15 maggio 2021

Ján e Martina, fiori d’inverno

Il mare, placido o in tempesta, ha lo stesso suono da anni. Il vento accarezza il lentisco e il ficodindia. Quei pochi paesani non rintanati nelle loro case generano sporadici calpestii, d’asfalto o di ghiaia sabbiosa. Un uomo attende, il volto tondo e incupito. Ai suoi piedi una valigia, davanti a lui l’infinito blu del Mediterraneo. Chiude gli occhi e inspira forte la salsedine dell’aria. Gli mancherà, pensa. Gli mancherà tutto quello, la sua terra, quando sarà in quel paese freddo, grigio, dimenticato da Dio, anzi, da tutta Europa. Riaffiorano i ricordi delle vacanze in spiaggia, di quel bar-pasticceria che riporta sul bancone quell’annuncio di gioia “I cannoli ci sono sempre”. Ricorda tutti i compagni, vecchi e nuovi. Ma è un viaggio necessario. Gli affari sono affari, e laggiù, lontano da casa, c’è una miniera d’oro da scavare. Il business è sicuro, in pochi anni farà una fortuna immensa. E non sarà solo. Ci saranno i compari, ci sarà la famiglia, ad aiutarlo sempre. Un altro soffio di scirocco gli fischia nelle orecchie, sussurrando note e parole di nostalgia: “Si mamma, stongo quà luntano ma te scrivo questa lettera che... pe' ditte que stongo bene, staio bene, E ce so' tutti i tuoi paisani quà, siamo sempre uniti, mamma”.

 

Sinfonia n.6, quinto movimento, tra i suoi preferiti. Beethoven lo accompagnava dall’istante in cui prendeva posto alla scrivania la mattina, fino allo sbocciare delle luci dei lampioni la sera. Gli occhi incollati al computer, gli auricolari infilati tra i suoi capelli folti e spettinati lo isolavano dal trambusto della redazione, dall’andirivieni dei suoi colleghi sommersi da pile e pile di carta. Ha un volto chiaro, pulito, fatta eccezione per un neo appena sotto il labbro. Un viso quasi infantile, ma corrucciato in un momento di massima concentrazione. Con gli occhi scorre sullo schermo la fine di un articolo con la sua firma: Ján Kuciak. È un giorno lavorativo a Bratislava, dalle vetrate della redazione si intravede sempre lo stesso scorcio, a pochi passi dal canale scavato dal Danubio. Ján lancia uno sguardo al calendario. 20 ottobre 2017. Apre Facebook, la sua bacheca, e decide che è arrivato il momento di pubblicare quel post: “Sono passati 44 giorni da quando ho fatto esposto per una minaccia … e il caso probabilmente non è stato neanche assegnato a un poliziotto”. Preme invio e fa per chiudere, quando gli viene in mente di controllare un profilo. Lo trova e scorre fino a leggere un commento postato il 5 marzo 2016, giorno di elezioni in Slovacchia: “Oggi votiamo tutti per SMER e possiamo essere sicuri che domani la Slovacchia sarà in mani sicure”. Curioso che tanto entusiasmo provenisse da un immigrato, un imprenditore, uno che con la storia della Slovacchia non dovrebbe avere niente a che fare. Ján si disconnette e viene sommerso da pensieri. Pensa al suo lavoro per Aktuality.sk, al dossier che sta curando per l’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP). La sua inchiesta più recente punta i riflettori sul lussuoso Five Star Residence. Alcuni sospetti trasferimenti di proprietà di appartamenti sembrano parte di un’azione fraudolenta, mirata a lucrare su deduzioni illecite sulle imposte, via fatturazioni false che gonfiano le cifre delle transazioni. Nel giro di compagnie coinvolte figura il nome di Marián Kočner, uno degli uomini più ricchi e potenti di tutta la Slovacchia. Ján ricorda la sua telefonata, poco più di un mese prima. Ricorda la voce di Kočner farsi grave e tuonare: «Comincerò a interessarmi, signor Kuciak, a sua madre, suo padre, i suoi parenti. Mi interesserò di tutti loro, e pubblicherò tutto ciò che troverò su di lei, signor Kuciak. Lei sarà il primo». 44 giorni, e forse la denuncia per minaccia era già stata insabbiata. Non è solo il lavoro ad occupare i suoi pensieri. Nella sua testa, tra le note di Beethoven, c’è anche Martina. E insieme a lei la loro nuova casa e le nozze imminenti, tra pochi mesi. 27 anni entrambi, è una buona età per un matrimonio. La fine della giornata è lei e il suo abbraccio. Scuotendo la testa si riprende dallo sguardo fisso nel vuoto e mette a fuoco il cursore lampeggiante sullo schermo. Deve tornare a scrivere. Improvvisamente l’immagine della sua amata dai capelli chiari si trasforma in quella di un uomo biondo dagli occhi incavati e una dura espressione. Robert Fico, primo ministro in carica dal 2012 del partito leader SMER – sociálna demokracia. È anche a lui che pensa Ján, e alla sua dichiarazione – o il suo attacco – in televisione un anno prima: «Non ho nulla contro i media che ci seguono. Ma non state informando il vostro pubblico. State combattendo con questo governo. E perciò, scusatemi, adesso userò un’espressione assolutamente in tranquillità, senza farmi travolgere. Alcuni di voi. Alcuni di voi. Sono solo delle luride prostitute anti-Slovacchia”. Curioso anche, pensava Ján, che Kočner e Fico fossero ex vicini di casa.

 

Martina Kušnírová spolvera con cautela un’antica lampada romana, rigirandola tra le mani e pensando a quanto tempo quel manufatto aveva dovuto trascorrere nelle tenebre, sotto la terra, prima di essere esposto alla luce. Martina è un sorridente pel di carota, dal viso rotondo e gli occhi verdi. Studia archeologia e la sua occupazione non le dispiace, sebbene non possa dimenticare che quella strada sia un ripiego. Sognava di entrare nella scuola di polizia di Bratislava ma la competizione era elevata. Ovviamente ci sarebbe sempre stata la possibilità di una mazzetta per scavalcare qualche posizione in graduatoria (certo, ovviamente). Perciò scelse la storia e gli scavi, dopotutto non erano così diversi dalle scene del crimine che tanto la appassionavano in televisione. Anche Martina pensa a Ján durante la sua giornata. Ripensa al loro primo incontro, tra le aule di una residenza universitaria, e poi all’imbarazzo delle loro famiglie, ognuna terrorizzata di imparentarsi con un élite: un uomo di cultura, un giornalista, da una parte e una ragazza dai modi garbati e fini, quasi principeschi, dall’altra. Fu un sollievo per tutti scoprire che in fondo erano uguali, entrambe le famiglie umili, semplici, di origini contadine. Riaffiora un ricordo più recente, quello della vacanza in Georgia con Ján di pochi mesi addietro, il momento in cui le ha pronunciato la fatidica domanda. Sentiva di stare bene con lui ed era il momento giusto per fare il grande passo. È quasi tutto pronto nella loro nuova casa a Veľká Mača, un piccolo paese rurale nella periferia di Bratislava. Il suo lavoro è finito e non vede l’ora di tornare in quel calore accogliente. Archivia i reperti, raccoglie le sue cose ed esce dall’edificio. Attraversando le strade di Bratislava sommerse dalle luci dei lampioni passa davanti ad un grande palazzo storico, la sede di qualche organo di governo. Ne vede uscire, in tacchi e superflui occhiali da sole, una donna ammantellata ed elegante. O meglio è una ragazza, visto che dimostra la sua stessa età. A Martina sembra di avere già visto quel viso e quel corpo snello e slanciato, probabilmente in qualche concorso di bellezza alla tv. La vede sparire nel buio tra un lampione e un altro e distoglie lo sguardo. Poi scosta dalle maniche un po’ di polvere di terra, trascinata dagli scavi.

 

Zoltán Andruskó non è a suo agio, non con quella donna davanti a sé, con il volto semioscuro tra le luci pigre che filtrano dal parabrezza. Si era firmata come A.Z. e aveva capito subito che non avrebbe potuto rifiutarsi all’appuntamento. Le doveva 50000 euro, ora lei gliene offre 70000, più la cancellazione del debito. È per un lavoretto non da poco, diverso dai soliti. Stavolta è un affare serio, bisogna eliminare una persona. Ultimamente questa pulce sta facendo parlare di sé tramite i suoi articoli e sta ficcando il naso dove non dovrebbe. Chi ti manda? Ah, proprio lui? Chi è l’obiettivo? Dove abita? Fuori? E quanti anni ha? Così giovane? “Così giovane?” Si ripete Andruskó. Ma gli affari funzionano così, e quel debito grava sulle sue spalle da troppo tempo. Non può occuparsene in prima persona, ma sa a chi rivolgersi. Un vecchio amico con esperienza nelle armi da fuoco fa al caso suo. Serviranno delle ricerche. Qualche settimana e si sarà portato a casa il lavoro. Alza ancora lo sguardo sulle ciocche nere che calano come un sipario sul volto della sua complice. Apre la portiera e pesta i piedi sull’asfalto. Se l’affare va in porto, si dice, la Slovacchia non sarà più come prima.

 

La sera è un momento speciale per Martina, quello in cui revisiona i testi di Ján. È lei la prima lettrice di tutti i suoi lavori. Ján forse non lo dice in pubblico, ma dietro ogni parola battuta sulla sua tastiera c’è un po’ anche di lei. Una sera fra tante le mostra un motivo di grande soddisfazione, il coronamento di una faticata inchiesta in cui finalmente, quasi miracolosamente, tutti i tasselli sembrano trovare il loro posto. Le origini sono profonde, ma Ján sceglie di iniziare dall’autunno del 2013. Mostra a Martina alcune foto di larghi campi ondosi solcati da linee di terreno brullo. Sono i terreni di una compagnia slovacca nel territorio di Trebiŝov, nel lontano est, accesi dai colori dell’alba. Sotto lo stesso sole, racconta Ján, una mattina gli impiegati di un’azienda trovano uno strano pacco all’ingresso, appeso alla recinzione. Vi trovano una borsa da cui fuoriescono i fiori di un bouquet funerario, fiammiferi e dieci proiettili. Forse una burla, decisamente inopportuna ma innocua, perciò il capo dell’azienda decide di sorvolare e tacere l’accaduto. Non passa molto tempo e un lavoratore dei campi, intento a manovrare il suo trattore, dichiara di aver ricevuto una minaccia. Un uomo gli si era avvicinato mimando con le dita la lama di un coltello alla gola e dichiarando che avrebbe sparato a chiunque lavorasse in quei terreni e che avrebbe dato fuoco a quel maledetto trattore. Tempo, testimonianze e una registrazione video conducono a un nome, Sebastiano Vadalà. La pretura di Trebišov affronta il caso, risoltosi in un nulla di fatto in assenza di prove convincenti. La difesa di Sebastiano Vadalà è cristallina: non conosce una parola di slovacco, pertanto non avrebbe avuto modo di fare alcuna minaccia. Bastano alcuni mesi affinché, in un altro caso, dichiari che “in qualità di italiano residente in Slovacchia da diversi anni comprende bene la lingua slovacca”. Ján sparge i fogli sul tavolo, davanti allo sguardo apprensivo ma combattivo di Martina. “Insufficienza di prove” si ripeteva con un fremito alle dita, “insufficienza di prove”.

 

Mária Trošková fissa il suo viso allo specchio. Si accarezza la fronte, inarca le sopracciglia, massaggia gli zigomi. È ancora un bel faccino da copertina, ma il tempo, spietato, lascia il segno. Non si può dire che sia lo stesso corpo di dieci anni fa, aspirante Miss Universo. In fondo sente di aver fatto bene a entrare nell’imprenditoria. Ancora meglio, in politica. Una posizione da cui, se inciampi, puoi sempre fare finta di non aver visto il gradino. Non ricorda neanche più come sia iniziato tutto. Il suo mestiere era la bellezza, come sarebbe potuta finire a fondare un’azienda, per di più con uno straniero? È potente quell’ometto stempiato, dal naso a proboscide e buffonesco con quel gesticolare tipico dei suoi compaesani. Antonino Vadalà ha fondato un impero in Slovacchia. Risale al 2002, quando lei era ancora tra i banchi di scuola, la prima comparsa dei Vadalà nel settore primario slovacco. Aveva iniziato con la Bovinex Europa, che qualche anno dopo avrebbe portato alla BIO-FINIS. Coltivazione, allevamento di bestiame: ambito agricolo, insomma. Più beni alimentari e nuovi posti di lavoro. L’azienda era cresciuta in fretta, molto in fretta, evidentemente troppo. Antonino Vadalà era stato indagato e in seguito condannato per frode fiscale, commessa mettendo in atto uno schema che all’epoca, perlomeno in Slovacchia, avrebbe sicuramente destato scalpore per quanto fosse infido e ambizioso. Il piano era molto semplice: spremere il più possibile i fondi UE per l’economia agricola. Se i terreni ammontavano a due ettari, i dichiarati si trasformavano in sedici e i sussidi concessi schizzavano a cifre notevoli. La condanna e il conseguente risarcimento imposto sarebbero bastati a fermare un imprenditore disperato beccato con le mani nel vasetto della marmellata, ma Antonino Vadalà non era mai stato solo, tutti sapevano che aveva una famiglia allargata su cui contare. Agli albori degli anni ’10 aveva già fatto fortuna in un altro ambito, quello delle energie rinnovabili e in particolare fotovoltaico. Mária pensa che dev’essere stato allora che sentì il nome di Vadalà per la prima volta. A quel tempo probabilmente lei e tutti i cittadini avevano la stessa opinione su un uomo d’affari venuto dall’estero per puntare sulla Slovacchia generando ricchezza, opportunità e per di più nel ramo così nobile delle energie alternative. Mária ricorda l’anno, 2011, in cui fondò con Vadalà l’azienda di cui a stento ricorda il nome, GIA-Management, dato che la sua permanenza durò poco meno di un anno. Aveva avuto obiettivi più ambiziosi da perseguire. Mentre passa l’ultima spolverata di fard Mária si immobilizza davanti alla sua immagine specchiata. Cala lentamente la mano sul bordo del lavandino come in un’improvvisa mancanza di forze: per la prima volta sente di essere un pesce piccolo, invischiato in una rete troppo grossa e indomabile.

 

Quando gli viene domandato come abbia conosciuto quella modella, Viliam Jasaň risponde sempre allo stesso modo: «è stata una coincidenza» e «mi è stata raccomandata da un amico». Può sempre fare affidamento sulla sua immagine di parlamentare costantemente indaffarato per essere quanto più elusivo possibile. D’altronde può certamente permetterselo vista la popolarità del suo partito. Imponente come una montagna nel suo vestito nero sempre accompagnato dalla fedele cravatta rossa, Viliam apre la portiera posteriore dell’auto con le dita rugose e sprofondando sul sedile allunga il faccione rosa verso l’autista per indicargli la destinazione. Era vero, si trattava di una raccomandata, ma Mária Trošková aveva sempre fatto un ottimo lavoro da quando era entrata nelle file dello SMER come sua assistente. Aveva fatto l’indispensabile, cioè quello che le era stato chiesto di fare, ma è grazie a lui se adesso ha accesso tutto il giorno all’ufficio del primo ministro Fico. Durante il viaggio abbassa la testa e scorre con il polpastrello sulle notizie. Con due tocchi veloci passa alla sezione che più gli interessa, gli esteri. Sorvola sui titoli e la sua attenzione viene catturata da un messaggio. Parla di un’operazione di polizia, in Italia, nel Sud, nella regione che aveva ormai imparato a conoscere. L’operazione “Gerry”, legge, ha coinvolto uomini dell’organizzazione criminale che gli abitanti di quella terra chiamano “ndrangheta”. Stavolta ha a che fare con la droga, un circolo virtuoso di traffico e brokeraggio per mezzo del quale finissima polvere bianca giungeva dal Sudamerica ai porti del Mediterraneo, e probabilmente anche in Slovacchia a quanto pare. Villiam sprofonda nello schermo con un frenetico vibrare delle pupille per leggere quel nome, ed ecco neri su bianco i caratteri compongono la scritta “Antonino Vadalà”. Non è tra gli arrestati, è ancora salvo qui nella terra dell’est, ma risulta tra i sospettati intermediari della rete del traffico, evidentemente più estesa di quanto si possa immaginare. Quel Vadalà, non era la prima volta che se la scampava. Nel 2001 alcune intercettazioni suggerivano che avesse ospitato nella sua casa a Bova Marina in Calabria un fuggitivo, un vero criminale, o per meglio dire un mafioso, ma di una famiglia diversa. Il suo trasferimento in Slovacchia l’aveva probabilmente aiutato ad evadere le accuse che avrebbero potuto coinvolgerlo. Viliam sospira, si strofina gli occhi sollevando gli occhiali e accarezza il tessuto del sedile. Ce ne sono tanti, di questi immigrati italiani in Slovacchia. Erano passati pochi mesi da quando lui e suo figlio hanno venduto la loro compagnia di assicurazione, la Prodest, a parte di questa grande famiglia italica, di cui naturalmente Vadalà è un esponente importante. È gente affabile e cordiale, con la quale si fanno grandi affari e si stringono relazioni amichevoli. Con un sospiro sbircia tra le vetrine dei negozi che sfrecciano al suo fianco. Si sente vecchio, non manca molto alla pensione. Quelle faccende non lo riguardano più.

 

Musica soave, questa volta Mozart, per alleviare lo stress. Ján a fine giornata rilegge i suoi appunti ed è stremato. Gli manca davvero poco, qualche dato, qualche prova ancora e riuscirà a sollevare il velo di frode e delinquenza calato sul suo Paese. Una grande famiglia venuta dall’estero, investimenti in agricoltura e rinnovabili che fruttano una fortuna in tempi record. Una corsa per il consenso dei cittadini. Fondi europei ricavati illecitamente, incassi imbrattati di cocaina ripuliti con un riciclaggio nella produzione di innocui pannelli fotovoltaici. E poi il radicamento tenace nella politica, con un legame costruito negli anni passando attraverso un imprenditore, una modella fino a connettersi con il primo ministro in persona. E con lui il suo ex vicino di casa. Cosa voleva il miliardario Marián Kočner da lui e cosa significano le sue minacce? Per un giovane giornalista ambizioso sono solo la conferma di una pista giusta. “Insufficienza di prove” rimbombava ancora il mantra nella sua testa, ma con l’anno nuovo l’inchiesta vedrà una conclusione. Raccoglie la borsa a tracolla e attraversa la redazione tra le poche luci gialle rimaste accese. Costeggia la strada che porta alla stazione, avvolto nel cappotto mentre il gelo gli intorpidisce la punta del naso. Da lontano, dietro un palazzo, riverbera il clic di una macchina fotografica. 

 

Veľká Mača è lo scenario perfetto per un’azione furtiva. Lontana dalla città e isolata da una rete estesa di campagna tutt’attorno. Strade piccole, non particolarmente illuminate e un bosco fitto appena all’uscita del paese. Tomáš Szabo e Miroslav Marček, entrambi ritirati dalle loro precedenti occupazioni, quella di poliziotto il primo e di soldato il secondo, sanno già tutto di quella zona. Nei passati giorni nevosi di febbraio hanno mappato accuratamente il paese, individuato ogni telecamera di sorveglianza, cambiando ripetutamente veicolo – una Peugeot, poi una Skoda e ancora dopo una Citroen - e cancellando ogni traccia adoperando dei burners, piccoli cellulari disintegrati dopo una sola chiamata. Non sono dei professionisti, forse, ma non hanno remore. Entrambi quasi calvi, con un aspro grugno disegnato da una combinazione di lineamenti, dalle sopracciglia agli angoli delle labbra. Tomáš stempiato, le braccia coperte da tatuaggi, Miroslav avvolto da una sottilissima barba bionda rotonda e con due occhi che sembrano esprimere rammarico piuttosto che sicurezza. Un’abilità certamente li accomuna, visti i loro trascorsi: l’uso di armi da fuoco. Conoscono ormai a meraviglia i movimenti di Ján.

21 febbraio 2018. Nel tardo pomeriggio una Citroen Berlingo argentata si apposta nel parcheggio di un campo da calcio. Miroslav abbassa lo sguardo sull’ora, poi cerca il consenso di Tomáš. Impugna la Lugar silenziata e si dirige verso la casa. Con il cuore palpitante si avvicina alle finestre e all’ingresso, fino a sentire la tensione allentarsi. Ha uno strano presentimento. Gira l’angolo, si paralizza. In casa non c’è nessuno.

 

Martina guida sotto le scarse luci dei lampioni, verso la stazione locale. È esausta e dovrebbe già essere in abiti comodi immersa nel calore del salotto, ma gli imprevisti accadono. Ján l’aspetta, appoggiato sul cofano della sua macchina che lo attendeva da quando l’aveva parcheggiata appena accanto alla ferrovia quella mattina stessa, come tutti i giorni. La batteria, proprio quella sera, ha deciso di abbandonarlo. Osserva le nuvole del suo fiato condensarsi nell’aria gelida mentre aspetta il passaggio di Martina. Una seccatura, una seccatura potenzialmente fortuita, se non fosse per l’ostinatezza di due uomini che li aspettano, pazientemente. Tutto si risolve in pochi minuti e Martina ne è sollevata. Se sapesse, rinuncerebbe volentieri a quel sollievo per ritardare il loro ritorno a Veľká Mača.

 

Il tepore di una casa è sinonimo di rifugio, e di famiglia. È il luogo in cui i pensieri più gravi si rintanano ed altri più lievi ne affiorano. Il tessuto soffice di una poltrona, il bollore scoppiettante di una pentola, vecchie foto appese alle pareti. La casa, la sera, abitata è un altro regno. Nel disordine di un tavolo illuminato dal cerchio di una lampada giacciono carte, matite ed evidenziatori. Il pensiero è altrove, in una telefonata tra un figlio e una madre che parla di frivolezze, bottiglie di vino e segnaposti. Piccola manifestazione di gioia, dimostrazione di contrasti che rivelano come accanto a veleno e corruzione sia ancora possibile parlare di felicità, di matrimonio. Stracci di neve fuligginosa, a ridosso dei marciapiedi, non hanno alcuna intenzione di sparire. Un debole vento suona tra i tronchi del bosco e penetra dentro il paese, avvolge le case, accarezza le porte. Un toc toc, un bussare. Un ramo? Un ultimo quesito a cui dare risposta. Ján avanza verso la soglia che ancora gli nasconde qualcosa, e infine apre.

Due colpi sul petto a lui, un foro tra gli occhi a lei. Miroslav intasca la Lugar e sparisce dietro un campo di calcio. Monta in auto con Tomáš. Raggiungono Zoltán. Intascano il denaro. Il 21 febbraio 2018 è appena terminato in Slovacchia.

 

Quattro giorni sono sufficienti per scuotere la pace di un genitore. Jozef e Jana Kuciak e Zlatica Kušnírová fanno telefonate a vuoto, trattengono l’ansia e il 26 febbraio posano i loro occhi oltre le finestre a Veľká Mača, circondati da uomini in divisa. Nel giro di una settimana la Slovacchia si sveglia. Il 2 marzo 2018 una folla riempie le strade di Bratislava, sfilando attorno a un tappeto di ceri e candele da cui emergono foto in bianco e nero di un ragazzo sorridente e una ragazza radiosa. Qualcuno protesta sollevando un cartello: “Mafia get out of my country”, sperando forse che la mafia, fino al giorno prima nient’altro che un genere cinematografico, se ne torni in paesi a lei più consoni , ora che appare così reale e vicina. I genitori di Ján e Martina affogano tra lacrime e nervi mentre osservano in silenzio le immagini in tv del premier e di una pila di banconote impilate su un tavolo: un milione in ballo per chiunque abbia informazioni sul duplice omicidio. Evidentemente, ispirare fiducia e accalappiare consenso erano ancora una priorità. Il 14 marzo 2018 Robert Fico firma le dimissioni, e con lui la bella Mária Trošková. A Viliam Jasaň non restano che le notizie dei giornali. I sospettati sono l’ex militare Miroslav Marček, l’ex poliziotto Tomáš Szabo, un uomo di nome di Zoltán Andruskó e infine un’intermediaria chiave, nota alla cronaca con il misterioso codice A.Z. Antonino Vadalà viene arrestato ma rilasciato quasi immediatamente, per venire condannato dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia a ottobre dell’anno seguente per traffico di stupefacenti. Poco più di un anno dopo l’omicidio Miroslav Marček si confessa come esecutore materiale. Le indagini nel frattempo risolvono l’enigma del quarto sospetto nel nome di Alena Zsuszová, personaggio ambiguo ma con professione dichiarata di interprete di italiano, al servizio del ben noto magnate Marián Kočner. Kočner sconta in carcere una pena per il reato di truffa, mentre viene accusato di essere mandante dell’omicidio. Il 3 settembre 2020 è assolto per insufficienza di prove. Nel giugno del 2019 l’inviata speciale del Tg1 Maria Grazia Mazzola porta alla luce un rapporto della polizia slovacca risalente al 2013 e rimasto taciuto. Le conclusioni, le medesime dell’ultima inchiesta di Ján Kuciak, indicano Antonino Vadalà come probabile fondatore di una ‘ndrina in Slovacchia.

Ján e Martina giacciono oggi nei loro rispettivi villaggi natali. Sulla tomba di ognuno si erge una scultura a forma di cuore spezzato a metà.

 

"Non c’è nazione europea, che piaccia o no a qualcuno, che non ha il problema della presenza criminale mafiosa” (Don Luigi Ciotti. Prima Conferenza internazionale contro tutte le mafie, Trnava, 11 novembre 2019)

 

Per saperne di più:

L’ultimo articolo di Ján Kuciak, rimasto incompiuto, è reperibile a questo link: https://www.politico.eu/article/jan-kuciak-last-story-italian-mafias-tentacles-reach-into-slovak-politics/

I seguenti report dell’OCCRP riassumono le vicende investigate da Ján: https://www.occrp.org/en/amurderedjournalistslastinvestigation/italian-farms-slovak-soil

https://www.occrp.org/en/amurderedjournalistslastinvestigation/the-model-the-mafia-and-the-murderers

 

Sul caso Jan Kuciak è notevole il lavoro d’inchiesta svolto dalla giornalista Maria Grazia Mazzola per Tv7 e Tg1:

https://www.raiplay.it/video/2019/01/TV7-478a787d-e9bd-416d-95ab-e3aa5bce0359.html

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e6f89983-3fb5-4b69-b277-3a19e9266185-tg1.html

 

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