29 maggio 2022

Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR. Conversazione con Alessandro Bertante

L'ora dello Strega

 

«Noi saremmo diventati la Storia». È questa la speranza espressa da Alberto Boscolo e condivisa dai suoi compagni e da tanti altri giovani alla fine degli anni ’60 in Italia. Speranza che, nata da ferite sanguinosissime come la strage di Piazza Fontana , portò alla nascita delle Brigate Rosse . Ed è proprio il momento della fondazione che Alessandro Bertante racconta in Mordi e Fuggi (Baldini+Castoldi, 2022), attraverso la storia e gli occhi di Alberto Boscolo, un ventenne che lascia tutto per partecipare alla lotta armata credendo di essere «dalla parte giusta della Storia». L’operazione di Bertante, tuttavia, non è solo ammirevole da un punto di vista artistico ma anche culturale perché, come messo in luce da Luca Doninelli nella presentazione del libro, «gli anni di piombo costituiscono, per l’Italia e per il mondo, una ferita ancora aperta. Parlare di quell’epoca, mettere insieme i pezzi di un puzzle così complicato (dalla Resistenza ai Servizi segreti, dalla passione ideologica alla delinquenza comune) è difficile per uno storico, e ancor più lo è per quei pochi, coraggiosi narratori che, a questi elementi generali, hanno voluto aggiungere quel fattore umano indispensabile per non ridurre la Storia a semplice teorema». E in Mordi e Fuggi la Storia non è di certo semplice teorema.

 

Alessandro Bertante è il nono ospite della rubrica L'ora dello Strega, una serie di conversazioni settimanali incentrate sui dodici libri candidati alla LXXVI edizione del Premio.

 

 

Marco Calì:  Buonasera, la ringrazio per la disponibilità. Inizierei con la domanda di rito, chiedendole come sta vivendo questo periodo di interviste, sebbene lei sia un veterano dei premi letterari italiani, essendo già stato annoverato nella dozzina finale del premio Strega del 2011 con Nina dei lupi e finalista del premio Campiello del 2016 con Gli ultimi ragazzi del secolo.

Alessandro Bertante: In effetti dalla tournée si nota che io sono uno dei meno emotivi. Conosco lo Strega, sebbene sia cambiato tanto: il comitato e Stefano Petrocchi hanno creato una macchina potente che lavora tutto l’anno. Adesso il Premio è molto più bello e la possibilità di parteciparvi è più interessante, oltre ad essere un piacere e un onore. Tuttavia, devo ammettere che a livello di emozione, a 52 anni e direttore di un triennio universitario, sono tranquillo.

 

MC: A proposito delle sue opere precedenti, con Gli ultimi ragazzi del secolo la sua attenzione era centrata sugli anni ‘90 per parlare anche degli ‘80, invece con Mordi e Fuggi fa un ritorno indietro. Ha sentito un bisogno di guardare a ritroso?

AB: Decisamente sì. Gli anni ‘70 sono quelli della mia infanzia, dei quali ho una visione incantata e un po’ sospesa; mentre gli anni ‘80 e ‘90 de Gli ultimi ragazzi del secolo li ho vissuti da ragazzo. Li ricordo bene. Volevo tornare indietro, all’origine delle pulsioni mitopoietiche della mia generazione. Le Brigate Rosse sono senza dubbio un nome che chiunque abbia vissuto l’infanzia negli anni ‘70 ha inciso nella memoria e, tuttavia, mi interessavano le motivazioni. Delle BR si è parlato molto, del caso Moro, della fase crepuscolare, anche criminale, ma sulle motivazioni e sull’inizio aurorale non si è mai indagato tanto. Perché un ragazzo deve distruggere la sua vita, fare una scelta così radicale come la clandestinità e la lotta armata nell’occidente industrializzato? Nonostante ciò, è stato il più grande partito armato d’Europa, quindi delle motivazioni dovevano esserci e io le ho cercate.

 

MC: Il suo è, infatti, un romanzo di formazione per il protagonista, Alberto, ma soprattutto un romanzo storico. D’altronde, lei disponeva già di una documentazione ampia sul periodo grazie ai suoi saggi Re nudo e Contro il '68 ma, nonostante ciò, mi domandavo se avesse scoperto qualcosa di nuovo o se avesse riletto qualche fonte sotto una luce diversa nella ricerca che ha condotto per scrivere questo romanzo.

AB: È senz’altro vero che è un romanzo di formazione dalla struttura narrativa e anche storico, perché gli anni ‘70 sono visti con uno sguardo già a posteriori che gli storici definirebbero diacronico, non più sincronico. È un'altra epoca. Negli ultimi cinquant’anni sono avvenuti cambiamenti incredibili e perciò è storico e necessita di documentazione e fonti. Io mi sono laureto con Giorgio Galli , che è l’autore della Storia del partito armato , probabilmente il più grande libro sulle BR, con una tesi sulla stampa underground di Milano degli anni ’70, poi diventato Re nudo , quindi il periodo lo conosco molto bene. Ho dovuto condurre nuovi studi per vedere il punto di vista delle BR, per cui purtroppo, a livello storico, o per fortuna, a livello narrativo, l’unica fonte in mano erano i mémoire dei protagonisti. Li ho letti tutti, cercando di incrociare le fonti, perché non dicono tutti le stesse cose, e ho voluto creare un aspetto realistico. A questa fonte si aggiungono poi i racconti orali di testimoni degli anni ‘70 che hanno dato vita al personaggio collettivo di Alberto, forse la testimonianza di tanti che hanno composto la sinistra extraparlamentare in quegli anni. Va aggiunta una cosa: le BR hanno avuto due membri del comitato centrale iniziale che non sono mai state identificate perché, sebbene la magistratura sapesse che ci fossero, né Curcio, né Franceschini, né altri hanno fatto il loro nome, quindi è plausibile che Alberto possa essere uno di questi due. E mentre conducevo questa ricerca, ho fatto una scoperta che mi ha convinto a scrivere il libro: io a due anni abitavo a 100 metri dalla prima comune del collettivo politico metropolitano in piazza Stuparich da cui nacquero le BR. Questo mi sembrava un segno del destino.  

 

MC: Le faccio un’altra domanda riguardo questo punto. Come lei diceva, si è scritto poco, e ancor meno a livello narrativo, sul mito fondativo, eppure per uno scrittore è utile, se non fondamentale, avere un modello letterario cui fare riferimento o da cui prendere le distanze. Ha cercato di colmare questa assenza seguendo piuttosto qualche autore che ha invece scritto sulla Resistenza?

AB: Il modello letterario è manifesto e chiaro ed è Balestrini di Vogliamo tutto e anche la prima frase è un tributo a lui. Non ho seguito autori della Resistenza perché sono due fenomeni completamente diversi: la lotta in montagna o in alta collina e quella in metropoli non sono paragonabili. Questo è ciò che differenziava tantissimo le BR dall’azione politica di Feltrinelli , il quale invece pensava ancora di andare in montagna e continuare la resistenza. Al contrario, Curcio, lo dice anche nel romanzo, sosteneva che la lotta è nella metropoli e che loro sarebbero rimasti nella metropoli, combattendo come i Tupamaros uruguaiani.

 

MC: Venendo ora al protagonista, prima ha detto di aver cercato i motivi per cui un ventenne avrebbe dovuto rinunciare a tutto, accogliendo la lotta armata, ed effettivamente Alberto nel corso del romanzo vive una continua oscillazione tra l’azione repentina e la stasi che sembra buttarlo giù, proprio come un ventenne qualsiasi. Nel finale, tuttavia, è presente una profonda riflessione di Alberto che sembra forse fargli comprendere tutto ciò.

AB: Innanzi tutto Alberto è un ventenne qualsiasi e la sua è la parabola classica di un ventenne. Nel momento dell’azione l’adrenalina e la capacità di incidere sul presente gli sembrano formidabili, e forse lo sono, perché per un ventenne il manifestarsi dell’azione è il momento della vita. Perciò non è casuale che lui legga la citazione dal Catechismo del rivoluzionario di Nečaev sul culto dell’azione violenta e rivoluzionaria. Ovviamente nei momenti di stasi vengono fuori tutti i dubbi, la solitudine e una sorte di depressione. Alla fine, invece, Alberto le idee le ha assolutamente chiare perché in questi momenti di riflessione matura la consapevolezza che non c’erano i presupposti sociali per una rivoluzione comunista in Italia. La loro è una lotta completamente inutile perché partiva da premesse sbagliate. La rivoluzione dev’essere armata, perché i casi nella storia di rivoluzioni non armate sono così pochi che si contano sulle dita di una sola mano, e quindi l’uso della violenza per lui è conseguente alla sua scelta politica.

 

MC: Il punto di vista di Alberto viene messo in risalto dall’uso della prima persona, una scelta molto coraggiosa. Immagino che sia anche questo il motivo per cui i segni di interpunzione nei discorsi diretti sono assenti, come se riproducessero il flusso di messaggi che arrivano al personaggio.

AB: Tutti mi hanno sconsigliato di usare la prima persona. Certo, io ho cercato un flusso continuo e che le parole dei protagonisti si innestassero in un flusso continuo di narrazione, rendendo tutto più veloce. E il ritmo non è casuale: se si evitano le virgolette, se i paragrafi sono brevi, se si cerca la paratassi, il ritmo è una conseguenza, non una casualità, e per ottenerlo così bisogna evitare ogni frammentazione del discorso. Quindi la prosa risulta fluida con le battute di dialogo dentro il flusso narrativo.

 

Alessandro Bertante, foto di Nicola De Rosa

 

MC: Una figura che potrebbe sembrare superficialmente marginale ma che ha grande importanza è Arturo. Mi sono chiesto se è anche un cantuccio per lei per dialogare con Alberto.

AB: Assolutamente sì. Arturo è fondamentale ed è la chiave del libro. È questo senza dubbio: mi serviva uno sguardo autoriale che avesse le fattezze di un uomo di un'altra generazione. Ma è anche altro dato che possiede la chiave, il filo rosso che unisce ad altri miei lavori ― un importante critico ha definito i miei lavori come un unico libro sulla rivolta ―, perché Arturo, senza fare troppe anticipazioni, spedisce Alberto dalla protagonista del mio romanzo Al diavul che fece la guerra civile in Spagna.

 

MC: Un altro protagonista che sembra nascosto, ma non lo è per niente, è Milano. Una Milano diversa da quella cui siamo abituati oggi. La descrizione è fondamentale perché da lì prende avvio il mito poietico, ma sembra anche una descrizione sentimentale, considerando inoltre il suo particolare biografico cui faceva riferimento poc’anzi.

AB : Certo, soprattutto quando il protagonista va in piazza Duomo, quelli sono i ricordi della mia infanzia: le luminarie, la nebbia, le vie del cento meno turistiche. Quella Milano lì è la Milano che io ricordo e che so rappresentare perché è così diversa dall’attuale che diventa narrativa per forza di cose, letteraria per forza di cose. Milano adesso vende futuro, è la smart metropoli famosa in tutto il mondo come modello di sviluppo. Allora era una città operaia tanto che all’interno di una cerchia di circonvallazione c’erano tre grandi fabbriche: la Sit-Siemens, la Pirelli e l’Alemagna. Quindi il soggetto operaio era molto presente e io li ricordo i figli degli operai a scuola con me. È ovvio che gli anni ‘80 hanno ribaltato quell’immagine a cominciare dallo slogan della Milano da bere. Già pochissimi anni dopo i cambiamenti sono stati così repentini che di quella Milano non è rimasta più traccia. Perciò i miei ricordi d’infanzia diventano letterari, e il realismo ne è una conseguenza, ma sono ammantati in una certa sospensione di credulità perché fanno parte del mondo magico del bambino. Quindi sì, c’è un grande affetto nei confronti di quella Milano.

 

MC: In conclusione, passando al pubblico, lei in un’intervista ha espresso il desiderio che questo libro arrivi soprattutto ai giovani. Mi chiedevo, dunque, considerando soprattutto che è un romanzo storico, quanto c’è da fare, anche nel dibattito pubblico, sulla storia d’Italia del Dopoguerra se addirittura, permettendoci una piccola critica, ogni tanto si leva qualche voce contraria al 25 aprile.

AB: Basti considerare la grande quantità di Italiani che pensa che l’Italia abbia vinto la Seconda Guerra Mondiale per accorgersi che di strada da fare ce n’è tanta. I giovani non sono molto interessati alla storia contemporanea: se non la studiano a scuola, la ignorano completamente. Lì c’è il buco nero della seconda metà del ‘900 che va riempito attraverso altre forme culturali che siano mostre, narrativa, saggistica di qualità. Poi è difficile arrivare ai giovani, anche agli studenti, pur essendo già una categoria privilegiata. In università mi rendo conto che ormai la soglia dell’attenzione per l’oggetto libro o per la forma romanzesca è diminuita tantissimo. La rivoluzione tecnologica ha cambiato molte cose. Di questo bisogna essere consci, non bisogna drammatizzare, ma bisogna capire che il pubblico al quale relazionarsi è diverso. Una certa velocità di lettura e una certa agilità del testo possono aiutare in questo caso, anche se la lotta è ardua. Attenzione, io non vorrei che si finisse sempre nel paradosso tipicamente italiano secondo cui la facilità di lettura non è letteraria, ad esempio negli Stati Uniti non la pensano così, basti considerare Hemingway e altri autori. Da noi invece una prosa più barocca è considerata di spessore letterario. E questo è un limite culturale, un po’ anche da provincialismo.

 

MC: A questo proposito, mi vengono in mente i romanzi di Camus o Houellebecq con prose stringatissime che però sono altissima letteratura.

AB: Certo, Lo straniero di Camus è tutto in paratassi con un soggetto, un predicato e basta, più stringato di così.

 

 

Per saperne di più

 

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, ma vive da sempre a Milano, dove si è laureato in Lettere e dove è direttore del triennio in Cinema e Animazione alla NABA. Tra i suoi lavori maggiori si ricordano i romanzi Al diavul (2008, premio Chianti), Nina dei lupi (2011, 2019, finalista al premio Strega e vincitore del premio Rieti), La magnifica orda (2012), Estate crudele (2013, premio Margherita Hack), Gli ultimi ragazzi del secolo (2016, finalista al premio Campiello), Pietra Nera (2019) e i saggi Re nudo: underground e rivoluzione nelle pagine di una rivista (2005) e Contro il '68: la generazione infinita (2007). 

Il suo ultimo romanzo Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR (Baldini + Castoldi, 2022) è stato proposto per la LXXVI edizione del Premio Strega 2022 da Luca Doninelli  e selezionato tra i dodici libri candidati.

 

 

 


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