28 novembre 2020

Ancora Bigotti. Gli italiani e la morale sessuale

Recensione

Edoardo Lombardi Vallauri, Ancora bigotti. Gli italiani e la morale sessuale, Einaudi, Torino 2020.

 

Il testo di Lombardi Vallauri prende forma da una constatazione lapidaria, secondo cui «la morale sessuale, dall’antichità ad oggi, ha fatto progressi minimi. Anzi, per diversi aspetti è avvenuto il contrario: si è andati indietro» (p. ix). Tra le varie riflessioni che negli ultimi anni hanno coinvolto la sessualità e l’erotismo in una prospettiva etico-filosofica, questo testo rappresenta una perla nel panorama italiano. La lucidità ed il nitore, a tratti brutale, dell’autore, la rendono una lettura che intende scuotere l’esistenza di coloro che hanno impostato le proprie relazioni in un certo modo, perché considerato unico, socialmente accettato, giusto, perché convinti che non v’era in fondo una reale alternativa; d’altro canto, offre un utile strumento di riflessione per coloro che vivono consapevolmente o meno una “dissonanza diadica”: «essi desiderano essere monogami per via di ciò che gli è stato inculcato, e desiderano essere poligami per via della loro natura biologica» (p. 66).

 

L’opera (pp. 148 + xii) è divisa in quattro capitoli: §1 La condanna sociale, §2 Perché c’è la morale sessuale, §3 La situazione italiana, §4 Mentire, oltre a un congedo finale. È opportuno entrare nel merito di ognuno.

 

 

 §1. La condanna sociale

 

C’è poco da fare, «la nostra vita sessuale, se resa pubblica, ci espone alla derisione […], se si vuole evitare di essere oggetto di scherno bisogna nasconder[la] agli altri» (pp. 4-5). È nel linguaggio che si avverte più evidentemente lo screditamento generale che la società ha nei riguardi del sesso: non esistono connotazioni positive per espressioni come pompinobocchinoa pecoraincularescopare, ecc.; il solo modo per parlarne è infangarle attraverso denominazioni che sfociano nel grottesco, e che immediatamente sono avvertite come volgari, inopportune o, comunque, di registro basso, se non addirittura offensive. Neppure è una soluzione chiedere aiuto al lessico scientifico: fellatioeiaculazionecoitocopulamasturbazionesadomasochismo e altre espressioni non sono del tutto esenti da un certo alone di ridicolo e scherno. Queste considerazioni negative, argomenta l’autore, sono il risultato della concezione secondo cui gli istinti non abbiano una loro dignità, poiché privi di ragione. Il pensiero, l’ideologia e la credenza avrebbero le loro ragioni, più o meno legittime, ma non gli istinti, sempre e comunque irrazionali. Eppure, gli istinti esistono perché hanno mostrato di essere utili per la sopravvivenza della nostra specie, hanno dunque una profonda ragion d’essere, pienamente giustificata e legittimata dalla nostra biologia; e per quanto riguarda invece i principî? Ciò che l’autore intende mostrare è che, a una analisi più approfondita, non v’è una motivazione decisiva per ritenere i principî più razionali degli istinti, soprattutto se i primi si trovano enunciati in testi inverosimilmente ispirati da una autorità divina: «Fondarsi (più o meno consapevolmente) su una presunta volontà di “Dio” per concludere che il sesso è male e conviene limitarlo potrebbe non essere più razionale che fondarsi sull’esistenza del nostro istinto naturale per concluderne che il sesso è bene, o comunque non male, e che conviene goderne secondo i propri gusti» (p. 7).

 

Più dell’uomo, a subire discriminazioni a causa della propria vita sessuale è la donna, probabilmente in parte per ragioni biologiche, poi esasperate e amplificate dal “progresso” della civiltà. Si guardino i dati più recenti: in Italia, oltre un terzo dei giovani tra i 18 e i 23 anni sostiene che una donna che mostrasse disinvolto interesse verso un individuo del sesso opposto metterebbe a rischio la propria reputazione (da uno studio riportato in M. Barbagli, G. Dalla Zuanna, F. Garelli, La sessualità degli italiani, il Mulino Bologna 2010, p. 223):

 

Si vive ancora in una società in cui la donna deve rappresentarsi agli altri come comunque poco desiderosa di sesso, poco vogliosa di pratiche sessuali un po’ alternative, di trasgressioni […]. Una donna che viene rappresentata come particolarmente disinibita o vogliosa viene considerata purtroppo, anche inconsciamente, non esplicitamente, poco bene.

C’è ancora molta strada da fare.

 

 

§2. Perché c’è la morale sessuale

 

Un po’ di (prei)storia. La biologia evoluzionistica e l’etologia spiegano che la gelosia dei mammiferi maschi nasce dal dubbio in merito all’effettiva paternità nei confronti della prole: prima di investire tempo, sforzo e altri beni per favorirne la crescita, gli istinti ci inducono ad essere certi che il figlio sia nostro. Da dove nasce questo dubbio? Dal fatto che la maggior parte dei mammiferi, generalmente, e se ne ha la possibilità, cerca di fecondare le compagne degli altri maschi «lasciando che lo sfortunato cornuto si prenda cura della loro prole senza saperlo» (J. Diamond, Why sex is fun, Basic Books, New York 1997, p. 30). La società umana si sarebbe difesa da questo rischio introducendo la pratica della monogamia, ossia di fatto cercando di ridurre le probabilità che la propria compagna faccia sesso con altri uomini. Come promuovere la felicità e la sicurezza di un uomo? Ovviamente, vietando alla donna ogni forma di vitalità e di libertà. La morale sessuale nasce per stabilire precetti condivisi dalla comunità, aventi come fine l’istituzione di un comportamento, relativo al sesso, socialmente accettato e che tuteli gli individui, dapprima punendo i trasgressori attraverso sanzioni di varia natura, per poi premonire un’ampia farmacia di destini ultraterreni fondati sulla sofferenza eterna, con sfumature gradualmente stabilite dalle preferenze di questa o quella divinità. Per non parlare dell’invenzione di ciò che forse è il principale strumento di controllo dei comportamenti sessuali: il senso di colpa; essere sfavoriti da un dio, o dal proprio partner, poco importa, lo sfortunato malcapitato, se nutrito di questi precetti, sarà perseguitato dalla propria morale e solo con uno sforzo significativo, purtroppo talvolta infruttuoso, potrà sperare di superare l’evento da cui è scaturita la sua frustrazione.

 

Due parole sulla pigrizia nelle relazioni. L’autore considera quanti, una volta intrapresa una relazione monogama con forti garanzie – che tendenzialmente sfocia nel matrimonio –, trovano nell’affetto sicuro della compagna anche la liberazione dal terreno impegnativo della lotta fra i sessi e per il sesso: «Di solito questa pacificazione rilassante produce anche la crescita di una morbida pancetta, che al tempo stesso può diventare un valido pretesto per evitare le faticose sfide della seduzione» (p. 38). Sulla stregua di una tradizione filosofica e letteraria testimoniata, d’altra parte, anche dal colloquio tra il Grande Inquisitore e Gesù, ne I fratelli Karamazov, Lombardi Vallauri sostiene che gli uomini, in fondo, non vogliono essere liberi, non vogliono dubbi, «non vogliono che venga il momento in cui tocchi loro chiedersi: “Ho fatto bene, oppure ho fatto male?”» (p. 39). In un messaggio dalla potenza inattesa, l’autore mette a nudo la profonda fragilità di chi ama; comportarsi nel modo che tutti considerano giusto ci libera dalla frustrazione del dover rendere conto a noi stessi dei nostri errori. Sì, le relazioni finiscono, e feriscono, ma sapere che quella fine non è dipesa da noi ci scagiona dalla nostra moralità violenta e intransigente: è finita perché lui (o lei)… e così via. È finita, ma non è stata colpa mia. Se io ho sempre adottato il comportamento che tutti giudicano giusto, sono salvo dai giudizi altrui, ma soprattutto dal mio; a essere sbagliato non sono io.

 

Avevate impostato la relazione in maniera aperta? Lei ha conosciuto un altro e tu, invece di impedirglielo, hai lasciato che lo conoscesse meglio, perché pensi che due persone debbano restare insieme solo se – facendone la prova – si preferiscono davvero a tutti gli altri? Alla fine lei ha preferito l’altro. Ora paghi il prezzo della tua idea di amore e di libertà. E di ciò che è accaduto è difficile non incolpare te stesso. Oppure sei tu che hai conosciuto altre e, anche se hai continuato a preferire lei, ad amare lei, lei non ha retto. Non ha sopportato la tua libertà e se n’è andata. Che cosa sarebbe successo se l’avessi tenuta sotto controllo? Forse l’avresti ancora. Sotto controllo, e tua. O forse ti avrebbe lasciato lo stesso, come succede continuamente. Ma una differenza ci sarebbe. Nella libertà, sei tu, da solo, a portare la ferita. Tu sei il responsabile di ciò che ti accade. Se non hai obbedito alle consuetudini, ma hai agito avendo come norma la tua coscienza, le ferite della vita vengono a chiedere il conto a te. Se invece ti sei comportato secondo le regole accettate da tutti, se la tua morale è lo specchio della morale tradizionale e maggioritaria, non hai niente da rimproverarti. Tu hai agito bene. Tu eri giusto. Se le cose sono andate così, la responsabilità è sua. Se ti ha lasciato, se è finita, se ora soffri, non è per via delle tue scelte. Tu non hai colpa, tu eseguivi gli ordini. (pp. 39-40).

Come avremmo reagito? Come abbiamo reagito? Siamo davvero sicuri di volere questa libertà?

 

Un ulteriore testo, a più riprese citato anche nell’opera qui recensita, è il lavoro di E. Anderson, The Monogamy Gap. Men, Love, and the Reality of Cheating, Oxford University Press, Oxford 2012. La questione da cui si dipana l’intera trattazione è la seguente:

 

Non ho mai veramente capito la reverenza per la monogamia. […] Se c’è bisogno di predicare continuamente le gioie e i benefici di qualcosa, probabilmente la realtà è diversa. […] Se la monogamia fosse così meravigliosa, nessuno avrebbe voglia di tradire. Se il sesso con una persona sola fosse così fantastico, nessuno tradirebbe. Ma poiché la maggior parte delle persone di fatto tradisce, e poiché alcune persone tradiscono parecchio, […] forse i benefici della monogamia non sono così autentici come i suoi apostoli proclamano (p. 10).

Il punto è, ed è attestato da diversi studi a riguardo, che in genere dopo circa tre mesi l’entusiasmo della nuova relazione sfiorisce; ciò vale a prescindere dai sessi, e sia maschi che femmine iniziano presto a sentire il bisogno di nuovi partner sessuali. Strano a dirsi, ciò non significa che anche l’amore diminuisca o cessi, anzi; una relazione che duri ciò nonostante è proprio giustificata dalla presenza di un amore che prescinde dalla presenza o meno della passione. Sentimentalmente c’è un legame forte, la volontà di condividere un pezzo di strada insieme, il piacere di avere al proprio fianco una persona (o più) che ci voglia per come siamo. Fisicamente, e biologicamente, le cose sono diverse.

 

L’assai ripetuto adagio: «Se ami veramente il tuo partner, non desideri fare sesso con nessun altro» è una bugia. […] La realtà quotidiana dimostra in maniera sovrabbondante il contrario. Miliardi di persone tradiscono la persona che amano, come prova il fatto che non la vogliono affatto lasciare, anzi vogliono continuare a vivere con lei e, se ne vengono privati (magari proprio perché il tradimento è stato scoperto), soffrono come e più di lei. Ma la tradiscono, perché fare sesso con persone nuove è una fortissima necessità fisiologica, reprimendo la quale si sta peggio che assecondandola, tanto che non si riesce a reprimerla (p. 61).

Certo, tradire significa venir meno alla fiducia che è stata riposta. Ma si tratta di un problema che può essere risolto in maniera abbastanza banale, semplicemente non ponendo la monogamia come condizione fondante della vita sessuale di coppia. Esiste un numero sempre crescente di partner che vivono liberamente la loro vita sessuale, «ma non per questo sono meno uniti, meno fedeli a progetti comuni, meno capaci di restare insieme nella vita» (p. 61). Eppure, si preferisce ancora la monogamia, perché, se la nostra libertà sessuale ci piace, non tutti riescono a dire lo stesso per quella del proprio partner. Se si sta bene con qualcuno, si vuole averlo per noi; vogliamo che ci dia importanza, che ci dedichi il suo tempo, le sue attenzioni. È normale, si vuole possederlo, ma la possessività è ben diversa dalla gelosia; nella gelosia noi pretendiamo che il nostro partner non sia posseduto da nessun altro. Essere gelosi non significa essere leali e fedeli nella relazione, né è prova di un amore sincero. L’amore non è geloso, ma è possessivo, e la possessività è un ingrediente essenziale, purché non venga esasperata da comportamenti estremi. Occorre evitare il “cannibalismo sentimentale”, in cui uno dei partner ha così paura di vedersi sottratto l’altro da divorarlo – metafora che spesso si concretizza in violenze anche omicide. Al contrario, se essere possessivi vuol dire volere per sé la persona amata, allora inizia ad insinuarsi la possibilità di poter permettere anche ad altri di averla; in tal caso, entrano in gioco una serie di compromessi, tipicamente gestiti da situazione a situazione: «Parlando di una persona, se altri la hanno troppo, non ne rimane per te, perché la vita è limitata nel tempo. Quindi la possessività rappresenta comunque un limite alla disponibilità del proprio partner per altri. Ma un limite relativo, dovuto alla limitatezza del tempo e delle energie» (p. 136). Il possessivo vorrà molto dalla persona amata, ma non tutto, e sempre secondo la cultura del consenso; la libertà del proprio partner rimane così inviolata.

 

Parlare di queste cose è difficile; è difficile, perché ci sono troppe poste in gioco personali, intimità alienate, debolezze dissimulate o nascoste, talvolta profonde nevrosi. Da qui il rifiuto di affrontare tali problematiche, alle quali spesso si risponde con spregio, disprezzo, critica aggressiva. Ma si tratta ciò nondimeno di un percorso personale, e di coppia, necessario, per coloro che intendono impostare la propria esistenza sui valori dell’autenticità e della consapevolezza. Può essere d’aiuto considerare queste riflessioni come un allenamento per rafforzare i propri muscoli emotivi; non bisogna esagerare tuffandosi a capofitto nel mondo del poliamore, altrimenti si rischia di uscirne più feriti di prima: come per ogni cosa, occorre gradualità. Per alcuni, fa notare l’autore, «il sesso sempre con la stessa persona potrà senz’altro andar bene, e non c’è davvero ragione di impedirglielo; ma per altri (probabilmente i più) no. E non hanno colpa di questo. La soluzione sarebbe semplice: poiché essere monogami è contro la nostra natura e quindi è estremamente difficile nei fatti, basterebbe non esserlo nei patti. Invece i patti con cui le persone si mettono insieme prevedono sempre la monogamia; e così le infrazioni alla monogamia continuano a distruggere coppie che per il resto erano felici» (pp. 68-69). Eppure, ciò non significa eliminare la nozione di tradimento dalla vita affettiva del singolo; un amore che non riconoscesse il tradimento, né ne postulasse la possibilità, sarebbe ingenuo e puerile, non in grado di vivere della propria forza. Chi tradisce, di solito, queste cose le sa. Chi è tradito, se non sopraffatto da negazione, paranoie, cinismo o vendetta, le scopre col tempo. Se prima ci si è dunque chiesti se vogliamo essere liberi, ora vale la pena domandarsi se vogliamo davvero la libertà dell’altro.

 

L’esclusività è nemica delle relazioni: se può reggere in relazioni molto brevi, certamente è poco compatibile con quelle di lunga durata. Ma, curiosamente, chi predica la perennità dei rapporti predica anche l’esclusività, trascinato da un’ansia di assolutezza che non ha nulla a che fare con la realtà degli esseri umani. È proprio l’esclusività la peggiore nemica della perennità, perché alla lunga rende la relazione troppo sacrificante, troppo diversa rispetto alle esigenze vitali di ognuno di noi (p. 69).

 

 

 §3. La situazione italiana

 

Il 63% delle donne italiane (dati tratti dallo studio già citato di Barbagli et al., pp. 225-226) continua a ritenere immorale avere rapporti sessuali in cui il sesso è disgiunto dall’affetto, laddove solo un terzo degli uomini si trova d’accordo con tale posizione. Soltanto il 7% delle donne sotto i trent’anni ha avuto rapporti sessuali con uno sconosciuto, contro circa il 35% degli uomini; i dati mostrano dunque che la maggior parte dei giovani continuano a dare importanza al contesto affettivo, che deve necessariamente far da cornice all’atto sessuale, posizione riassunta da L., una delle partecipanti allo studio:

 

Secondo me, la prima volta è una cosa importantissima, che va vissuta in un certo modo. […] Alla fine… cioè io non gli do assolutamente il valore tipo: vergine fino al matrimonio, assolutamente no. Vergine fino a quando non sei assolutamente innamorata, che poi puoi guardare indietro e dire «cavolo!» (Barbagli et al, p. 112).

Una frase del genere potrà da qualcuno essere interpretata come l’affermazione di una identità che si è liberata dai vincoli imposti dal Cristianesimo, una visione libertina che ammette persino (!) il sesso prima del matrimonio, da effettiva epigona della liberazione sessuale, purché, si badi bene, viga la condizione d’essere «assolutamente innamorati». In verità, lungi dal voler giudicare nel merito il singolo, che può o meno rivedersi in una tale prospettiva, occorre riconoscere che non c’è ancora la consapevolezza di quali siano i reali confini delle nostre esperienze sessuali; «i limiti morali più forti e invalicabili si verificano proprio quando qualcuno è riuscito a farci credere che quelli non sono steccati oltre cui ci siano ancora delle possibilità, ma sono proprio il confine della realtà stessa. Le persone che considerano colpevole il sesso al di fuori di relazioni impegnative, però, si compiacciono di avere giubilato l’obbligatorietà del matrimonio, e credono così di essere arrivate alla totale assenza di sessuofobia. Pensano di avere abbandonato la Chiesa. Non si rendono conto che hanno fatto solo un passettino sul sagrato, e che si precludono ancora l’intera prateria. Anzi, la prateria non la vedono proprio» (p. 79). I giovani italiani hanno insomma ereditato una visione monogama del rapporto di coppia, applicata perché considerata giusta, socialmente accettata, naturale, unica. Ciò che i più considerano essere una vera e propria rivoluzione sessuale, non è altro che una riproposizione della dottrina cattolica diluita in una proposta alternativa: perché sposarsi una sola volta, quando puoi vivere una serie di monogamie con persone diverse e distribuite nel tempo? Va ripetuto, la monogamia ha un suo valore; ci fa ignorare che là fuori, intorno a noi, ci sono alternative, ci convince che per il nostro partner noi siamo unici. Ma di che tipo di amore parliamo quando vogliamo essere i preferiti, gli esclusivi, in una gara vinta in partenza perché privata fin dall’inizio da ogni forma di concorrenza? L’abitudine favorisce la distruzione del desiderio, e per questo tendiamo ad abituarci alle persone che amiamo, difendendoci così dalla vulnerabilità che paghiamo per essercene innamorati. Quanta felicità barattiamo per la nostra sicurezza? Ciò non significa che esista un modo giusto o sbagliato in assoluto di vivere la propria vita di coppia – o di single, nessuno ha torto o ragione, monogamia o poligamia sono entrambe opzioni valide, l’importante è essere consapevoli di avere delle scelte.

 

 

 §4. Mentire

 

«Se avete bisogno di andare con altri, è segno che vi manca qualcosa». Che dire? Questo capitolo è molto intenso e ne cedo la lettura a chi vorrà affrontarla. Nel mentre, riporto:

 

Ma invece che «manco di qualcosa» si potrebbe anche dire: mi piace tutto e ho voglia di molte cose. Desiderare molte cose non è dovuto a una condizione sfortunata, ma è l’essenza stessa dell’essere uomini e non animali. Il voler vivere ancora e sempre cose ulteriori e nuove ci differenzia (non negativamente) da tutte le altre specie. Più che come mancanza di qualcosa, ha senso definirlo come l’aspirazione a una pienezza sempre maggiore (p. 123).

Bisognerebbe smetterla di alimentare logiche perverse tese a diffamare uomini e donne che non hanno altro desiderio che sperimentare appieno le potenzialità della propria esistenza. L’istinto sessuale non è una miseria umana: il desiderio non è mancanza, il piacere non deriva dall’esclusività, la famiglia non è la destinazione naturale degli impulsi sessuali, e i figli non devono in alcun modo essere la legittimazione ontologica dell’amore tra i genitori. Non c’è bisogno di attribuire alle relazioni sessuali una gravità e un peso in realtà inesistenti. È possibile l’esistenza di una intersoggettività dolce, tenera, leale, ma aperta e leggera. Ognuno dà secondo le proprie possibilità: bellezza, intelligenza, tenerezza, devozione, erotismo, pazienza, e così via. Come potrebbe una singola persona svolgere sempre il ruolo opportuno nell’istante giusto? Il polimorfismo sentimentale è una metafora che non trova alcun riscontro nel mondo reale. L’erotismo esige cambiamento, esso è novità, iniziativa, azione, nomadismo, in una parola: vita.

 

Questo testo intende dunque ridefinire profondamente la nostra percezione della morale sessuale. Gli argomenti addotti da Lombardi Vallauri sono potenti e rigorosi, la scrittura è piacevole e mai tediosa; se anche non condivideste nulla del suo pensiero, perlomeno conservereste da questa lettura la sensazione di aver dato una sbirciatina fuori dalle finestre della presunta libertà affettiva di cui tutti ci facciamo vanto: oltrepassarne i limiti è una nostra scelta.

 

 

Per saperne di più:

E. Anderson, The Monogamy Gap. Men, Love, and the Reality of Cheating, Oxford University Press, Oxford 2012.

M. Barbagli, G. Dalla Zuanna, F. Garelli, La sessualità degli italiani, il Mulino, Bologna 2010.

D. Easton, J. Hardy, La zoccola etica. Guida al poliamore, alle relazioni aperte e altre avventure, Odoya, Bologna 2014.

M. Onfray, Teoria del corpo amoroso. Per una erotica solare, Fazi, Roma 2007.

 

Immagine da WM Commons – Libera per usi commerciali
Hendrick de Clerck, The Nuptials of Thetis and Peleus

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