7 ottobre 2020

Il riciclaggio di denaro. Come le organizzazioni criminali alterano la libera concorrenza

 

Il fenomeno del riciclaggio in senso moderno nasce durante il periodo del Proibizionismo in America quando con i proventi del contrabbando degli alcolici sono state aperte lavanderie, come attività di copertura. Nel corso degli anni le modalità e gli strumenti per riciclare il denaro si sono moltiplicati, tuttavia il fine rimane lo stesso: immettere nell’economia legale capitali provenienti da attività illecite, celando la loro origine delittuosa. Come si vedrà, attraverso i complessi metodi di riciclaggio coordinati da professionisti contigui, le organizzazioni criminali rendono possibile la libera circolazione di denaro “sporco” velato da una parvenza di legittimità, sovvertendo i meccanismi che stanno alla base della libera concorrenza.

 

Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC), ogni anno vengono riciclati tra gli 800 miliardi e i 2 trilioni di dollari, circa il 2-5 % del PIL globale. In particolare in Italia dove l’economia sommersa vale all’incirca il 12% del PIL, non stupisce che, stando alle statistiche della Banca d’Italia, le attività di riciclaggio possano ammontare a 140 miliardi l’anno, ossia il 10% del Pil italiano contro una media europea del 5%. 

Di questo ammontare lo Stato riesce a confiscare solamente il 2% anche a causa della scarsa collaborazioni giudiziaria di alcuni paesi che traggono beneficio da questi ingenti flussi finanziari.

 

Si può osservare, quindi, che una parte non irrilevante del PIL italiano sia composto da attività non registrate e quindi non tassate, spesso di provenienza illecita, che necessitano di essere “giustificate” al fine di poter liberamente disporre dei proventi. Come evidenzia il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, per la ‘ndrangheta (ma si può estendere il discorso anche alle altre associazioni criminali) «il problema (…) non è aumentare gli introiti, ma riciclarli, ripulirli in modo da giustificare le entrate».

Risulta chiaro che il vero problema per le organizzazioni criminali è legittimare i propri proventi illeciti, solitamente detenuti in forma di denaro contante. La detenzione di denaro contante, infatti, ne limita anche il relativo utilizzo per determinate operazioni.

 

L'art. 35 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 obbliga un'ampia platea di soggetti, tra cui rientrano gli intermediari bancari e finanziari, i professionisti, i prestatori di servizi di gioco, le società di gestione accentrata di strumenti finanziari e di gestione dei mercati regolamentati di strumenti finanziari, di segnalare all’UIF, ossia l’unità di intelligence finanziaria italiana, le operazioni sospette, le operazioni per le quali "sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo o che comunque i fondi, indipendentemente dalla loro entità, provengano da attività criminosa". Inoltre le organizzazioni criminali possono trarre enormi benefici economici dal proprio flusso costante di capitale, seppur di provenienza illecita, affidato a scaltri professionisti.

 

A tal proposito Giovanni Falcone già quarant’anni fa affermava che:

Il vero tallone d'Achille delle organizzazioni mafiose è costituito dalle tracce che lasciano dietro di sé i grandi movimenti di denaro connessi alle attività criminali più lucrose. Lo sviluppo di queste tracce, attraverso un'indagine patrimoniale che segua il flusso di denaro proveniente dai traffici illeciti, è quindi la strada maestra, l'aspetto decisamente da privilegiare nelle investigazioni in materia di mafia (…).

Di conseguenza il “fiume” di proventi illeciti che vengono immessi nel mercato altera l’economia legale: le imprese finanziate o gestite indirettamente dalle organizzazioni criminali riescono a reperire risorse in maniera più agevolata rispetto alle proprie concorrenti, anche perché lo scopo lucrativo viene attutito dalla finalità più stringente di coprire i fondi illeciti, nei modi in cui si dirà di seguito.

 

Il sistema che si instaura è quindi doppiamente pregiudizievole: in primo luogo a causa dei reati commessi per procurarsi il capitale illecito, di solito narcotraffico, usura o estorsioni e in secondo luogo per le alterazioni nei meccanismi della libera concorrenza che si producono a seguito dell’immissione di proventi illeciti nel mercato legale, che generano crisi nelle imprese concorrenti e di conseguenza disoccupazione, portando infine ad una situazione di monopolio delle società controllate dalle associazioni criminali.

A tal proposito è interessante notare, come sottolinea il sociologo Nando dalla Chiesa, come le organizzazioni criminali nelle operazioni di riciclaggio dispongano anche di nuovi posti di lavoro, “creando consenso sociale intorno al sodalizio criminoso”.

 

Per contrastare tale fenomeno nel 1989 durante il G7 di Parigi è stato costituito il GAFI (Gruppo di Azione Finanziaria), un organismo intergovernativo con lo scopo di «ideare e promuovere strategie di contrasto al riciclaggio dei capitali di origine illecita». Il GAFI ha elaborato uno schema tipico del money laundering, ormai comunemente accettato dalla dottrina, che si compone di tre step:

1)  Placement (collocamento). Il denaro contante di origine illecita viene trasformato in moneta scritturale, attraverso depositi bancari oppure trasferimenti presso istituti di credito o intermediari finanziari. Una tecnica spesso utilizzata è lo smurfing, ossia il deposito ad opera di molteplici collaboratori di una somma frazionata dell’intero ammontare da riciclare, inferiore alla soglia che fa scattare i controlli sull’origine del denaro.

2)  Layering (stratificazione). Questa è la fase più complessa in quanto si tratta di eliminare ogni traccia contabile, di «recidere il cordone ombelicale che lega il denaro, i beni o le altre utilità acquisite, ai delitti commessi e che li hanno generati» (Vigna). Come si vedrà in seguito, l’opera di stratificazione non sarebbe possibile senza l’ausilio di banche compiacenti con sede in paradisi fiscali.

3)  Integration (integrazione). Giunti a questo punto, il denaro di provenienza illecita è stato coperto di anonimato e “lavato”, per cui sarà possibile reinvestirlo nell’economia legale attraverso operazioni apparentemente lecite, come l’acquisto di immobili o beni di lusso.

Metodi alternativi comprendono l’emissione di false fatture e il loan-back, che consiste in un prestito a se stessi da parte di società collegate con sede in paradisi fiscali.

 

Tutti questi step comportano spesso dei costi (commissioni bancarie, tassazioni, ecc.) che, tuttavia, rappresentano una sorta di “prezzo” che le organizzazioni criminali sono disposte a pagare per poter disporre liberamente  dei propri capitali di provenienza illecita. È doveroso sottolineare che tutte queste operazioni necessitano di una profonda conoscenza dei meccanismi finanziari e vengono quindi svolte su mandato delle organizzazioni criminali da veri professionisti contigui, che possono essere considerati i veri protagonisti del fenomeno del riciclaggio.

 

Le tecniche di riciclaggio sono molteplici, probabilmente in parte ancora sconosciute e in perenne aggiornamento, normalmente anche combinate fra loro per rendere ancora più complesso il paper trail. Lo scopo di queste operazioni è infatti quello di creare un labirinto inestricabile che impedisca le indagini sulla ricostruzione dei flussi finanziari sin prima del placement.

Una tecnica largamente diffusa è quello dei prestanome, solitamente imprenditori di fiducia ai quali viene intestato un cash intensive business, ossia un’attività con notevoli flussi di cassa, come bar, alberghi, agenzie di scommesse ecc. L’ampio utilizzo di contante consente di “gonfiare” il bilancio dell’attività commerciale allo scopo di immettere nel circuito legale il capitale di fonte illecita.

Inoltre non sono affatto rari i casi in cui le organizzazioni criminali creino delle strutture per riciclare denaro attraverso fondi comunitari o statali.

A ricoprire un ruolo fondamentale nel riciclaggio di denaro sono le società aventi sede in paesi off-shore, che condividono caratteristiche comuni come un livello di tassazione sostanzialmente nullo (tax haven), il segreto bancario, la scarsa collaborazione giudiziaria, la mancanza di accertamenti valutari, la possibilità di costituire società di capitali in forma anonima e infine la geografia insulare.

Solitamente i paesi off-shore sono privi di risorse economiche alternative per cui basano la propria economia sull’afflusso di capitali esteri, garantendo condizioni particolarmente favorevoli ai clienti.

La blacklist dei “paesi fiscalmente non cooperativi” viene redatta e aggiornata dall’Ecofin, ossia il Consiglio europeo dei Ministri dell’Economia e delle Finanze, e comprende perlopiù paesi localizzati nella regione dei Caraibi, seppur anche alcuni centri finanziari situati nel Vecchio Continente rappresentino un luogo di elezione per le operazioni di riciclaggio.

 

Anche in Italia vengono riciclati ogni anno miliardi di euro. I settori più colpiti sono gli appalti pubblici, lo smaltimento dei rifiuti, il mondo delle scommesse, il turismo, la filiera alimentare e da ultimo, come evidenziato dalla Banca d’Italia, la produzione di energia eolica ed elettrica da fonti rinnovabili, movimento terra, gestione cave e compro-oro.

 

Resta da sottolineare che negli ultimi anni si sta assistendo a un'evoluzione delle tecniche di riciclaggio, grazie all’avvento di internet. Le nuove criptovalute, come il Bitcoin, rappresentano una nuova appetibile frontiera per le organizzazioni criminali, in ragione della loro a-fisicità e dell’anonimato che garantiscono.

 

Dal punto di vista giuridico l’ordinamento italiano contempla il reato di riciclaggio all’art. 648-bis del Codice Penale. La catalogazione sistematica all’interno dei delitti contro il patrimonio si spiega con la volontà del legislatore di inserire tale reato a seguito del reato di ricettazione, con cui condivide svariati aspetti.

Tuttavia si può considerare come un reato plurioffensivo, in quanto oltre al patrimonio vengono tutelati anche altri beni giuridici come l’Amministrazione della giustizia e l’ordine pubblico economico-finanziario; dalla lettura dell’articolo si comprende altresì che non è necessario un danno patrimoniale in quanto viene sanzionata la condotta di chi ostacola “l’identificazione della loro provenienza delittuosa”, ossia di chi tenta di occultare il paper trail, impedendo di fatto l’accertamento del reato e dei relativi colpevoli.

 

Il reato di riciclaggio può essere inoltre ritenuto un reato comune, che può essere commesso da chiunque, a patto che, secondo la clausola di esclusione in apertura della norma, non abbia preso parte al reato-presupposto. Le forme delle condotte enunciate dall’articolo 648bis del Codice Penale sono la “sostituzione”, il “trasferimento” ed “altre operazioni” aventi ad oggetto denaro, beni o altre utilità.  

La «sostituzione» rappresenta la forma più elementare di riciclag­gio: come si è visto il denaro “sporco” viene sostituito con denaro pulito con le tecniche di riciclaggio viste sopra.

 

La seconda forma di condotta consiste nel «trasferimento» di denaro, beni o altre util­ità provenienti da delitto non colposo. In questa ipotesi rientrano le mo­vimentazioni di denaro attraverso i sistemi elettronici di pagamenti come le reti SWIFT e CHIPS o l’utilizzo di negozi dediti al money transfer, che consente il trasferimento immediato di somme di denaro.

Accanto alle condotte tipiche della sostituzione e del trasferimento l’articolo 648-bis contempla anche ulteriori condotte innominate che rientrano nelle «altre operazioni» concretamente idonee ad ostacolare l’amministrazione della giustizia con riguardo all’identificazione dell’origine delittuosa del denaro e dei beni, non essendo necessario che questa sia definitivamente impedita.

 

Per quanto riguarda la legislazione anti-riciclaggio, dalla fine degli anni ‘70 si è assistito ad una copiosa produzione in particolare su impulso di organismi internazionali e della Comunità europea, che con lo strumento della direttiva ha tentato di armonizzare le varie legislazioni nazionali.

La l. 18 maggio 1978, n.191. ha introdotto nell’ordinamento italiano il già citato art. 648-bis del Codice Penale, inizialmente rubricato «Sostituzione di denaro o valori provenienti da rapina aggravata, estorsione aggravata e sequestro di persona a scopo di estorsione», che delineava una forma speciale di ricettazione.

La notevole diffusione del fenomeno del riciclaggio negli anni successivi indusse il legislatore, sulla scorta della Convenzione di Vienna sulla prevenzione del traffico di stupefacenti a modificare la suddetta norma.

 

Con la l. 19 marzo 1990, n. 55 la rubrica assunse la dicitura attuale di «ri­ciclaggio» e vennero compresi all’interno della categoria dei reati-presupposto anche i delitti concernenti la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope. Inoltre la norma puniva la condotta di chi «fuori dei casi di concorso nel reato», sostituiva «denaro, beni o altre utilità provenienti dai delitti» indicati con altro denaro, altri beni o altre utilità» ovvero ostacolava «l’identificazione della loro provenienza». È chiaro che la nuova norma introdotta oltre alla condotta tipica di sostituzione aveva altresì lo scopo di sanzionare la condotta di chi tentava di impedire l’identificazione della provenienza delittuosa del denaro o del bene.

La formulazione attuale dell’art. 648-bis c. p. è da ricondurre all’art. 4 della l. 9 agosto 1993, n. 328, che ratifica la Convenzione di Strasburgo in materia di riciclaggio del 1990. Tra le innovazioni principali della norma, è possibile notare che rientrano attualmente nella categoria di reati-presupposto tutte le forme di illecito penale suscettibili di produrre proventi economici. Queste innovazioni hanno senz’altro agevolato l’applicazione della fattispecie del reato di riciclaggio, che in passato era limitata dai delitti indicati dalla norma.

 

Nonostante la copiosa legislazione nazionale, dalle stime sui flussi finanziari del riciclaggio appare chiaro che il riciclaggio rappresenta una piaga ancora ben radicata.  Il fenomeno del riciclaggio è, infatti, di carattere transnazionale così come lo è spesso anche il crimine a monte, per cui è chiaro che può essere affrontato solamente con uno sforzo condiviso da parte dell’intera comunità internazionale: non a caso i primi interventi legislativi hanno lo scopo di arginare i profitti provenienti dal narcotraffico internazionale (drug money laundering).

Come evidenzia il magistrato e giurista Luigi Domenico Cerqua «alla dimensione transnazionale del riciclaggio corri­sponde la necessità, avvertita dalla comunità internazionale, di approntare strategie comuni per la repressione del fenomeno». L’autorità di regolamentazione internazionale, il GAFI, tuttavia non dispone ancora di strumenti sanzionatori, ma solo di moral suasion (ad esempio attraverso la predisposizione di una blacklist dei “paesi non cooperativi”).

A tal proposito sarebbe auspicabile, negli anni a venire, eliminare le asimmetrie normative, omologare i codici ed infine elaborare strategie investigative comuni di repressione del riciclaggio.  In questo senso l’Italia è all’avanguardia, in quanto, a differenza di molti paesi anche europei, ha espressamente vietato sia con la legislazione primaria (l. 231/2007) che secondaria (regolamenti della Banca d’Italia e dell’Uif) i rapporti con banche e soggetti che non sono sottoposti ad adeguati standard nelle legislazioni anti-riciclaggio.

 

Infine, sarebbe opportuno perseguire adeguatamente anche chi fa arricchire le organizzazioni criminali, i cosiddetti “colletti bianchi”, ossia quei professionisti che vanno a comporre la “zona grigia”.

Come rileva il Professore di Diritto Penale dell’Università Federico II di Napoli Giuseppe Amarelli in La contiguità politico-mafiosa, i suddetti professionisti contigui sono sanzionati, quando possibile, attraverso la figura del concorso esterno. Tuttavia l’onere della prova della responsabilità penale del consulente a titolo di concorso esterno è particolarmente oneroso e inoltre «la portata sanzionatoria viene ampiamente limitata dal fatto che i professionisti delle operazioni vengono al più condannati a titolo di concorso eventuale in fattispecie punite in maniera meno severa, come frode fiscale e falso bilancio».

 

Alla luce di ciò l’autore suggerisce che «piuttosto che concentrarsi sui sodalizi mafiosi, in relazione ai quali la legislazione antimafia odierna già fornisce una severissima e articolata risposta repressiva, l’attenzione del legislatore dovrebbe appuntarsi sulla cosiddetta “zona grigia” della contiguità mafiosa» per la quale la figura del concorso esterno non appare per nulla adeguata. Sono infatti proprio questi professionisti che rendono possibile la crescita delle organizzazioni criminali, seppur non siano menzionati in nessun rapporto sui criminali più ricercati. Una proposta ragionevole sarebbe quella di introdurre nuove ipotesi di reato ad hoc che sanzionino con la giusta severità «le condotte agevolatrici dei professionisti cui le associazioni inevitabilmente si rivolgono per attuare le loro operazioni economico-finanziarie» in deroga «alla odierna disciplina del delitto di riciclaggio di cui all’art. 648 bis c.p. che esclude dal novero dei possibili soggetti attivi del reato coloro i quali abbiano concorso nel reato-presupposto».

 

In conclusione, come molti hanno rilevato, compreso l’ex direttore dell’Unodc, il riciclaggio è la “linfa dei mercati”: i soldi del narcotraffico sono utili al “capitalismo d’avventura”, ossia ad operatori spregiudicati che vedono in questi flussi costanti di capitali la possibilità di finanziarsi in maniera apparente più agevolata. Tuttavia è bene ancora una volta sottolineare che la ricchezza che genera il riciclaggio è una ricchezza che “droga” il mercato, che sovverte le regole della libera concorrenza causando enormi danni ad operatori onesti e saccheggiando risorse pubbliche.

 

E in questo senso solo un’azione condivisa a livello internazionale può realmente contribuire ad esacerbare questa piaga moderna.

 

 

Per saperne di più:

Per approfondire il tema del riciclaggio in relazione alle organizzazioni criminali si consiglia la lettura di Fiumi d’oro  di Nicola Gratteri ed Antonio Nicaso e L’impresa mafiosa. Tra Capitalismo violento e controllo sociale di Nando dalla Chiesa.  

Per approfondire il delitto di riciclaggio da un punto di vista giuridico si invita alla lettura dell’intervento di Luigi Domenico Cerqua in Il delitto di Riciclaggio nel sistema penale italiano.

Per un’analisi sul tema della contiguità si rinvia a La contiguità politico-mafiosa di Giuseppe Amarelli.

 

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

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