7 novembre 2020

L'interlinguistica e le lingue pianificate

Intervista a Davide Astori

Davide Astori, laurea in Lettere (indirizzo classico) nel 1996 e dottorato in Romanistica nel 2006 (LMU München), è dal 2015 professore associato presso l’Università degli Studi di Parma. Dopo aver insegnato “Lingua e cultura ebraica”, “Lingua araba” e “Sanscrito”, è ora titolare di “Linguistica generale”, “Interlinguistica” e “Lingua romena”. Fra i suoi interessi primari di ricerca si annovera l’indoeuropeistica, la traduttologia, i fenomeni delle lingue in contatto, lo studio delle minoranze e politiche linguistiche, e l’interlinguistica. Altro importante indirizzo di ricerca è quello che ha in oggetto le lingue dei segni; d’altro canto, all’interno della riflessione sul rapporto tra lingua e identità, è da inserire il suo interesse per l’esperantologia. Nel 2019 ha fondato e gestisce il circolo interlinguistico “D. Marignoni”, in seno all’Associazione culturale ADAFA; il circolo promuove, fra l’altro, insieme ad altre realtà (l’editore parmigiano Athenaeum e il Rotary Club Farnese), il Premio “G. Canuto” per la migliore tesi di laurea in Interlinguistica ed Esperantologia, patrocinato dall’Università di Parma, e giunto l’anno scorso alla decima edizione, e ha in animo, per il prossimo futuro, l’organizzazione di un premio “D. Marignoni” per la migliore tesi di laurea in Dialettologia.

 

D: Gentile prof. Astori, tra i tuoi insegnamenti all’Università di Parma, quello di interlinguistica spicca per la sua unicità: inizierei chiedendoti in primo luogo di introdurre e definire questa disciplina particolare, che Jules Meysmans presentava già nel 1911 come une science nouvelle.

 

R: Non male come prima domanda. La questione di una definizione della disciplina è talmente centrale che l’intero primo capitolo del manuale che ho scritto proprio ad uso dei miei studenti (Interlinguistica. Pianificazione, creatività, contatto, Athenaeum, Parma 2020) affronta e discute questo aspetto, proponendo definizioni di diversi autori e di diverse scuole. E sempre in quel volume ho cercato, come emerge dal sottotitolo, di far dialogare almeno tre grandi anime e prospettive diverse, per abbracciare nel modo più vasto possibile un territorio così ricco e ancora così poco razionalizzato. Per venire comunque a un tentativo di risposta, potrei riprendere molte definizioni, legate a nomi illustri, da Otto Jespersen, per andare alle origini, a Federico Gobbo, professore ordinario su cattedra speciale in ‘Interlinguistica ed esperanto’ all’Università di Amsterdam, passando per studiosi del calibro di Detlev Blanke, per entrare in un ambito più specificamente esperantologico. Un approccio (forse più ortodosso per l’accademia contemporanea) da segnalare, a complementarità di quelle voci, è di una brillante esperta del settore, Fabiana Fusco, in Che cos’è l’interlinguistica. Carocci, Roma 2008, p. 11: «Con interlinguistica intendiamo quell’ambito delle scienze del linguaggio che prende in esame l’intera fenomenologia delle relazioni fra lingue, ovvero le condizioni e gli effetti, sia strutturali sia psico- e sociolinguistici, del contatto fra lingue. In una visione più ampia l’interlinguistica si occupa di tutti i campi di ricerca legati ai contatti linguistici per come si presentano in un dato momento storico (prospettiva sincronica) e nel loro svolgersi nel tempo (prospettiva diacronica)». Ti confesso la mia predilezione per due definizioni: la prima, di André Martinet, in The proof of pudding… Introductory note (contenuto nel volume a cura di Klaus Schubert e Dan Maxwell, Interlinguistics. Aspects of the Science of Planned Languages. Mouton de Gruyter, Berlin 1989, pp. 3-5), che nel 1989 dichiarerà l’interlinguistica «the heterodox branch of Linguistics» (utilizzando una fascinosa, e provocatoria, definizione cabalistica in forma aramaica che designava il Diavolo, lo סיתרא אחרא sitrà aḫra, etimologicamente “l’altro punto di vista”) sulla più tradizionale materia della Linguistica generale; la seconda, anche per l’affetto che mi lega a chi l’ha formulata, di Fabrizio Angelo Pennacchietti, affidatario all’Università di Torino, a titolo di attività didattica gratuita aggiuntiva, di un corso di “Interlinguistica ed esperantologia”, oltre a “Filologia semitica” come professore ordinario, a partire dall’a.a. 1994/95 fino all’a.a. 2008/09: «Dopo quattordici anni d’insegnamento universitario di interlinguistica, mi piace definire tale disciplina come “la scienza dell’intervento cosciente dell’uomo sul linguaggio”».

 

D: Il corso da te tenuto di interlinguistica, presso l’Università di Parma, si focalizza notevolmente sul fenomeno delle lingue pianificate, ossia quelle lingue create ad hoc per ricoprire determinati ruoli e servire a funzioni precise (vd. esperanto, volapük, lojban, solresol, iţkuîl, ido, occidental, ecc.), il cui numero, a ben vedere, supera il migliaio, contro le circa settemila lingue cosiddette storico-naturali. Ai fini della ricerca linguistica, questi idiomi esprimono qualcosa di originale?

 

R: Uno dei rischi maggiori che si corrono occupandosi di queste cose, è di passare – anche agli occhi di qualche collega – per bizzarri nullafacenti con (tanto o poco) tempo da perdere. Se mi permetti, prima di risponderti, introdurrei una citazione che mi è particolarmente cara, di Alessandro Bausani, grande intellettuale che sarebbe riduttivo circoscrivere quanto a orientalista, quanto a (inter)linguista, quanto a homo religiosus. Egli così scriveva: «Una qualsiasi lingua inventata, sia essa sacrale, o di tipo pratico, o di tipo giocoso/infantile o altro, è un approccio al problema della lingua. È uno smontare e rimontare gli elementi del linguaggio, provando e riprovando i vari pezzi in strutture nuove, come un bambino che giochi col suo Meccano. È distinto da questo il ritrovare l’Uno primordiale delle lingue (Böhme, Comenius, ecc.)? Forse no, perché l’Uno, nel linguaggio, è non come si credeva in antico, una sostanza, ma piuttosto proprio il funzionare stesso, una dynamis, ed è a questa dynamis che in fondo rendono omaggio tutti gli inventori di lingue» (A. Bausani, Le lingue inventate. Linguaggi artificiali – Linguaggi segreti – Linguaggi universali, Ubaldini Editore, Roma 1974, p. 151). Sarebbe facile giustificare l’eventuale interesse scientifico derivante dall’interlinguistica a partire da istanze di carattere ludico, anche se lo zucchero lucreziano a dissimulare l’amaro della fatica di un approccio più tradizionale alla materia linguistica non è da sottovalutare. Certo, anche l’aspetto ludico può avere un’efficacia didattica: si consideri il valore ancillare e propedeutico dell’interlinguistica all’educazione linguistica più in generale; per fare un solo esempio, Lucien Tesnière utilizzò le uscite dei morfemi grammaticali dell’esperanto nella teorizzazione illustrata nei suoi Elements De Syntaxe Structurale. Tuttavia, la riflessione del Bausani, di amplissimo respiro, intende a mio avviso sottolineare l’apporto notevole di tale disciplina all’analisi delle dinamiche linguistiche profonde. Le forme patologiche, o le perversioni (se vogliamo accettare, al limite, anche una valutazione di questo tenore relativamente alle lingue inventate) sono delle ottime occasioni per meglio intendere la cosiddetta “normalità”. Inventare lingue è un altro modo per scandagliare alle radici il modo di funzionare di quelle “meno” inventate. Torna ancora quel concetto di “altro punto di vista” di cui si è già detto, che diventa potente nel vedere in prospettiva i temi forti della linguistica generale e validarli proprio da questo ambito eterodosso. Affascina ancora pensare che le lingue, anche quelle inventate, sono un modo per entrare in sintonia con le menti che le hanno create e le usano. Samuel Johnson, nel 1891, ebbe ad affermare che “Language is the dress of thought”, con una metafora quasi immanente, che era già stata usata – ad esempio – già più di un secolo prima (nel 1750) in una lettera di Lord Philip D. Stanhope, conte di Chesterfield: “Words are the dress of thoughts; which should no more be presented in rags, tatters, and dirt than your person should”. E anche questi “strani” prodotti culturali possono, a loro modo, contribuire alla ricerca di un grimaldello per fare nostri i segreti del Pensiero. Vi è poi un’altra considerazione che negli anni ho sempre portato con me, e mi sono impegnato a fare sempre più profondamente mia. Si tratta della bella pagina di Luigi Heilmann nell’introduzione, a sua cura, ai Saggi di linguistica generale di Roman Jakobson, elogio della bellezza e della ricchezza che ogni aspetto linguistico nutre in sé: «Il lavoro di indagine che ha per oggetto l’uomo esige unanimità per risolversi in quella convergenza di risultati che lo Jakobson stesso metaforicamente definisce come “struttura polifonica”. Questa attività interdisciplinare non è dunque espressione di una curiosità avida di suggestioni molteplici, né, tanto meno, di sfiducia nel metodo; al contrario è coscienza di una totalità inscindibile: “noi ci rendiamo conto sempre meglio che l’osservazione del linguaggio in tutta la sua complessità rappresenta la condizione ideale per conseguire il nostro fine. Parafrasando Terenzio dirò: linguista sum; linguistici nihil a me alienum puto”. Il linguaggio deve quindi essere studiato in atto, nella sua evoluzione, allo stato nascente, in dissoluzione. E se il linguista, in questa faticosa indagine, è portato, per le esigenze pratiche della ricerca, ad accentrare, di volta in volta, la sua attenzione su problemi particolari e ad interessarsi separatamente del piano fonematico e di quello morfematico, dell’aspetto formale e di quello semantico, egli tuttavia ha piena coscienza che non può “isolare realmente gli elementi, ma solo distinguerli”, e sa che la risposta compiuta, che cerca e che attende, non gli può venire se non dalla “struttura polifonica”, dall’interazione pluridisciplinare nella quale la singola ricerca si immerge e si giustifica». Mi sentirei di rileggere queste parole anche attraverso la concezione che pure l’interlinguistica è, in fondo, Cultura, linguistica e – in quanto tale – tout court.

 

D: Nel corso delle tue ricerche hai affrontato anche il rapporto tra l'interlinguistica e Ferdinand de Saussure, intellettuale che pose le basi della moderna linguistica generale. Potresti dire qualcosa a proposito di ciò?

 

R: Saussure è stato un uomo straordinario, nel senso più squisitamente etimologico. Πολύτροπος, mi piacerebbe dire, riprendendo una potente parola antica. A fianco del suo profilo più rassicurante di accademico, viveva la sua parte “eterodossa” (e torniamo ancora su questo termine, sembra di farlo apposta) più nascosta: dal caso di sonnambulismo con glossolalia legato alla medium ginevrina di origine ungherese Cathérine-Élise Müller (più conosciuta con lo pseudonimo di Hélène Smith), al fascino su di lui prodotto dal poema dei Nibelunghi e del mito più in generale, dagli aspetti fonosimbolici (basti ricordare gli studi sul saturnio o lo scambio epistolare con il Pascoli, quella personne par excellence che egli aveva, forse a torto, col senno di poi, individuato – nella primavera del 1909 – come suo possibile interlocutore sulla questione della versificazione) e sinestesici o ancora dagli anagrammi, studi questi ultimi che, secondo Roman Jakobson, “meriterebbero di essere integralmente pubblicati e verificati”. Tutto questo mostra, utilizzando ancora una volta una grande espressione della Tradizione, la curiositas che lo ha contraddistinto, facendolo al contempo il solido innovatore della disciplina, albero – per riprendere una celeberrima immagine, quasi un archetipo junghiano – con le radici saldamente fissate nella riflessione ottocentesca e le fronde libere di dare forma, e linfa, nuova alla Linguistica moderna.

Passa poi spesso inosservata ai più, fra l’altro, la citazione, doppia, dell’esperanto all’interno delle sue lezioni: l’occasione è quella di sottolineare l’impossibilità per qualsiasi lingua di svincolarsi delle leggi della mutabilità, compreso il caso più estremo, quello appunto di una lingua pianificata, che, nonostante la sua artificialità, nel momento in cui entra nella sua vita semiologica si comporta di necessità come tutte le altre. Così recita la fonte: «Ciò è così vero che tale principio deve verificarsi anche nelle lingue artificiali. Chi ne crea una la tiene in pugno finché essa non è in circolazione: ma dal momento in cui essa compie la sua missione e diventa cosa di tutti, il controllo sfugge. L’esperanto è un tentativo del genere; se riesce, sfuggirà alla legge fatale? Passato il primo momento, la lingua entrerà molto probabilmente nella sua vita semiologica: essa si trasmetterà con leggi che niente hanno in comune con quelle della creazione riflessa e non si potrà tornare indietro. L’uomo che pretendesse di costruire una lingua immutabile che la posterità dovrebbe accettare tale e quale, rassomiglierebbe alla gallina che cova un uovo d’anatra: la lingua da lui creata sarebbe trasportata, volere o no, dalla corrente che trascina tutte le lingue» (f. 111); «Vi sono dunque in ogni lingua delle parole produttive e delle parole sterili, ma la proporzione delle une e delle altre varia […]. In cinese, la maggior parte delle parole sono indecomponibili; al contrario, in una lingua artificiale, sono quasi tutte analizzabili. Un esperantista ha piena libertà di costruire su una radice data delle parole nuove» (f. 228). Tutto questo, con buona pace dei fautori della lingua di Zamenhof, non fa certo di Ferdinand de Saussure un esperantista, per quanto tali menzioni, comunque, già di per sé, all’interno della selezione e riorganizzazione degli appunti confluiti nel celebre testo, sono almeno indizio del fatto che, nell’ambito delle lezioni, l’argomento non era passato inosservato né percepito come marginale dai futuri redattori del Cours. Tali suoi interessi di carattere interlinguistico sono certo da inquadrare nel rapporto privilegiato che ebbe con il fratello René, attivo nel movimento esperantista nascente (egli propose, fra l’altro, oltre a un esperanto riformato, una moneta e un calendario internazionali), figura chiave per meglio comprendere il bisogno di universalità (in quel filone di prima globalizzazione che ha segnato la storia di inizio Secolo Ventesimo) che permeava l’ambiente storico-culturale a cavallo fra Otto e Novecento, nella cui più generale sensibilità si è sviluppata la riflessione linguistica di Ferdinand.

 

D: All’interno di una possibile classificazione delle lingue artificiali in funzione delle loro finalità, quella artistico-letteraria sicuramente non ha una rilevanza secondaria. In diversi articoli hai avuto modo di rimarcare questo fatto.

 

R: Per limitarsi a due soli esempi celeberrimi, dalla più recente produzione di lingue per il cinema (le cosiddette “lingue di Hollywood”) risalendo a una figura come quella di Tolkien, che per dare voce alle sue lingue ha addirittura creato un Mondo, la creatività linguistica non raramente ha percorso la strada della produzione artistico-letteraria. Ti propongo la lettura di tre testi in tre lingue artificiali diverse per mostrarti tali potenzialità. Il primo nasce dalla sensibilità di Alessandro Bausani, che, nel suo già citato fondamentale volume del 1974 (alle pp. 26 ss.), parla di “una lingua infantile […] creata da un bambino italiano, E. J.” (che dai suoi quaderni emergerà essere egli stesso), lingua “cresciuta con lui […] e man mano perfezionata seguendolo prima nei suoi giochi, poi nei suoi studi e persino nelle sue prime prove poetiche”: una lingua “quasi vera”, sottolinea il glottoteta, per le “particolari caratteristiche [che è andata via via] assumendo”. Si chiamava markusko (da marku, “impero”, con uscita aggettivale “di trasparente origine slava”, come testimonia l’autore), e tramite esso il geniale adolescente produceva la seguente breve composizione, “quattro versi, rimati abcb, vagamente simili alle tanka giapponesi” (la traduzione è dell’autore stesso).

 

 

kulkuvni kul odikko

likni vo leṭṭil

enpakkenṭska ñagour

ometr vo cipil 

 

Alla finestra s’è spenta la luce

in cielo una piccola stella.

Un pianto che non capisce.

È morto un bambino.

 

 

Il secondo è in volapük (il nome nasce dalla fusione delle parole inglesi deformate vol ‘world/mondo’ e pük ‘speak/lingua’), lingua elaborata nel 1879 da Johann Martin Schleyer, sacerdote cattolico tedesco (1831-1912) già ‘cameriere segreto’ di Papa Leone XIII nel 1894, poliglotta (si dice conoscesse 80 lingue). Questa è la prima stanza dell’inno, nella forma rigik (“antica, originale”) del suo creatore.

 

 

Sumolsöd stäni blodäla!

Dikodi valik hetobs.

Tönöls jüli baladäla,

Volapüke kosyubobs,

Vokobsöz ko datuval:

„Menade bal, püki bal“!

 

Prendiamo la bandiera dello spirito fraterno!

Noi odiamo ogni conflitto;

Teniamo salda la scuola dello spirito d’unione.

Giubiliamo dell’incontro con la lingua mondiale,

e dobbiamo dichiarare con il (suo) Inventore:

«Per una umanità, una lingua!»

 

 

Il terzo è una fra le prime poesie (se non addirittura la prima) scritte in lingua esperanto. Alla pag. 23 del cosiddetto Unua libro (it. “Primo libro”), il piccolo opuscolo di una quarantina di pagine (apparso nell’estate 1887 e stampato dalla ditta Kelter a Varsavia, in via Novolipje 11, a spese dell’autore) dal titolo (in lingua russa) Meždunarodnyj jazyk. Predislovie i polnyj učebnik, ultimo dei sei “esempi di parlata internazionale” è la poesia originale Ho, mia kor’, dove Zamenhof esterna ansie e paure per il futuro del suo progetto, già ricco di scettici detrattori della sua proposta, soprattutto a seguito del fallimento pieno del precedente tentativo offerto dal volapük (percepito spesso, soprattutto nelle prime fasi, come concorrente della sua creazione), che al primo tentativo di utilizzo vivo si era mostrato, nella pratica, del tutto inefficace e non utilizzabile a fini comunicativi. Nel riecheggiare, magari anche solo inconscio, di celebri versi antichi (magari proprio il meraviglioso frammento di Archiloco 128 W.2) ed eleggendo la strofe saffica, il poeta si rivolge al suo cuore, esortandolo a superare gli affanni e a non soccombere agli avversari, trovando l’equilibrio e la pace del guerriero foscoliano al termine della fatica (la traduzione scelta è di Giordano Formizzi). Sul tema si veda Astori (2018).

 

 

Ho, mia kor’

 

Ho, mia kor’, ne batu maltrankvile,

El mia brusto nun ne saltu for!

Jam teni min ne povas mi facile,

Ho, mia kor’!

 

Ho, mia kor’! Post longa laborado

Ĉu mi ne venkos en decida hor’!

Sufiĉe! trankviliĝu de l’ batado,

Ho, mia kor’!

 

 

O mio cuor!

 

O mio cuor, non battere con pena,

dal mio petto, deh, non saltar fuor!

Duro è per me tener questa tua lena,

o mio cuor!

 

O mio cuor! Fu un lungo lavorare

ma vinceremo alla fine allor?

Ti basti! Puoi tranquillo palpitare,

o mio cuor!

 

 

A leggere queste belle cose non si fatica, a mio avviso, a comprendere il significato che i secoli precedenti la nostra contemporaneità hanno dato al concetto di artificiale, artefatto come “fatto ad arte”. Ultima provocazione, sulla scia di queste riflessioni, è legata alla questione della possibilità di una lingua pianificata di farsi anche strumento di cultura nei sui più diversi aspetti: nel 1993 (6-12 settembre, Santiago de Compostela), durante il 60° congresso del PEN International, associazione mondiale di scrittori, fondata a Londra nel 1921 per promuovere la letteratura e la cooperazione intellettuale tra gli scrittori di tutto il mondo, è stata aperta la sezione specifica in esperanto, fra l’altro così accettandolo de facto come lingua letteraria e rispondendo pragmaticamente alla questione dell’utilizzabilità di una lingua pianificata, e in particolare della sua adeguatezza e capacità in ambito artistico.

 

 

PER SAPERNE DI PIÙ:

 

Astori, Davide (2010), Saussure e il dibattito (inter)linguistico sulle lingue internazionali ausiliarie a cavallo fra XIX e XX secolo, in: “Atti del Sodalizio Glottologico Milanese”, n.s., III: 102-120.

Astori, Davide (2018), “Ho, mia kor”. Lazar Ludwik Zamenhof fra Archiloco e Shakespeare, in: “Parole Rubate/Purloined Letters”, 17: 141-149.

Astori, Davide (2020), Interlinguistica. Pianificazione, creatività, contatto, Athenaeum, Parma.

Astori, Davide (in stampa), Quanto è naturale una lingua pianificata?, in: Baggio, S. [ed.], Lingue naturali, lingue inventate. Giornata di studi, Trento, 29 novembre 2019. Università degli Studi – Dipartimento di Lettere – CeASUm, Dell’Orso, Alessandria.

 

 

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