26 dicembre 2020

Progettare uno spazio totale: gli sviluppi del design contemporaneo nell’opera di Cristina La Porta

 

Sin dalle origini del design – sancite secondo molti studiosi dalla Great Exhibition di Londra del 1851 – si sono offerti al pubblico e ai critici temi ricorrenti e dilemmi concettuali, punti chiave della riflessione storico-artistica e contemporaneamente campi di battaglia per tutte le figure professionali che a metà del XIX secolo si addensavano intorno ad attività di creazione, progettazione e produzione. La ricerca dell’art manufacturer – termine coniato da sir Henry Cole e traducibile con “proto-designer” – si è da subito concentrata sui concetti di spazio, di ambiente, di progetto, di produzione, di gusto e di funzione educativa ed etica, aspetti chiave della dialettica tra arte e tecnica, le «due polarità fondative» della storia del design, come afferma Maurizio Vitta nel suo illuminante saggio Il progetto della bellezza. Il design fra arte e tecnica dal 1851 a oggi. La ricerca degli artisti-artigiani, antesignani dei moderni designer, ebbe da William Morris in poi un approccio diversificato e vario rispetto ai concetti sopra elencati, tendendo alla predilezione di un aspetto sull’altro; questa disposizione, si esplicitava ora nell’opposizione alla macchina nel processo produttivo, ora nel ricorso a essa, non senza mitizzazioni.

 

Se Morris rifiutava il macchinismo sulla scorta delle riflessioni di Ruskin e Carlyle – un suo ritratto emblematico è presente nel quadro Work (1865) di Ford Madox Brown – in favore della cosiddetta «fedeltà alla natura», Wilde, in anticipo sui tempi, decantava la necessità di aprirsi alle nuove invenzioni, le quali tuttavia incutevano in molti artisti il timore di un possibile declino del loro ruolo privilegiato di creatori. Ben presto però, con buona pace degli artisti e dei proto-designers, l’intoccabile aura dell’opera d’arte fu persa inevitabilmente – lo segnalò, com’è noto, Walter Benjamin – e si cominciò a osservare la quantità sempre crescente di oggetti prodotti, talvolta indagandone la presunta essenza con eccessi spiritualizzanti, talvolta sintetizzando strutture e forme, con oscillazioni da ambo le parti entro l’eterna contesa tra valore estetico e funzionale.

 

Alla base sia della produzione artigianale che di quella industriale resta però la progettazione, «il nucleo concettuale del design» – si veda ancora Vitta – «L’idea di un progetto che preceda l’esecuzione degli oggetti e ne fissi in anticipo i caratteri originali per garantirne la validità estetica». La ricerca attiva su tutto ciò che possa essere oggetto di progettazione attraversa come un Leitmotiv gli sviluppi del design che, dal 1851 fino a oggi, nel suo emanciparsi ed evolversi amplia sempre di più i suoi orizzonti di azione e invade e permea ogni ambito artistico. Nel corso del suo lento cammino verso l’affermazione come disciplina autonoma, il design ambisce tenacemente a estendere la sua visione progettuale del mondo fino ai più estremi approdi possibili: è così che esso diventa portavoce di una progettazione totale dello spazio concepito come insieme di interni ed esterni, come interesse e cura verso il più piccolo dettaglio, aspirando a creare un nuovo mondo da quello pre-esistente – che si tratti di imitarlo organicisticamente o di astrarne le forme pure – e a conoscere ed esprimere così il senso di una realtà storicamente e stilisticamente collocata.

 

Dalle sperimentazioni di Philip Webb per la Red House di William Morris e di Henry van de Velde per la sua Bloemenwerf House i tentativi di progettare e realizzare uno spazio totale e totalizzante si sono susseguiti in gran numero nel tempo, indipendentemente dalla corrente artistica di riferimento. Emblematico è il caso dei futuristi che, soprattutto dal 1915 in poi con il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo firmato da Balla e Depero, si impegnarono nella creazione di opere che potessero esprimere compiutamente il connubio arte-vita: nacquero i complessi plastici, dinamici, viventi e non solo, e le case d’arte futuriste, laboratori di arti applicate diffusi in tutta Italia. Lo aveva già anticipato il brillante architetto Antonio Sant’Elia nel 1914 con il suo Manifesto dell’architettura futurista, dove «appare con estrema chiarezza che la questione della nuova architettura dovrà prendere le mosse proprio dal ripensamento in chiave futurista dell’unità minima, cioè della casa-abitazione» (Belli). Ciò fu possibile – come precisa ancora Maurizio Vitta – «grazie alla presenza massiccia di oggetti d’uso quotidiano il cui corpo tecnico non si limitava a indicare una nuova forma del mondo: erano essi stessi quella forma e quel mondo. Perciò […] andavano interpretati, o meglio ancora sussunti dalla vita nella specie dell’arte».

 

Oggi il design contemporaneo non si esime dal confrontarsi con i grandi temi della progettazione – esposti brevemente sopra – e utilizza i nuovi mezzi tecnologici a sua disposizione per immaginare e creare non solo spazi iper-contemporanei che esprimano al meglio lo Zeitgeist, ma anche nuove realtà che mostrino parimenti un legame saldo con la tradizione e una forza creativa al di là di ogni limite immaginativo.

 

Proprio negli ultimi anni la scena del design contemporaneo italiano ha visto emergere diversi talenti della progettazione, tra i quali spicca Cristina La Porta, una giovanissima designer siciliana che vive e lavora a Milano. Con un profilo internazionale e una collaborazione con Dropbox alle spalle, Cristina è un ottimo esempio di designer avente una visione “totale” dello spazio e uno stile sofisticato e suggestivo. I suoi progetti – oggetto di interesse da parte di alcune tra le riviste più originali e anticonformiste del settore – sono contemporaneamente concreti ed evanescenti, pragmatici ed evocativi, e generano nell’osservatore un flusso irresistibile di energia che lo trascina in ambienti distanti nel tempo e/o nello spazio, fino a farlo approdare alle più remote coste dello spazio interiore, in un luogo di pace ma anche di vitalistica percezione sensoriale.

 

Nel corso dell’intervista Cristina riflette sul suo percorso di formazione, su ciò che per lei è tradizione e innovazione e, passando in rassegna alcuni dei suoi lavori più emblematici, porta in superficie spunti di riflessione essenziali per gli sviluppi del design contemporaneo.

 

Gina Bellomo: In molti dei tuoi lavori – penso soprattutto a Dom Residence o a Villa Rivera – c’è una grande attenzione verso la progettazione dello spazio in senso onnicomprensivo: ambiente, architettura, interni e arredi sono perfettamente integrati come fossero parte di un unico organismo. Il pensare lo spazio come opera d’arte totale è un tema che ha attraversato il design sin dalla sua nascita e si è configurato come una ricerca perseguita da diversi movimenti d’avanguardia. Come ti poni tu in relazione a questa concezione della progettazione? Quanto conta per te in tal senso l’esempio della tradizione e dei maestri del passato?

 

Cristina La Porta: Dal mio punto di vista è fondamentale focalizzare la progettazione su un tema che abbracci a 360 gradi lo spazio: lo spazio non è formato semplicemente dalla sua area, ma è un tutt’uno con il suo esterno, con ciò che contiene e con i dettagli che lo compongono, ma soprattutto con ciò che vuole trasmettere. Quello che dico sempre è che ogni progetto è diverso poiché ognuno ha una propria anima e ha qualcosa di personale e speciale che non potrà mai essere clonato. Sicuramente sia la tradizione che i maestri del passato sono fondamentali per un ottimo sviluppo progettuale poiché senza di essi non avremmo mai potuto iniziare o proseguire il progetto, qualunque esso fosse. Perché? Perché ci hanno aiutato a imparare tutto quello che sappiamo, ad ampliare i nostri orizzonti e a integrarci con uno spazio riuscendo non solo a guardarlo, ma finalmente a vederlo e ad andare anche oltre, stimolando la nostra immaginazione.

 

Cristina La Porta, Nelson de Araújo, Dom Residence, 2020

G.: Nei tuoi lavori è sempre presente il dato naturale. Perfettamente integrata con architettura e interni, la natura ricopre spesso un ruolo centrale, e se all’esterno circonda selvaggiamente l’abitato – guardiamo ancora a Dom Residence – negli interni la sua presenza è sempre calibrata, disposta e orientata secondo una precisa volontà compositiva che le permette di partecipare all’arredamento. Talvolta, come in The Farout House, per quanto l’ambiente naturale al di fuori dell’abitazione sia privo della presenza umana, esso appare come il prolungamento dell’atmosfera intima e accogliente degli interni. Quanto è importante nel tuo lavoro il ricorso alla natura? Le architetture e gli interni sono integrati in un contesto naturale pre-scelto o l’aspetto naturale si sviluppa insieme all’artificiale?

 

C.: In tutti i miei progetti, ispirandomi a una corrente metafisica e surreale, si può ben notare l’assenza della figura umana. Questo poiché tutti gli spazi, anche se hanno un’anima propria, comunicano lo stesso stato d’animo di fondo: un’oscillazione fra solitudine, spazio interiore di riflessione e relax. L’assenza di persone (ma non di statue, figure mitologiche e/o manichini) è fondamentale per far risaltare la personalità del progetto, nonché lo stato d’animo che si vuole comunicare all’osservatore. La natura in questo gioca un ruolo fondamentale: spesso è parte integrante dell’anima stessa del progetto, altre volte fa solo da contorno, ma raramente…anzi, direi pressoché mai. Quasi nella totalità dei casi, in primis si sviluppa un’idea dello spazio circostante e degli elementi naturali che si vogliono integrare, poi si passa alla progettazione architettonica, in seguito agli interni e infine ai dettagli. Da questo processo si può ben vedere come il progetto parta dall’esterno e arrivi fino all’interno, anche nel suo angolo più buio, come se fosse qualcosa da spogliare a nudo, piano e delicatamente, sino ad arrivare dritto alla sua anima.

 

G.: Per molti aspetti, potremmo definire il tuo design “organico”. Consideri il tuo lavoro affine alle definizioni attribuite, tra gli altri, all’architettura di Frank Lloyd Wright o alle opere di Alvar Aalto, entrambe caratterizzate da una certa sensibilità nei confronti delle forme e dei materiali organici?

 

C.: Assolutamente sì, per me è fondamentale la connessione fra lo spazio esterno e/o gli elementi naturali e il progetto stesso. Le due cose si fondono in un tutt’uno, creando un’armonia che dà vita alla personalità del progetto, alle sue peculiarità e alle sue dinamiche. Inoltre, utilizzando materiali naturali si riesce a creare una connessione ancora più intrinseca fra l’esterno e l’interno, come possiamo notare per esempio con l’uso di legno e di materiali rocciosi in Dom Residence, progetto in collaborazione con il designer portoghese Nelson De Araújo.

 

Cristina La Porta, House On The Moon, 2019

G.: Molti dei tuoi progetti riguardano ambienti onirici, architetture dell’animo in cui trovare forme organiche che contraddistinguono oggetti funzionali e minimalisti i quali, condensando dentro di sé un’atmosfera indefinita quanto inconfondibile, sembrano volti a raggiungere il grado zero di forma e colore inteso come armonia compositiva. Due esempi eccezionali di questa attitudine sono Introspecҫão e The Journey. Da cosa nasce la necessità di progettare questi ambienti? Sono effettivamente pensati per realizzazioni concrete o sono solamente viaggi dentro le forme di una realtà spirituale/mentale? Esiste dunque una progettazione di spazi interiori oltre che esteriori?

 

C.: La risposta si trova già nella domanda. “L’onirico” è qualsiasi cosa che riguardi i sogni, una propria rappresentazione, un personale ricordo, una fantasia. Come ho detto prima, mi ispiro principalmente al movimento metafisico e surrealista, dunque i miei lavori rispecchiano dei mondi onirici, utopici, dove non tutto necessita di una spiegazione logica o di una funzione pratica. Queste ambientazioni si possono considerare delle vere e proprie realtà separate, dei mondi lontani da quello che conosciamocome direbbero i nostri amici stranieri, dei “dreamscapes”.

 

G.: Restando ancora sull’argomento...La progettazione di ambienti onirici per te si lega a un tentativo di fuga dalla realtà o a una volontà di indagarla in modo più profondo ed essenziale?

 

C.: Senza ombra di dubbio si lega a un tentativo di fuga dalla realtà. Ognuno di noi merita di rifugiarsi in un luogo sicuro, dove sentirsi integrato e capito, un luogo dove non esistono la paura o la rabbia, un luogo per mettere a posto le proprie idee o semplicemente un luogo per iniziare un viaggio all’interno di se stessi. Spero, con i miei progetti, di regalare quel luogo allo spettatore.

 

Cristina La Porta, Nelson de Araújo, Introspecҫão, 2020

G.: L’atmosfera onirica si riflette e si spande anche sulle forme e le consistenze degli oggetti che popolano gli ambienti. Essi sembrano in questi casi – vedi sempre Introspecҫão e The Journey – immaginati per la pura contemplazione delle loro forme essenziali, il che pone in secondo piano una loro possibile funzionalità. Cosa ti spinge a progettare oggetti di questo tipo? Può esistere una progettazione priva di scopo funzionale?

 

C.: Dipende. Quando si progetta uno spazio a scopo funzionale, come ad esempio un’abitazione, un’attività commerciale o uno spazio pubblico, per quanto l’immaginazione non debba avere limiti, si deve pure, durante le fasi di progettazione ed esecuzione, stare sempre all’interno di una fitta rete di regole e formule tecniche. Con gli spazi onirici, tutto ciò non è affatto dovuto. Questi spazi sono paragonabili ad anime libere, senza schemi, senza regole e senza paletti. Lì, in quei mondi, l’unico limite che ci si può porre è la propria immaginazione.

 

G.: Nel tuo lavoro si nota in modo evidente un uso calibrato e stilistico della luce e delle suggestioni di percezione sensoriale, aspetti evidenziati dal modo in cui tu stessa hai spesso descritto le tue creazioni: una brezza, una canzone, una poesia, le sfumature del cielo al tramonto... Cosa ti guida nella scelta di sottolineare e anzi privilegiare questi elementi? C’è una precisa poetica dietro le tue preferenze luministiche e cromatiche?

 

C.: Le palettes colori e l’illuminazione non sempre sono prefissate all’inizio del progetto, anzi, spesso si modificano in corso d’opera. Ma in fase di creazione io stessa provo delle emozioni; forme, colori, e spazi mi trasmettono sensazioni forti, e con l’aiuto delle parole spero che quelle emozioni possano anche arrivare al cuore di chi osserva.

 

Cristina La Porta, Nelson de Araújo, Dom Residence, 2020

G.: Tutte le consistenze, le textures e le forme che trovano posto nei tuoi progetti seguono una coerente unità stilistica e privilegiano una linearità morbida e soft-edge. Molto interessante è inoltre la sapiente alternanza di materiali scelti per architetture, superfici e oggetti d’arredamento. A tal proposito, come gestisci nel tuo lavoro il rapporto con i materiali? Prediligi alcuni di essi e li utilizzi ripetutamente o preferisci piuttosto variare? In quale fase della progettazione ti dedichi a essi? Preferisci materiali di origine naturale o artificiale?

 

C.: I materiali e le finiture variano di progetto in progetto: questo perché, come ho già anticipato, ogni progetto ha un’anima propria. Certe volte i materiali sono conformi allo spazio circostante, come ad esempio le textures naturali che troviamo in Dom Residence, altre volte invece sono quasi futuristici, in netto contrasto con l’esterno, come ad esempio i solid colors in House On The Moon.

 

G.: Diverse tue creazioni, come House On The Moon e Villa Rivera, sono apparse su riviste internazionali di arte, architettura e design, e i tuoi progetti sono inoltre molto apprezzati sui social networks più famosi. Come fa un giovane designer oggi a promuovere il proprio lavoro? Quali mezzi e quali canali usa? Si può dire che egli debba riscoprirsi “imprenditore di se stesso”?

 

C.: Nel bene e nel male, viviamo nel 2020. Oggi più che mai, ciò che ci connette gli uni con gli altri è la fitta rete di comunicazioni che semplicemente tutti i giorni chiamiamo WEB. Internet è da considerarsi come una grande città abitata da miliardi di utenti: utilizzare i canali social, iniziare la diffusione dei propri contenuti online e aumentare le proprie conoscenze con gente del settore sono la chiave giusta per promuovere il proprio lavoro in modo cristallino, ricevendo così dei feedback, crescendo professionalmente e confrontandosi sia con ciò che il mercato offre, sia con gli ipotetici futuri clienti. In linea definitiva, il designer può considerarsi quasi al 100% come imprenditore di se stesso.

 

Cristina La Porta, Nelson de Araújo, Villa Rivera, 2020

G.: Villa Rivera, The Farout House e Dom Residence sono tra i tuoi lavori quelli che più si legano a una concezione totale e totalizzante dell’ambiente esterno e interno. Essi nascono dalla collaborazione con un altro giovane designer: il portoghese Nelson de Araújo. Questa, tuttavia, non è la tua unica partnership internazionale, in quanto hai lavorato anche con il romeno Lucian Moldovan in The Journey e con l’onduregno Carlos Neda in Amanecer en mi Invernadero. Come nascono queste collaborazioni? Quanto è importante per te entrare in contatto e collaborare con colleghi italiani e internazionali?

 

C.: Tutte le mie collaborazioni nascono innanzitutto da un profondo rispetto reciproco. Quando si propone una collaborazione lo si fa perché si rispetta quel progettista, lo si fa perché si ammirano il suo lavoro, il suo stile e la sua progettazione. È molto stimolante riuscire a vedere con gli occhi di qualcun altro, perché solo in questo modo riesci ad andare oltre i tuoi limiti e i tuoi schemi, e spesso le differenze che ci caratterizzano sono quelle che, unendoci, ci completano.

 

G.: Siamo ormai sullo scorcio del 2020. In ultima battuta, dicci quali sono stati i tuoi progetti preferiti di quest’anno e in quali progetti (e collaborazioni) ti vedremo impegnata nel 2021.

 

C.: Sappiamo bene tutti che quest’anno è stato molto difficile. Lavorare ai miei progetti, personali e non, mi ha aiutata un po’ a estraniarmi da quello che mi stava accadendo intorno; i miei lavori fungevano da luogo sicuro dove rifugiarmi e alienarmi. Senza ombra di dubbio il mio progetto preferito del 2020 è stato Villa Rivera. Ho lavorato a questo progetto in pieno lockdown con il mio collega Nelson De Araújo. Con la mente mi sono trasferita non solo in un altro luogo, ma anche in un altro decennio! Per l’anno a venire invece, ovvero il 2021, ho in mente vari progetti che abbracciano diversi campi. Molti sono ancora solo delle idee, altri stanno già prendendo forma, ma c’è molto lavoro da fare. Per quanto riguarda le collaborazioni, ce ne saranno molte altre ovviamente…si è sempre in cerca di nuovi stimoli! Stay tuned.

 

Per saperne di più:

Cristina La Porta (1995) è nata e cresciuta in Sicilia e oggi vive e lavora a Milano. Ha all’attivo diverse collaborazioni internazionali e i suoi lavori sono stati pubblicati, tra le altre, sulle riviste WSJ/The Wall Street Journal, Arquitectura y Diseño e Trendland. Designer multidisciplinare e art director, la sua ricerca si concentra sullo spazio inteso come integrazione di elementi concreti e intangibili, quali percezioni ed evocazioni multisensoriali. Ogni sua creazione, fondata sulla tensione verso l’idillico, è pervasa da un sentimento nostalgico che raggiunge l’osservatore spingendolo a vagare in fantasie utopistiche in cui lo spazio è sempre immaginato come altrove.

 

Maurizio Vitta, Il progetto della bellezza. Il design fra arte e tecnica dal 1851 a oggi, Einaudi, Torino, 2011; Gabriella Belli, Arredo, oggettistica, moda: l’avventura della Ricostruzione futurista dell’universo, in E. Crispolti, (a cura di), Futurismo 1909-1944. Arte, architettura, spettacolo, grafica, letteratura, Mazzotta, Milano, 2001; Enrico Crispolti, (a cura di), Ricostruzione Futurista dell’Universo, Museo civico di Torino, Torino, 1980; Walter Benjamin, Aura e choc. Saggi sulla teoria dei media, Andrea Pinotti, Antonio Somaini, (a cura di), Einaudi, Torino, 2012.

 

 

Immagine di copertina Cristina La Porta, Chill & Solarium, 2019.
Tutte le immagini sono gentilmente concesse dai designers Cristina La Porta e Nelson de Araújo.

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