23 ottobre 2020

Neuroscienze e processo penale: si può parlare di “sentenze genetiche”?

L’ingresso nel processo penale italiano della prova neuroscientifica ha da pochi anni aperto nuovi orizzonti e sollevato ampi dibattiti. La giurisprudenza italiana ha assunto in Europa un ruolo pionieristico con riferimento all’utilizzo in sede penale del bagaglio delle neuroscienze cognitive e della genetica, pur mantenendo ancora un atteggiamento di sospetto verso determinate tecniche. Sebbene talune sentenze abbiano sottolineato la scarsa affidabilità delle tecniche di neuroimaging e degli studi di genetica comportamentale, ad oggi sono molte le pronunce che ne riconoscono il potenziale peso migliorativo nell’ambito della perizia psichiatrica, valorizzandone il maggior tasso di oggettività rispetto ai tradizionali colloqui clinici. Tra queste ultime spicca una sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Trieste del 2007, la quale ha avuto una forte eco mediatica a livello internazionale, ed è stata dai più descritta come sentenza “genetica” . Ci si interroga, dunque, sulla opportunità di una qualificazione di questo tipo. 

 

La valutazione in sede penale dei dati forniti dalle tecniche di esplorazione cerebrale è risultata di particolare utilità soprattutto con riferimento alla perizia volta a stabilire il vizio di mente (totale o parziale, ai sensi degli articoli 88 e 89 del codice penale) nel giudizio di imputabilità. Le neuroscienze, però, hanno trovato campo di applicazione anche nell’ambito dell’accertamento dell’attendibilità della prova dichiarativa: in alcuni procedimenti, al fine di testare la genuinità del ricordo del testimone o della vittima, si è ricorsi all’utilizzo di tecniche come l’Autobiographical Implicit Association Test, noto come aIAT, volto a misurare le associazioni mentali implicite e a far emergere il ricordo “vero” del soggetto. Se n’è fatto utilizzo, ad esempio, nel procedimento penale noto come “Cogne-bis” su Annamaria Franzoni, e anche in procedimenti in materia di reati sessuali, ove gli unici elementi probatori, nell’assenza di testimoni diretti, erano le dichiarazioni della vittima. In quest’ambito, però, le sentenze in cui se n’è dichiarata l’ammissibilità sono sporadiche (si veda la sentenza del Tribunale di Cremona del 19 luglio 2011). Nella maggior parte dei casi, infatti, l’utilizzo di queste tecniche è stato ritenuto contrario all’articolo 188 del codice di procedura penale, che sancisce il divieto di utilizzo di “metodi o tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti”. 

 

Come già accennato, l’utilizzo di tecniche neuroscientifiche e di genetica comportamentale ha, invece, ricevuto a più riprese l’avallo della giurisprudenza italiana. Una vicenda giudiziaria che ha visto come importanti protagoniste le neuroscienze cognitive e, in particolar modo, la genetica comportamentale, è stata la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Trieste del 18 settembre 2009, relativa al “ caso Bayout ”. Il procedimento ha riguardato un uomo algerino sulla quarantina, tale Bayout, con storia psichiatrica precedente, anche se non ben documentata, che aveva commesso un omicidio mediante accoltellamento. L’imputato, al momento dei fatti, si trovava nei pressi della stazione di Udine, di ritorno da lavoro, quando fu aggredito da un gruppo di individui sudamericani e ingiuriato per il particolare trucco che portava sugli occhi, una polvere cosmetica tradizionale del suo Paese d’origine, il kajal . Allontanatosi dal punto ove era avvenuto lo scontro, fisico e verbale, il soggetto era poi tornato sul luogo dell’offesa con un coltello, con cui aveva colpito mortalmente uno degli aggressori. 

 

Il giudice di primo grado aveva applicato l’attenuante del vizio parziale di mente ma, non pienamente convinto dalla perizia, non aveva ritenuto di ridurre la pena del massimo permesso dalla legge, ovvero di un terzo. Nella perizia in appello sono stati effettuati test psicopatologici, test neuropsicologici, imaging morfologico e cerebrale e test di genetica molecolare. In primo luogo, quindi, i periti della difesa si sono attenuti ai protocolli più consolidati, effettuando la tradizionale “diagnosi descrittiva”, volta all’individuazione dei sintomi della patologia, con l’utilizzo di interviste semistrutturate, questionari di personalità standardizzati e test neuropsicologici. Da questi era emerso che l’imputato aveva, oltre che un deficit di intelligenza sociale, anche un disturbo di personalità delirante, caratterizzato da presenza di deliri, disturbo del pensiero, problematiche ansiose e personalità di tipo dipendente-negativistico. 

 

Solo in un secondo momento, con la finalità di rafforzare gli esiti della diagnosi summenzionata, sono state effettuate una “ diagnosi di sede ” e “ di natura ”. La prima era volta a indagare quali modifiche del cervello fossero rilevabili tramite, ad esempio, un tipo di analisi dei dati di risonanza magnetica chiamata “voxel based morphometry”, la quale misura la densità della materia grigia. Questa aveva rivelato delle alterazioni al lobo frontale, che guida il processo decisionale e il controllo del comportamento individuale. 

 

La diagnosi di natura, infine, era volta a individuare un eventuale fattore genetico che potesse essere causa dell’alterazione cerebrale. Si tratta, dunque, di un’indagine finalizzata a evidenziare anche l’eventuale substrato biologico dei disturbi rinvenuti, in vista di una maggiore accuratezza diagnostica. In particolare, sono stati studiati alleli associati al comportamento antisociale e violento e il soggetto si è rivelato portatore di varianti alleliche quali il MAOA, il COMT, il DRID4 e il Seratonin Transporter . Si tratterebbe di geni che, alla luce di vari studi, risultano collegati a una maggior tendenza al comportamento aggressivo e violento in presenza di una condizione di esclusione sociale, nonché all’insorgenza di un quadro clinico di tipo impulsivo, qualora il soggetto abbia attraversato eventi stressanti nella prima infanzia e nell’età evolutiva.

 

Questi tipi di accertamenti tecnici neuroscientifici e genetici hanno senz’altro fornito nuova linfa al vecchio dibattito sul libero arbitrio, che vedeva contrapposti i sostenitori del determinismo, appartenenti all’indirizzo bio-morfologico, e quelli della libertà del volere. In un’altra sentenza in particolare, relativa al caso Albertani , si è ribadita, seppur in maniera più limitata, l’utilità del contributo delle tecniche neuroscientifiche e di genetica comportamentale. Infatti, il Tribunale di Como nel 2011 ha applicato l’attenuante del vizio parziale di mente anche sulla base delle misurazioni morfologiche ottenute mediante screening della struttura cerebrale, nonché della presenza nell’imputata di tre alleli “sfavorevoli”, cioè significativi di un rischio più elevato di sviluppo del comportamento aggressivo-impulsivo. 

 

Occorre, anzitutto, notare come il quadro clinico dell’imputato fosse già risultato compromesso in primo grado: esso è uscito confermato da una perizia in appello estremamente ampia. Dunque, le diagnosi di sede ( imaging morfologico) e di natura (indagine genetica) hanno avuto unicamente un ruolo complementare rispetto alle indagini condotte secondo i protocolli clinici tradizionali. La pronuncia ha suscitato una notevole eco mediatica, ma pare eccessiva, alla luce di quanto sottolineato, la qualificazione della sentenza come “genetica”, cioè fondata esclusivamente sulle risultanze delle indagini di genetica comportamentale, così come è stata definita in molte pubblicazioni dai titoli «Un delitto scritto in geni e cervello», « Bad genes get a lighter sentence », « The DNA pardon: murder sentence genetically reduced », « Strafmilderung wegen schlechter Gene ».

 

In conclusione, ad oggi, le prove neuroscientifiche e di genetica comportamentale non hanno mai rivestito, in Italia, un ruolo sostitutivo rispetto ai tradizionali protocolli diagnostici. Occorre anzi precisare che esse si pongono come uno strumento finalizzato ad aumentare l’affidabilità diagnostica di un parere, quello sul vizio di mente, notoriamente “probabilistico”, data l’intrinseca complessità e fallacia delle diagnosi psichiatriche in ambito forense. Pertanto, piuttosto che indicarne il carattere sostitutivo, vale la pena soffermarsi sull’utilità dei dati convergenti che le neuroscienze possono fornire, andando ad integrare gli esiti dei colloqui clinici e dei test psicodinamici, caratterizzati da un basso livello di accuratezza. È comunque indubbio che la pronuncia della Corte d’Assise d’Appello di Trieste, in cui si ritengono particolarmente significative le risultanze delle diagnosi di sede e di natura, abbia segnato l’esordio delle indagini di genetica nell’ambito del processo penale e abbia dato origine all’ampio dibattito circa la loro ammissibilità.

 

Per saperne di più:

Grandi C., Neuroscienze e responsabilità penale. Nuove soluzioni per problemi antichi?, Torino, Giappichelli Editore, 2016.

Sammicheli L., Sartori G., Delitto, Geni, Follia, in Vignera R., Neodarwinismo e scienze sociali , Franco Angeli, 2010.

 

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