22 maggio 2022

Storia di una diserzione. Conversazione con Marino Magliani

L'ora dello Strega

 

«Ci sono luoghi dei quali il disertore ignorerà il nome, sono quelli che danno un doppio senso all’ignoto: per la valle sei invisibile e tu la scorderai. Sarai la fonte distratta». Con Il cannocchiale del tenente Dumont (L’orma, 2021), Marino Magliani si pone un grande obiettivo, quello di riuscire a dare ritmo ad un romanzo attraverso il paesaggio. 

Il romanzo racconta la diserzione di tre soldati napoleonici, il capitano Lemoine, il tenente Dumont e un soldato basco, che partono dall’Africa, lasciandosi alle spalle la campagna d’Egitto, affascinati da una nuova droga: l’hashish. I protagonisti compiono il primo narcotraffico moderno: l’hashish che verrà consumato cinquant’anni dopo da Baudelaire è stato portato dai reduci della guerra di fine Settecento. I tre protagonisti, però, non sanno di essere oggetto di un monitoraggio da parte di una commissione voluta da Napoleone che sta cercando di capire come mai il fenomeno della diserzione fosse così comune in quel periodo. 

Fa da sfondo a tutto il romanzo un paesaggio ligure perfetto, geometrico e paradisiaco nel quale i protagonisti incontrano amori e illusioni. I disertori usano un cannocchiale per scrutare il paesaggio in cui sono immersi, ma anche per assicurarsi il progetto di fuga iniziale. La trama subisce evoluzioni, ma due temi rimangono sempre centrali: la diserzione e il paesaggio.

 

Marino Magliani è il settimo ospite della rubrica L'ora dello Strega,  conversazioni settimanali con gli autori dei dodici libri candidati alla LXXXVI edizione del premio.

 

Giulia Cinti: Innanzitutto, come sta vivendo questo periodo dopo l’annuncio della dozzina del Premio Strega?

Marino Magliani: Con grande curiosità. Non avevo mai partecipato allo Strega, nonostante ci siano sempre state persone che me lo avessero suggerito, in particolare Giuseppe Conte, che ha presentato il mio romanzo. Questa volta mi sono fatto coinvolgere. Ho cercato di lavorare mantenendo sempre uno spirito attento e curioso.

 

GC: Chi è Marino Magliani e cosa avrebbe fatto se non avesse intrapreso la strada della scrittura?

MM: Marino Magliani è uno che ha vissuto molto poco in Liguria e in Italia, muovendosi tra Olanda, Sudamerica e Spagna. Non ho mai saputo far niente nella vita e ho cominciato a scrivere proprio per raccontare a me stesso la mia incapacità e la mia inadeguatezza. Alla fine, però, ho capito che qualcosa sapevo fare con la scrittura: manipolare, trasformare e corrodere le parole.

 

GC: La sua ultima fatica letteraria, Il cannocchiale del tenente Dumont, le ha preso più di vent’anni. È forse per questo uno dei libri, almeno tra quelli pubblicati, a cui tiene di più?

MM: Tengo molto a tutti i miei libri. Sono traduttore dallo spagnolo e negli ultimi vent’anni, mentre scrivevo quest’ultimo romanzo, mi sono sempre dedicato anche ad altre attività. Questo libro non era mai pronto, aveva sempre bisogno di nuove revisioni, ma sono contento di averlo tenuto per così tanto tempo nel cassetto perché il risultato mi rappresenta pienamente.

 

 

 

Marino Magliani

GC: Un’opera che racconta di una diserzione e che mescola più stili narrativi, dallo spionaggio all’avventura. Leggendolo, ho creduto di trovare anche molto di lei. Quanto di autobiografico c’è in questo libro?

MM: Io credo di essere il tenente Dumont: sono solitario e malinconico, inadeguato come lui, innamorato della vita e della serenità. Il mio personaggio, però, a mia differenza, è accompagnato dalla guerra per tutta la vita.

 

GC: Uno dei temi centrali del romanzo è la nuova sostanza che i protagonisti scoprono, l’hashish, che diventa la causa della loro diserzione e che li rende oggetto di spionaggio. I protagonisti la usano come fuga dalla realtà, ma capiranno che è proprio essa a renderli schiavi…

MM: Sono i primi a trovarsi a contatto con una sostanza che non riescono a gestire. Lungo tutto il romanzo, una sorta di formazione li porterà a capire cosa conta davvero. Per la mia generazione l’hashish era una sorta di mito, una moda. Avevo bisogno di scrivere qualcosa che non ripetesse l’esaltazione di quella sostanza. Senza anticipare niente, possiamo dire che i protagonisti alla fine del percorso capiranno cosa essa sia realmente e compiranno una scelta.

 

GC: Nel romanzo è molto presente il suo paesaggio natìo, la Liguria, che può esser considerato il quarto protagonista della storia. Lei racconta una Liguria intatta di molti anni fa. Mi chiedo il perché di questa scelta: voleva indagare le cause del cambiamento che questa terra ha subito negli anni o riconnettersi con le sue radici?

MM: Con le mie radici sono sempre connesso, proprio perché vivo pochissimo in Liguria.  Mi viene in mente la situazione che descrive Cesare Pavese ne La luna e i falò in cui il contadino chiede ad Anguilla, che è appena tornato al paese, se gli mancasse la Langa quando stava in America e lui risponde: «non mi manca ma ci penso». Questa è la mia condizione: continuare a pensare alla Liguria grazie al fatto che non vivo lì. In questo romanzo, però, volevo raccontare proprio la Liguria della mia infanzia, che duecento anni fa era pulita quanto negli anni ’60. Mi domando come siamo riusciti in quarant’anni a far inghiottire dai roghi una terra così bella.  La sfida del romanzo è proprio questa: raccontare il paesaggio chiedendo alla mia generazione e facendomi chiedere dalle generazioni più giovani come mai non siamo riusciti a mantenere questa terra intatta.

 

Per saperne di più

 

Marino Magliani è nato in una valle ligure e ha passato gran parte della sua vita fuori dall’Italia, viaggiando tra Olanda, Sudamerica e Spagna. Oggi vive sulla costa olandese, dove scrive e traduce. Tra i suoi libri: Quella notte a Dolcedo (Longanesi, 2008), L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exòrma, 2017) e Prima che te lo dicano gli altri (Chiarelettere, 2018). Il suo ultimo romanzo Il cannocchiale del tenente Dumont (L'orma,  2021) è stato  proposto da Giuseppe Conte per la LXXVI edizione del Premio Strega 2022 e selezionato tra i dodici libri candidati.

 

 

 


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