15 ottobre 2020

Liberi di essere asserviti: riflessioni a partire da Alexis de Tocqueville

 

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», asserisce l’articolo 1 della Dichiarazione Universale ONU dei Diritti Umani. Eppure, nonostante oggi si goda, almeno formalmente, delle libertà articolate nella suddetta Dichiarazione, nelle costituzioni nazionali e negli strumenti giuridici internazionali l’individuo rischia di essere sempre più asservito alla realtà politica in cui vive – abdicando a partecipare alla vita politica, qualcun altro prende le decisioni a posto suo -, spesso proprio in virtù della libertà di cui gode; ciò può avere, come conseguenza, la messa in discussione dello stesso concetto di democrazia.

 

Benjamin Constant sostiene ne La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni che la libertà per i primi sia concepita come capacità di esercitare collettivamente – e direttamente – le funzioni della sovranità, senza che nulla sia concesso all’autonomia individuale: gli antichi sono «macchine di cui la legge regola le molle e fa scattare i congegni». Per i moderni, invece, la libertà coincide con «il pacifico godimento dell’indipendenza privata», con la cura del “particulare” di guicciardiniana memoria.

 

L’attenzione che il popolo manifesta per la propria sfera privata, senza interessarsi della vita politica può essere molto pericolosa, come ammoniva Tocqueville già nei primi decenni del XIX secolo, a seguito della Rivoluzione americana di fine 1700 nel suo visionario testo La democrazia in America.

Secondo la visione del celebre filosofo politico, l’uguaglianza e la libertà che vigono nei regimi democratici generano due tendenze opposte: l’indipendenza e - attraverso un cammino più lungo e più nascosto - la servitù.

 

Tocqueville, analizzando il contesto dell’America post-rivoluzionaria, comprende che, quando la classificazione degli individui smette di essere basata sulla sola nascita e le persone sono una uguale all’altra, la possibilità di ottenere ricchezze è aperta a tutti. Da ciò deriva che coloro che posseggono denaro sono continuamente preoccupati dal timore di perderlo o di doverlo condividere, e coloro che ne sono sprovvisti lo vogliono ottenere, o far sembrare che lo posseggano: ne emerge una guerra fredda tra tutti i cittadini, che smettono così di interessarsi alla vita activa della politica. Tale scenario può avere delle analogie con quello attuale, in cui «il prezzo che si deve pagare per l’impegno di pochi è spesso l’indifferenza di molti; nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso della democrazia», come sintetizza efficacemente Norberto Bobbio.

 

In un contesto come quello appena descritto – continua Tocqueville - «l’esercizio dei doveri politici appare loro [ai cittadini] un contrattempo noioso, che li distoglie dalle loro occupazioni. Se c’è da scegliere i loro rappresentanti, da dare man forte all’autorità, da trattare in comune la cosa comune, manca loro il tempo: mai potrebbero sprecare un tempo tanto prezioso in lavori inutili», dal momento che «la vita privata, in tempi di democrazia, è così attiva, così dinamica, così colma di aspirazioni e di operosità, che non resta quasi più tempo libero ed energia per la politica».

 

Invero, tale pratica di mancata cittadinanza attiva nuoce agli interessi di tutti, in quanto «questa gente crede di seguire così la dottrina dell’interesse, e invece se ne fa solo un’idea grossolana e, per meglio vagliare su quelli che essi chiamano i loro affari, trascurano il principale, che è di restare padroni di se stessi», commenta Tocqueville. La preoccupazione di fare fortuna compromette la libertà di tutti; nelle parole dell’intellettuale: «a cittadini del genere non c’è bisogno di strappare i diritti che posseggono: essi stessi se li lasciano volentieri sfuggire».

 

Difatti, in contesti caratterizzati da forte apatia politica, ovvero in cui molti cittadini non vadano a votare e/o non si formino un’opinione critica ed autonoma sulla realtà politica che abitano, vi è la possibilità che qualche ambizioso senza scrupoli giunga al potere, trovando terreno fertile per l’usurpazione. A tale individuo basterà garantire la prosperità degli interessi materiali, ma soprattutto l’ordine.

 

Secondo la lettura tocquevilliana, i cittadini sono pertanto continuamente travagliati da due passioni contrastanti: provano il bisogno di essere guidati e la voglia di restare liberi. Non potendo liberarsi né dell’uno, né dell’altro istinto, cercano di soddisfarli contemporaneamente; la sintesi di tali pulsioni è un potere unico e tutelare, ma eletto dai cittadini, capace di combinare centralizzazione e sovranità popolare. Il pericolo odierno non è quello della tirannia, ma di un nuovo tipo di asservimento del popolo, che è quello del tutoraggio. Nelle parole di Tocqueville:

Quando penso alle modeste passioni degli uomini di adesso, alla mitezza dei loro costumi, alla loro apertura mentale, alla purezza della loro religione, all’umanità della loro morale, alle loro abitudini laboriose e sistematiche, al ritegno che dimostrano quasi tutti nel  vizio come nella virtù, non ho tanta paura che incontrino nei loro capi dei tiranni quanto dei tutori[...] Immaginiamo sotto quali nuovi aspetti il dispotismo potrebbe prodursi nel mondo: vado una folla innumerevole di uomini simili ed uguali che non fanno che ruotare su se stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo [...] Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi. Lavora volentieri alla sua felicità, ma vuole esserne l’unico agente e il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce le loro eredità; perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?

Questa riflessione, tanto adatta all’inizio del XIX secolo quanto al periodo attuale, descrive uno scenario che Tocqueville non è stato capace di definire, essendo frutto di un fenomeno nascente ai tempi della sua scrittura; oggi, potremmo definire tale forma di tutoraggio come l’estremismo a cui il populismo può portare.

Possiamo pertanto dirci liberi oggi?

 

Tocqueville sembra suggerire che nella democrazia i cittadini siano liberi di essere asserviti, tuttavia questa resta una scelta del singolo individuo. Difatti, di sicuro, da un punto di vista formale i cittadini dei regimi democratici odierni sono liberi. Da un punto di vista sostanziale, invece, al fine di prevenire o contrastare la dipendenza da un tutore tirannico, occorre essere vigili ed informati: la mancata partecipazione alla vita politica rischia di incatenare i cittadini alla schiavitù dell’eterna ed infantile abdicazione al diritto/dovere di prendere decisioni concernenti la sfera politica.

 

 

Per saperne di più:

L’articolo dialoga con il testo La democrazia in America di Alexis de Tocqueville (edizione del 1957 di Cappelli, pubblicata a Bologna), traendo alcuni spunti di riflessione e facendo alcuni riferimenti all’edizione del 1991 di Einaudi de Il futuro della democrazia di Norberto Bobbio e all’edizione di Einaudi del 2005 de La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni di Benjamin Constant.

 

 

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