19 ottobre 2020

L’ordoliberalismo o economia sociale di mercato. Un modello alternativo di capitalismo?

Il capitalismo è il sistema economico fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. Analizzare i diversi modelli di capitalismo significa prendere in considerazione il tipo di proprietà privata (ad azionariato diffuso, concentrato o familiare), il ruolo dello Stato nell’economia, l’importanza delle politiche assistenziali e il ruolo delle organizzazioni non a scopo di lucro. Malgrado l’ingresso in scena delle economie emergenti, a partire dal crollo dell’Unione sovietica e dell’espansione a est dell’Unione europea, si possono osservare alcune tendenze comuni: sono aumentati il ruolo delle borse valori e dei mercati finanziari interni ed internazionali, le privatizzazioni e le liberalizzazioni, mentre sono diminuiti l’intervento statale e la copertura del sistema di sicurezza sociale (con l’eccezione degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama). Conseguentemente a questa rapida finanziarizzazione dell’economia, le politiche economiche nazionali sono diventate meno efficienti ed è aumentata la concorrenza oligopolistica. Infine, la crisi economica del 2008 ha messo in difficoltà l’Occidente e modificato la visione complessiva dell’intervento pubblico.

 

Il processo di privatizzazione in alcuni casi è stato più formale che sostanziale (ovvero è stata cambiata la natura giuridica dell’ente fornitore del servizio), ma tendenzialmente aveva l’obiettivo di affidare alle leggi del mercato il raggiungimento di una maggiore efficienza e riequilibrare la finanza pubblica. In effetti, l’impresa pubblica riguarda in genere quei settori considerati di pubblica rilevanza, ovvero i monopoli naturali, pertanto non è sempre orientata alla massimizzazione del profitto, e tradizionalmente opera in mercati non aperti alla concorrenza. Pertanto, occorre accompagnare alla privatizzazione anche la liberalizzazione dell’attività, per evitare di passare da un monopolio pubblico a uno privato.

 

Per valutare il ruolo dello Stato nell’economia, occorre considerare elementi come il peso dell’impresa pubblica, la spesa pubblica sul PIL, il peso della tassazione e dei contributi sociali e il ruolo dello Stato nell’orientare le scelte produttive.

A livello generico, si potrebbe dire che la presenza dello Stato è fortemente ridotta nei Paesi anglosassoni, leggermente maggiore in Giappone e significativamente elevata nei Paesi europei. Allo stesso modo, per quanto riguarda la spesa pubblica per le politiche assistenziali, essa è inferiore nei Paesi anglosassoni e in Giappone e maggiore in Francia, in Germania e nei Paesi nordici. In Italia, essa è elevata per il sistema pensionistico – malgrado le riforme degli ultimi anni – e più modesta per i bambini, gli anziani e i disoccupati. Per quanto riguarda la proprietà, infine, nei Paesi anglosassoni la maggior parte delle società è a proprietà diffusa (anche se i fondi pensione e i fondi d’investimento giocano un ruolo sempre più importante, arrivando ad orientare le scelte delle imprese), mentre in Italia, Francia e Grecia vi è un capitalismo prevalentemente familiare, con poche grandi famiglie che controllano i maggiori gruppi e miriadi di piccole e medie imprese. In Francia, lo Stato controlla, direttamente o indirettamente, i centri nevralgici del potere economico e finanziario, i cosiddetti “noccioli duri”, mentre in Germania vi è un forte intreccio azionario e amministrativo tra banche e industria, anche grazie alla presenza di rappresentanti dei lavoratori nei consigli di sorveglianza, con un ruolo relativamente ridotto del mercato azionario, che tuttavia ha assunto una maggiore importanza a partire dalla fine del secolo scorso.

 

Tutto ciò ha permesso all’economista francese Michel Albert di parlare di due soli modelli di capitalismo: quello neoamericano, ovvero reaganiano, e quello germano-nipponico. L’opera di Albert si colloca negli anni immediatamente successivi al crollo dell’Unione sovietica, caratterizzati dalla prima rivoluzione conservatrice in ambito economico, la rivoluzione dello Stato minimo promossa da Margaret Thatcher e da Ronald Reagan, basata sul principio secondo il quale se i ricchi pagano meno tasse la crescita economica sarà più vigorosa e vantaggiosa per tutti. Per questo motivo, l’aliquota massima passò negli Stati Uniti dal 75 al 33 per cento e nel Regno Unito dal 98 al 40 per cento: per la prima volta, si assisteva a una corsa mondiale all’alleggerimento della pressione fiscale. Terminata la lotta tra capitalismo e comunismo con una netta vittoria del primo, a questo punto, secondo Albert, la lotta, ancor più evidente in seguito alla riunificazione della Germania a opera del cancelliere Helmut Kohl, è tra i diversi modelli di capitalismo.

 

Annunciata dalle parole “l’America è tornata!” e attuata attraverso l’ERA (Economic Recovery Act), la rivoluzione conservatrice avviata da Reagan, presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989, prometteva un big-bang, un miracolo economico americano fatto di deregolazione, arretramento dello Stato, alleggerimento della pressione fiscale ed esaltazione del profitto per il profitto e finì per investire anche gli ambienti di sinistra dell’intera Europa, in particolare nei Paesi ex socialisti (basti pensare al piano Balcerowicz polacco). Nel 1990, Margaret Thatcher uscì di scena a causa delle sue posizioni contrarie alla costruzione dell’Europa, ma ormai le sue idee avevano ispirato il futuro grande mercato europeo e pare che ella stessa ebbe a considerare come suo più grande successo il Partito laburista di Tony Blair.

 

Il modello neoamericano trovava il suo fondamento nelle teorie monetariste di Milton Friedman: di fronte al fenomeno della stagflazione, ovvero la compresenza di stagnazione economica e inflazione, la nuova malattia delle economie occidentali, già nella seconda metà degli anni Settanta le potenze europee avevano constatato che era impossibile rispondere con il classico strumento keynesiano dello stimolo della domanda aggregata (avevano fallito il Primo ministro francese Jacques Chirac nel 1975 ed il cancelliere tedesco Helmut Schmidt nel 1978). La curva di Phillips, che postulava una relazione inversa tra il tasso d’inflazione e il tasso di disoccupazione, veniva smentita dai fatti poiché i due elementi coesistevano. Il nuovo modello economico portava alle estreme conseguenze la deregolamentazione nei settori petrolifero, delle telecomunicazioni, del trasporto aereo, della banca e della concorrenza intrapresa nel 1978 dal predecessore di Reagan, Jimmy Carter, e prometteva una dura lotta all’inflazione attraverso il controllo drastico della massa monetaria.

 

In realtà, secondo Albert, il reaganismo portò al trionfo delle cosiddette non-città, caratterizzate dal degrado, dal traffico di droga e dalla povertà, all’aumento delle disuguaglianze nella distribuzione dei redditi familiari, misurate dal coefficiente di Gini, e a un clamoroso regresso dell’industria causato dalla riduzione relativa della dimensione del mercato interno, dall’incapacità di conquistare i mercati esteri in competizione con i giapponesi e gli europei, più all’avanguardia sul piano tecnologico, dal calo della qualificazione degli operai americani e da un’amministrazione non sempre ottimale. Inoltre, esso portò ad una scuola, ad una sanità e ad una democrazia malate e fallì anche nell’ultima delle sue promesse, la riduzione del debito: secondo l’economista Lester Turow, l’epitafio di Reagan potrebbe essere il seguente: “Qui giace l’uomo che ha condotto, con una rapidità mai vista in precedenza, una grande potenza dallo statuto di creditore a quello di debitore mondiale”. Infine, secondo Albert, il modello assicurativo alpino sarebbe nettamente più efficiente di quello anglosassone.

 

Il trionfo del modello meno efficiente sarebbe dovuto ad una progressiva americanizzazione dell’Europa, evidente in una serie di atteggiamenti come la decolpevolizzazione del denaro, il trionfo dell’individualismo, la crescente crudeltà della società e il diffondersi di una certa conformità di comportamento sotto l’influenza egemonica della televisione, oltre a una maggiore efficacia dell’indifferenza americana nei confronti degli aiuti sociali rispetto a un assistenzialismo come quello francese a cui non si accompagni un’effettiva crescita economica. In questo senso, solo il capitalismo renano è riuscito a coniugare una protezione sociale più generosa con migliori risultati economici.

 

Secondo Marco Zanobio, invece, la realtà sarebbe più complessa. In particolare, vi sarebbero quattro diversi modelli di capitalismo: quello anglosassone, orientato al mercato e caratterizzato da strutture proprietarie diffuse, da obiettivi di breve periodo, dallo strapotere del dirigente e da una scarsa rilevanza dei sindacati, dei dipendenti, dei finanziatori e della pubblica amministrazione; quello renano, relazionale o a capitale dedicato (Porter), caratterizzato dalla collaborazione tra azionisti, da obiettivi di lungo periodo e da un doppio sistema di controllo, costituito da un consiglio direttivo e da un consiglio di sorveglianza; quello nipponico, caratterizzato da obiettivi di ancor più lungo periodo ma entrato in crisi negli anni Novanta; e quello italiano, un modello sui generis caratterizzato in una prima fase dal binomio Stato e piccole e medie imprese e nella seconda, seguita al processo di privatizzazione, da un capitalismo familiare, con ruoli amministrativi non ancora ben chiari.

 

Infine, vi sarebbe una forma patologica di capitalismo, un capitalismo oligarchico, tipico soprattutto dei Paesi dell’ex Unione sovietica, ma anche dell’America latina, del Medio Oriente e di alcuni Paesi africani, in cui vi è una protezione pubblica di patrimoni privati.

Secondo Marino Regini, d’accordo nel considerare quello italiano un modello sui generis, la sfida della globalizzazione, richiedendo interventi di deregolazione e di riduzione della spesa sociale, laddove questi interventi sono stati attuati ricercando il consenso popolare, ha portato a un ripensamento della concertazione, con nuovi patti sociali per lo sviluppo sul modello tedesco (basti confrontare il fallimento del governo Berlusconi I nell’attuazione di una riforma pensionistica unilaterale, che provocò uno sciopero generale e il conseguente stralcio del provvedimento, con il successo della riforma Dini del 1995, ottenuto tramite la trattativa tra governo e sindacati).

 

L’ordoliberalismo nacque nel 1936 con la fondazione della rivista Ordo ad opera di Franz Böhm, Walter Eucken e Hans Grossmann-Dörth. L’ordoliberalismo nacque in controtendenza rispetto al fatalismo tipico della scuola storica tedesca e del marxismo, che spinge lo scienziato ad arrendersi di fronte alla necessità che governa il processo storico, e per questo ha come presupposto il libero mercato, nella convinzione secondo la quale spetta alla costituzione economica individuare una linea di demarcazione tra concorrenza sleale e concorrenza autentica, ovvero regolare, ordinare appunto il mercato in modo tale che sia effettivamente libero. Pertanto, rispetto alla visione classica del laissez-faire, già nel manifesto di Ordo, intitolato Il nostro compito, si affermava un principio nuovo, quello dell’inscindibile nesso tra la politica e l’economia. Inoltre, il manifesto risultava in continuità con la dottrina sociale della Chiesa inaugurata dall’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891).

 

La posizione degli ordoliberali non è dogmaticamente contro o a favore del mercato, ma concretamente con il mercato. Secondo Eucken, uno Stato che interviene in economia contraddice l’ideale del liberalismo classico, un ordine di libera concorrenza coordinato dal sistema dei prezzi. Per questo motivo, gli ordoliberali Röpke e von Rüstow nel 1938 parteciparono a fianco di Hayek al colloquio Walter Lippmann di Parigi, considerato il momento fondativo del neoliberismo. Nell’ordoliberalismo, lo Stato interviene esclusivamente per rendere il mercato meno anarchico. La concorrenza è vista come un mezzo per il raggiungimento di scopi sociali.

 

Secondo Müller-Armack, che nel 1956 coniò l’espressione economia sociale di mercato, occorre affiancare umanesimo e liberalismo, opponendosi alle due tendenze opposte dello statalismo e del “libertarismo” del laissez-faire. In effetti, anche Walter Eucken nel 1947 affermava che l’ordoliberalismo nasceva in un’epoca in cui era scomparsa la fede nella possibilità di sviluppare un buon ordine economico naturale tramite il laissez-faire e l’apparato dei funzionari statali aveva un impressionante predominio sulla vita delle persone. Eucken si spinse ad affermare che l’economia a gestione centralistica e la libertà non sono conciliabili.

 

Il rapporto tra ordoliberalismo e dottrina cristiana divenne ancor più evidente nel 1979, con la pubblicazione di Ordine economico e sociale, saggio scritto da Constantin von Dietze, Walter Eucken e Adolf Lampe su invito del pastore luterano Dietrich Bonhöffer. Tuttavia, fu Wilhelm Röpke a portare a compimento la riflessione avviata da Dietze, Eucken e Lampe attraverso la pubblicazione nel 1958 del volume Al di là dell’offerta e della domanda. Verso un’economia umana. Già dal titolo s’intuisce la rivoluzione di Röpke, che consiste nell’aver introdotto un elemento di umanitarismo, coerente con quella che Luigi Einaudi definì civitas umana. Secondo Röpke, l’ordoliberalismo si deve porre come vera e propria terza via, come alternativa sia al capitalismo - termine col quale Röpke intende la visione classica del laissez-faire-, sia al socialismo, ovvero al collettivismo e allo statalismo.

 

Albert affermava che a trionfare in Europa erano le teorie di Reagan e di Margaret Thatcher, perché, malgrado gli sforzi di Delors, venivano atrofizzati il politico e il sociale. In realtà, i parametri di Maastricht del 1992, che consistono nell’obbligo di mantenere il tasso d’inflazione al di sotto del 2,7%, il deficit di bilancio al di sotto del 3% del PIL e il debito pubblico al di sotto del 60%, sembrano maggiormente ispirati alle politiche del rigore tipiche dell’ordoliberalismo. In effetti, nella formulazione delle teorie ordoliberali giocò un ruolo fondamentale anche l’incubo dell’iperinflazione che aveva colpito la repubblica di Weimar tra il 1919 ed il 1923. Ancor più rigorosi i parametri del patto di bilancio europeo del 2012, che ha introdotto anche delle sanzioni per i Paesi che non li rispettano.

 

La nascita dell’euro ha contribuito a creare una forte pressione verso una maggiore flessibilità dei mercati, in particolare quello del lavoro, fattore che ha spinto studiosi come Zanobio a parlare di germanizzazione delle norme dei Paesi europei proprio in riferimento alla legislazione bancaria e alla disciplina della politica monetaria e finanziaria. La liberalizzazione commerciale e dei movimenti di capitali ha ridotto drasticamente l’efficacia delle politiche economiche nazionali e contribuito ad aumentare la concorrenza oligopolistica, mentre a livello di produttività i risultati non sono stati sempre ottimali e la spesa pubblica è stata ridotta nettamente, con gravi conseguenze nei settori pensionistico e sanitario.

 

L’analisi di Albert ha avuto il merito di descrivere con la precisione di un sociologo le infauste conseguenze del modello economico neoamericano. L’ordoliberalismo ha rappresentato un modello di sviluppo alternativo, perfettamente funzionante in Germania, e ha avuto il merito di introdurre un elemento umanitario, etico all’interno del liberalismo classico, garantendo al contempo un ampio consenso e un certo equilibrio tra le parti sociali. Tuttavia, la critica principale che viene rivolta alla Germania di Angela Merkel è di pretendere una politica di austerità a livello europeo per permettere l’attuazione di forti politiche sociali a livello nazionale.

 

Pare che l’ordoliberalismo tedesco non abbia saputo rispondere in maniera adeguata alle sfide della globalizzazione e alla crisi economica del 2008, che peraltro è stata superata con estrema difficoltà dai Paesi europei e ha richiesto l’attuazione di misure straordinarie come l’alleggerimento quantitativo. Del resto, stanno emergendo economie come quella cinese, quella indiana e quella brasiliana fondate su un notevole controllo da parte dello Stato, che decide verso quali settori favorire la crescita dell’industria.

 

Insomma, le prospettive per il futuro sono incerte, e ancora non si sa quale sia destinato ad essere il modello vincente di capitalismo.

 

Per saperne di più:

Albert, Michel, Capitalismo contro capitalismo, il Mulino, Imola 1993

Forte, Francesco e Felice, Flavio, Il liberalismo delle regole. Genesi ed eredità dell’economia sociale di mercato, Rubbettino, Catanzaro 2016

Regini, Marino, Modelli di capitalismo. Le risposte europee alla sfida della globalizzazione, Laterza, San Donato Milanese (MI) 2003

Zanobio, Marco, Modelli di capitalismo, Vita e Pensiero, Triuggio (MB) 2013

 

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