del libero mercato e lotta alla globalizzazione di cui però essa rappresentava uno degli effetti. Nell’ottica di evitare l’isolamento si inserì la rinnovata alleanza con Berlusconi e la Casa delle Libertà in vista delle elezioni politiche del 2001. La Lega andò incontro a un forte calo dei consensi, attestandosi al 3,9%, ma riuscì a portare i temi fondamentali della sua propaganda (federalismo e immigrazione) all’interno dell’agenda di governo. Nel 2005 venne approvata dal governo una riforma costituzionale in senso federalista, bocciata però dal referendum confermativo dell’anno successivo: solo in Lombardia e Veneto gli elettori avevano approvato l’introduzione della devolution appoggiata dall’intera coalizione di centro-destra.

 

 

Per saperne di più:

Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone,  Laterza, Bari, 2020. 

Roberto Biorcio, La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo, Laterza, Bari, 2010.

Giovanni Colliot Giovanni, Federico Petroni, Autonomia per tutti! E a scuola ognuno studi la storia del suo territorio, intervista a Luca Zaia in «Limes» 02.2019, Una strategia per l’Italia, 2019. 

Guido Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione a oggi, Donzelli Editore, Roma, 2016. 

Ilvo Diamanti, Il male del Nord. Lega, localismo, secessione,  Donzelli Editore, Roma, 1996. 

Stefano Bruno Galli, Il Grande Nord. Cultura e destino della questione settentrionale, Guerini e Associati, Milano, 2012.

 

  Immagine di Fabio Visconti disponibile sotto Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, da Wikimedia Commons. Modificata da Marco Lorusso.

 


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