5 giugno 2021

L'Editoriale

Relazione

«No man is an island» J. Donne.

 

Si è appena concluso il tema Relazione, che è stato letto e interpretato in vari modi dai nostri articolisti: ecco un rapido assaggio di ciò che è stato. Diversi nostri autori hanno deciso di occuparsi del tema partendo dalle relazioni basilari che plasmano la vita di ogni individuo, ossia quella con se stessi e quella  con il mondo che ci circonda. In Voce e identità, l’autrice (Sofia Russo) ha esaminato la relazione con sé e l’equilibrio che va mantenuto perché questa relazione sia sana: uno squilibrio da una parte o dall’altra, verso l’altro o verso il proprio io, porta a conseguenze pericolose, se non tragiche. Questo è il caso dei due protagonisti del primo esempio citato dall’autrice, ossia i famosissimi Eco e Narciso, i quali incarnano uno squilibrio nella relazione con sé: la ninfa perde la propria voce e la propria identità fino a divenire simbolo dell’alterità da sé, il giovane, al contrario, è «l’emblema della pura identità», essendo ossessionato da sé, in uno squilibrio  malsano e pericoloso. In chiusura dell’articolo l’autrice condense le due caratteristiche fondamentali dei personaggi del mito (l’amore per sé e la voce) in un esempio moderno e positivo: si tratta della canzone/dichiarazione d’amore della cantante Madame dedicata alla propria voce, la quale è la radice della sua identità. Sempre sul tema dell’identità è La relazione con l’altro in Filosofia e Biologia (Teresa Schillaci), in cui è svelata la risposta della biologia a un importante  quesito filosofico: se è vero che il corpo umano è il risultato dell’interazione complessa tra cellule umane e comunità di cellule microbiche, di cui il corpo è ospite, l’individuo non sarebbe più tanto «un polo di identità puro, ma il risultato di esperienze», dunque l’individuo stesso (o, meglio, il con-dividuo) non sarebbe altro che egli stesso una relazione.

 

Sempre del rapporto dell’io con l’altro si occupa l’articolo Scuotere l’ordine abituale (Laura Oppi), in cui l’autrice, partendo dalle riflessioni di Heidegger e Waldenfels, cerca di chiarire, oltrepassando i naturali paradossi suscitati da una simile riflessione (si parla di «incomprensibilità del comprensibile» e «accessibilità dell’inaccessibile»), come avvenga il rapporto dell’io con l’altro. L’estraneo è difficilmente accessibile, poiché si manifesta solo quando destabilizza, eppure è fondamentale, poiché non può esistere un io isolato dal mondo, ossia un io privo di relazioni con l’altro: per entrambi i filosofi  l’estraneità è ciò da cui proviene un appello a cui l’uomo non può sottrarsi. L’unico modo per comprendere e accedere a questo altro da sé «è non parlare dell’estraneo, ma parlare dall’estraneo, attraverso le sue risposte». A un risultato simile arrivano anche Io sono perché noi siamo (Sabrina Conforti) e Il vento del multiculturalismo (Elisa Baiocco e Mariagrazia Coco). Il primo definisce l’Ubuntu, ossia  l’etica sub-sahariana fondata sulla lealtà e la relazione con gli altri, per la quale “l’io sono” (e da qui il titolo) è identificabile con “il noi siamo”: ciò significa l’uscita da una prospettiva egoistica e l’approdo alla concezione della comunità, frutto delle relazioni tra tutti gli esseri viventi (umani, animali, piante), quale organo più importante del singolo. Il vento del multiculturalismo, in modo simile ma non identico, afferma la necessità di una relazione con l’altro, non tanto, in questo caso, per una piena conoscenza di sé, quanto per una maggiore apertura tra cultura nel segno dell’integrazione. L’articolo, esaminando tre casi di incontro/scontro culturale, afferma la necessità dell’abbandono dei propri paradigmi conoscitivi e l’assunzione di quelli estranei al fine di poter veramente comprendere culture diverse e lontane senza pregiudizi e giungere a un’effettiva multiculturalità.

 

La conoscenza dell’estraneo non è solamente conoscenza del simile, dell’altro da sé, ma è anche conoscenza di ciò che non appartiene direttamente all’uomo per natura. Un esempio di ciò è l’articolo sui Principia Ethica di Moore, scritto da Alma Lia Salmieri, in cui si ribadisce la necessità di riconoscere il bene come oggetto di conoscenza che non è proprietà naturale dell’uomo, come affermano le etiche naturalistiche, depotenziando e delegittimando e, infine, negando l’autonomia della morale. Solo perché non connaturato all’uomo, non per questo il concetto di bene è inafferrabile: esso può essere oggetto di conoscenza, e anche la sua difficile definizione, dovuta al suo essere un concetto semplice e dunque graniticamente povero di peculiarità che lo identifichino, fa sì che l’unico modo per poterlo veramente afferrare sia l’intuizione. Il concetto di bene può essere descritto, ma non spiegato, a chi non ne abbia già fatto conoscenza.

 

Infine, secondo una prospettiva lievemente diversa rispetto agli articoli succitati, due autori si sono occupati della relazione dell’io con l’altro all’interno di opere letterarie: Francesco Serratì con Relazioni pericolose e Andrea Acqualagna con The Great God Job. Il primo si occupa del rapporto dell’io con l’altro all’interno di una relazione romantica, costruendo un parallelismo tra la tragica storia d’amore di Ero e Leandro e quella di Malgherita e Teodoro, narrata all’interno de Le piacevoli Notti di Straparola: vengono esaminati i tratti in comune, le differenze e gli intermediari che si situano tra l’opera ovidiana e la narrazione di Straparola. Il secondo articolo si occupa invece del problema della perdita d’identità: analizza il romanzo Christ in Concrete, in cui si racconta la storia di migranti italiani che, soffocati dal capitalismo americano, perdono la loro fede cattolica in onore del nuovo Dio Lavoro (Job) e con essa anche le loro radici italiane, fino a una totale perdita di sé: non più uomini, ma servitori di Job, «Our bodies are no longer meat and bone of our parents, but substance of Job».

 

Un altro grande filone individuabile che lega insieme diversi articoli è quello che si potrebbe definire rivoluzionario: la relazione non più dell’uomo con sé stesso o con il suo pari, ma dell’uomo con o contro lo Stato, la società o un sistema normativo prestabilito. L’articolo forse più emblematico di questo sottogruppo è La Révolution e il diritto successorio di Francesco Petronio, il quale ha ben sottolineato come la relazione padre-figlio, concretizzata nella patria potestà e nelle pratiche del diritto successorio, sia stata determinante per la Rivoluzione francese: solo modificando il diritto successorio, in modo da evitare la diseredazione, molti giovani poterono permettersi di prendere le armi per contribuire alla rivoluzione senza il rischio di ritrovarsi nella più totale indigenza una volta finita. A confermare il  ruolo rivoluzionario giocato da questa relazione è la riammissione della possibilità di diseredare e della patria potestà una volta finiti gli anni del Terrore e iniziata l’ascesa di Napoleone. In Le relazioni nascoste, Emanuele D’Amario si è occupato di un’altra rivoluzione, quella del Sessantotto, e delle tensioni e relazioni che hanno portato  l’Italia alla violenza degli Anni di Piombo. L’autore identifica lucidamente le cause che hanno permesso  al terrorismo rosso e nero di dominare gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, con una virulenza e una durata che non conobbe precedenti in tutta Europa per quanto riguarda il terrorismo politico, solitamente più effimero e debole di quello religioso o etnico. Grazie a questo lavoro di eviscerazione vengono presentate chiaramente le relazioni, che affondano le radici nella “guerra civile” tra Resistenza e fascisti, che spesso vengono taciute o liquidate come nascoste e oscure.

 

La rivoluzione può assumere molte forme differenti, dunque accanto a questi due esempi canonici e notissimi altri autori si sono occupati di rivoluzioni meno evidenti, ma non per questo meno impattanti: è questo il caso delle rivoluzioni culturali di Una questioni di relazioni (Simone Angelo Cataldo e Federica Vilei), (Im)pari opportunità (Bilal Mazhar),  Lo scienziato come professione (Francesco Vezzani) e L’inno americano e la lotta degli atleti neri (Kevin Pacetti Paolini). In Una questione di relazioni i due autori si occupano dell’evoluzione del concetto di comunità in quello di società durante la Rivoluzione umanistica a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. La tesi di fondo è che nel passaggio dal Medioevo all’età umanistica ci sia stata una profonda modificazione della società e del modo di relazionarsi degli individui: non più un individuo olistico, inserito nella società come parte di un tutto, ma un individuo egoistico, interessato al suo benessere personale. Questa evoluzione dipende dal prevalere della ragione e del pensiero critico sull’istinto e la spontaneità, e questo cambio di paradigma dipende dal mutamento della relazione che l’individuo intreccia sia con gli altri (i legami non sono più basati solo sul sangue, ma su affinità elettive) sia con se stesso. La seconda rivoluzione culturale trattata è quella scientifica, che i due articoli di Francesco e Bilal mostrano nella sua diacronia. Lo scienziato come professione ripercorre le tappe che hanno permesso, tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, il processo di affermazione identitaria e professionalizzazione della Scienza. Grazie al rinnovamento universitario, alla creazione di laboratori come centri di ricerca e alla creazione di periodici scientifici (sia specialistici sia divulgativi), la figura dello scienziato si è progressivamente liberata da quella del professore e ha acquisito la sua propria autonomia, diventando un mestiere autonomo e dunque potenziando enormemente l’attività di ricerca. L’articolo di Bilal sulle (im)pari opportunità tratta di un’altra rivoluzione culturale dell’ambiente scientifico, una rivoluzione rosa, ancora in atto e lontana, purtroppo, dalla sua piena realizzazione. L’autore sottolinea il curioso paradosso di genere che segna la sanità italiana: ci sono più donne studentesse alla Facoltà di Medicina, laureate in tempo e con ottimi voti, ci sono più donne iscritte agli albi professionali e ci sono decisamente più donne in corsia, ma se si sale a piani più alti della gerarchia inspiegabilmente esse scompaiono lasciando posto ai soli uomini. Le cause di questo ampio gender gap risiedono negli stereotipi di genere che hanno piantato profonde radici nella società, e nei molti ostacoli che una donna deve affrontare per raggiungere posizioni apicali, in particolare se decide di creare una  famiglia. La soluzione per poter attuare questa rivoluzione culturale, che in Italia procede molto a rilento, è prendere a modello Paesi (come quelli scandinavi) che sono riusciti a rimpicciolire il divario grazie a politiche culturali ed educative volte all’eguaglianza. Infine, nell’articolo di Kevin, a essere trattata è una rivoluzione culturale che da anni sta avendo luogo negli Stati Uniti a causa delle violenze perpetrate nei confronti della comunità afro-americana. L’articolo ripercorre alcuni degli atti di protesta più iconici di atleti afro-americani durante la cerimonia dell’inno, sottolineando il forte valore simbolico del gesto e l’enorme peso sulle relazioni sociali.

 

Alcuni articolisti, infine, hanno interpretato il tema Relazione in una chiave economico-politica: è il caso di Riccardo Coletta, che nei sui articoli La causa del contratto derivato finanziario: l’IRS tra causa iocii e causa finanziaria e I profili patologici dell’Interest Rate Swap tra causa in concreto e alea razionale indaga con precisione le cause del contratto derivato finanziario le relazioni createsi alla luce della regolamentazione finanziaria interna ed europea; e così è il caso di Clelia Li Vigni e il suo articolo Una stretta relazione: accademica, idee e politica. L’articolo si sofferma sulla stretta relazione che può formarsi tra l’accademia e la politica per la circolazione di idee, attraverso il ruolo fondamentale di personaggi del mondo accademico che si trovano a partecipare all’attività politica del paese.

 

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