3 febbraio 2020

La LEGA delle Piccole Patrie

(parte seconda)

[Leggi la prima parte]

A livello internazionale, a partire dall’11 settembre, iniziavano politiche di allerta nei confronti della minaccia terroristica, in un mondo in cui tutto era incerto e allo stesso tempo la minaccia continua e imprevedibile. Le trasmigrazioni di popoli, con milioni di persone coinvolte, erano aumentate e queste, insieme alla minaccia jihadista, creavano un clima di insicurezza e bisogno di protezione. Su questo campo si riuscì ad inserire abilmente la Lega Nord, facendo apparire le sue prese di posizione antislamiche e contro gli immigrati una semplice esternazione del senso comune.

 

Si passò così dall’antimeridionalismo delle origini, dimostratosi un collante molto efficace per le province settentrionali, nel tentativo di differenziazione dei padani dagli “altri”, alle mobilitazioni contro gli immigrati extracomunitari, fomentate dalla sempre più aspra ostilità derivante da insicurezza sociale e paura di subire un’invasione del proprio “spazio vitale”. Si assiste a un processo di associazione della figura del migrante a quella del criminale, unito a un’esacerbazione da parte dei media dei reati compiuti da parte di immigrati irregolari, soprattutto nel periodo in cui il centro-destra era all’opposizione del secondo governo Prodi.

 

L’atteggiamento dei media virò progressivamente su posizioni più morbide all’indomani della vittoria della coalizione trainata dal Pdl nel 2008: diminuirono le attenzioni dedicate ai reati compiuti da immigrati irregolari e i toni si fecero meno aspri, quando in realtà i tassi di criminalità complessivi stavano salendo. L’insieme di questi elementi sta alla base del grande successo della Lega Nord nelle elezioni politiche di quell’anno, dove scomparvero ben quattro formazioni politiche (Forza Italia, Alleanza Nazionale, i Democratici di Sinistra e la Margherita) in favore della formazione di Popolo della Libertà e Partito Democratico: e gli scontenti delle nuove formazioni in molti casi ripiegarono sulla Lega. L’individuazione di un potenziale “nemico comune”(l’immigrazione), favorì l’espansione leghista a sud del Po, raggiungendo percentuali non trascurabili in Toscana, Marche e Umbria, ma non fu l’unico cambiamento sostanziale che la Lega attuò in quegli anni.  Già da tempo era mutato il sentimento che il partito del Nord nutriva nei confronti della spinta ascendente verso l’Europa conseguente alla globalizzazione.

 

Il partito di Bossi, sia con lo spirito indipendentista che con il richiamo federalista, rappresentava senza ombra di dubbio la spinta opposta, ovvero lo slancio verso il basso, verso la piccola patria. Ma qual è stato nel corso della sua trentennale storia, l’approccio verso l’altra spinta che devono affrontare gli Stati: quella verso l’alto e le organizzazioni sovranazionali?

 

Dopo le prime esternazioni indipendentiste, il richiamo all’Europa, che per il Nord metropolitano e pedemontano significava integrazione nel contesto di operazione delle imprese, divenne più appetibile: per il partito di Bossi, sempre sensibile alle istanze degli imprenditori (considerando il loro potenziale elettorale), l’Unione Europea poteva rappresentare una “patria” alternativa all’Italia.

 

 La Fondazione Agnelli, nei suoi studi sul federalismo italiano parlava di Padania, una regione italiana in Europa. Tuttavia già nel 1993 i rappresentanti della Lega votarono contro l’introduzione dell’Euro, estendendo a Bruxelles “verticista e lontana” la tradizionale lotta contro il centralismo romano. Negli anni successivi si fecero sempre più frequenti gli strali di Bossi contro l’Unione Europea, tuttavia la posizione euroscettica era ancora assai modesta tra gli italiani. Un evento di portata internazionale, però, stava per stravolgere interi equilibri.

 

Il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers innesca la più grande crisi finanziaria dal 1929 che alimenta nuove, profonde insicurezze. Crescono in questo scenario nazionalismi, xenofobie e populismi, mentre all’interno dell’Unione Europea la crisi amplifica enormemente le fratture tra le diverse aree e gli effetti più gravi si riscontrano in Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna e Italia. Nel nostro Paese tra l’altro vengono al pettine nodi di lungo periodo, pesantemente aggravati nei lunghi anni di governo di Silvio Berlusconi e con un debito pubblico ormai fuori controllo. Le direttive della Banca centrale europea per tagliare la spesa suscitano diversi malumori. Il “governo dei tecnici” di Mario Monti, chiamato a gestire la difficile congiuntura economica attraverso leggi fortemente impopolari, non fa che allargare la forbice venutasi a creare tra la società e la politica. Con la crisi aumentano le disuguaglianze sociali e il disagio finisce per investire ampi settori del lavoro dipendente e del ceto medio produttivo, tradizionale bacino di voti della Lega. Le riforme del mercato del lavoro ebbero come conseguenza la perdita di fiducia sia nel nuovo governo sia nella stessa UE, considerata rigorista, lontana dai bisogni dei cittadini e a cui vengono imputate le lentezze e la durezza con cui viene eseguito il salvataggio della Grecia. Ma non sarà, però, la Lega di Bossi a cogliere i frutti elettorali della crescente insoddisfazione degli italiani verso le istituzioni comunitarie (dal 73% di fiducia del 1998 al 27% nel 2015 secondo un sondaggio Demos & Pi).

 

La fine dell’era di Berlusconi lascia inevitabilmente orfani quegli ampi strati sociali che vi si erano riconosciuti: disincantati, rancorosi e sempre più chiusi negli egoismi individuali e di ceto. Emerge una nuova serie  di  scandali  di  corruzione, alimentata dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, in veste di paladino della trasparenza e onestà: dal rubare per il partito e per la politica si è giunti a rubare “al partito” e “alla politica”, sino allo scandalo che travolge il tesoriere della Lega Francesco Belsito assieme a Umberto Bossi. Alla segreteria succede così Roberto Maroni con cui la Lega alle elezioni del 2013, nuovamente alleata con Berlusconi, riesce a malapena a superare la soglia di sbarramento del 4%. Nonostante la leadership debole e la delegittimazione della classe dirigente a causa dei pesanti scandali, il partito si salva dall’estinzione grazie al suo forte radicamento territoriale nelle regioni settentrionali, da dove proviene la gran parte dei voti. Divenuto  presidente della  Regione Lombardia, Maroni dà le dimissioni e, dopo le elezioni primarie, il giovane eurodeputato e segretario della lega lombarda Matteo Salvini diventa il nuovo segretario.

 

La nuova segreteria si caratterizza fin da subito per la ristrutturazione in senso verticistico del partito e per un ritrovato  slancio  comunicativo. Il posizionamento a destra, già  iniziato dai primi anni Duemila, si manifesta con maggiore enfasi e visibilità, arrivando ad assumere, secondo gli studi dei professori Passarelli e Tuorto, i tratti di una formazione di estrema destra, con elementi  razzisti, xenofobi, politicamente e socialmente violenti. Viene ripresa ed esacerbata la critica all’Unione Europea e all’Euro, tant’è che alle elezioni europee del 2014 la lista con cui la Lega si presenta alle elezioni viene denominata “LEGA NORD – DIE FREIHEITLICHEN – BASTA EURO”, e ottiene il 6 % dei consensi. Il nemico principale ora non è più “Roma ladrona” ma Bruxelles. Lo scontro frontale con l’Europa, giunto fino al punto di affermare la propria uscita, si presenta sempre più come un tema di carattere nazionale e non più solamente “padano”, facendo leva sul timore degli effetti della globalizzazione sulle comunità locali. Così il 19 dicembre 2014 viene fondato il movimento "Noi con Salvini" come soggetto politico a sostegno del segretario nel Centro e Sud Italia, da affiancare alla Lega storica. Nel giro di pochi anni l’indipendentismo cede il passo al sovranismo su scala statale e ai temi classici della destra nazionalista: lotta alla mondializzazione, all’immigrazione, all’Europa della moneta unica, all’idea stessa di democrazia pluralista sostenuta dal pensiero liberale. Le paure suscitate dall’ondata di flussi migratori tra 2015 e 2016, amplificate dalla propaganda salviniana, fanno aumentare i consensi del partito facendo leva sulle domande di sicurezza e protezione dal “diverso”.

 

La capacità di intercettare l’imprecisato ma al tempo stesso impellente bisogno di protezione sociale, unita alla contestuale destrutturazione e perdita di consensi di Forza Italia e all’efficacia dei mezzi di propaganda (soprattutto social) sono alla base del successo della Lega nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Il risultato vede il partito di Salvini come partito del centro-nord, il Movimento Cinque Stelle in veste di rappresentante del Meridione e la formazione del governo presieduto da Giuseppe Conte e sostenuto da entrambi i partiti, con Matteo Salvini vicepremier e ministro degli interni.

 

Per cogliere appieno i frutti della scomparsa della parola Nord dal nome però si deve attendere le elezioni europee del maggio 2019. Con oltre il 34 % dei consensi, la Lega afferma decisamente la sua forza e preminenza nell’intero Paese, sia a livello nazionale, sia a livello locale, penetrando non soltanto nelle province del Nord (vince nel 76% di esse, come dimostrano i grafici elaborati da YouTrend) e del Centro, ma anche del Sud, riuscendo a modificare radicalmente i colori della mappa politica Dopo la caduta del governo gialloverde per opera della Lega, al fine di evitare un ritorno alle urne che  secondo  i  sondaggi  avrebbe  dato  la vittoria a Salvini, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle formano un governo di coalizione.

 

Le storture del processo di globalizzazione hanno lasciato un elettorato (un tempo per lo più democristiano) incattivito e perennemente afflitto dal senso di precarietà, che ha riversato i suoi consensi nella Lega, ora al massimo storico dei consensi e stabilmente ferma sulle posizioni della destra radicale. Tuttavia si possono ipotizzare due elementi principali che sarebbero in grado di causarne il declino ed erodere il bacino di consensi: l’emergere di un’alternativa credibile e competitiva e le contraddizioni interne al partito. La retorica leghista continua a far leva sui pericoli di un’immigrazione incontrollata e sulle paure ad essa connesse. Con il presentarsi dell’emergenza coronavirus sembrerebbe però che i consensi abbiano iniziato a defluire dalla Lega agli alleati di Fratelli d’Italia, pur mantenendo il partito di Salvini un alto livello di consenso, soprattutto nelle regioni settentrionali.

 

Un altro versante che giustifica il successo leghista ha a che vedere con la mancata risoluzione della questione settentrionale, il bisogno di infrastrutture e di investimenti strategici. In questo contesto si inserisce il processo di autonomia differenziata, culminato con i referendum in Veneto e Lombardia del 2017, portata avanti dai governatori leghisti Zaia e Fontana ma anche dal democratico Bonaccini in Emilia Romagna. Nei quattordici mesi in cui la Lega è stata al governo sono stati diversi i malumori di militanti e quadri dirigenti locali per la lentezza con la quale venivano affrontate le istanze federaliste. Sono state riscontrate Rimostranze particolarmente forti soprattutto in Veneto, dove nelle regionali di settembre la Lega di Salvini ha preso circa un terzo dei voti dalla lista autonomista “Zaia Presidente”, e il cui governatore non nasconde di voler l’autonomia sull’istruzione per dare maggiore risalto alla storia della Serenissima. Ma non è la Storia la base di creazione dell’identità nazionale? Fin quando la leadership di Salvini permetterà alla Lega di mietere successi elettorali probabilmente i malumori e le diserzioni resteranno isolate ma in momenti di crisi, inseguendo la spinta verso l’alto a vocazione nazionalista, forse il partito di via Bellerio potrebbe finire col ritrovarsi una piccola patria sotto casa.

 

Per saperne di più:

Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone,  Laterza, Bari, 2020. 

Roberto Biorcio, La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo, Laterza, Bari, 2010.

Giovanni Colliot Giovanni, Federico Petroni, Autonomia per tutti! E a scuola ognuno studi la storia del suo territorio, intervista a Luca Zaia in «Limes» 02.2019, Una strategia per l’Italia, 2019. 

Guido Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione a oggi, Donzelli Editore, Roma, 2016. 

Ilvo Diamanti, Il male del Nord. Lega, localismo, secessione,  Donzelli Editore, Roma, 1996. 

Stefano Bruno Galli, Il Grande Nord. Cultura e destino della questione settentrionale, Guerini e Associati, Milano, 2012.

 

 

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