12 giugno 2021

«Pensa che saremo l'unico suono al mondo». La verità e la speranza in Lettere tra due mari

Recensione

Siri Ranva Hjelm Jacobsen, Lettere tra due mari, Milano, Iperborea, 2021.

 

Cara A., quando guardo le coste frastagliate mi sorprende sempre quanto poco io capisca. Che cosa accadde, quando scaturì la terra? Che cosa ti ricordi? Come andò? M.

 

È la sensazione di essere presi per mano e accompagnati in una dimensione intima e privata quella che pervade il lettore che si lascia sedurre dal mondo di Lettere tra due mari, pubblicato dall’autrice danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen a febbraio 2021 per la casa editrice Iperborea.

 

Il genere è, com’è chiaro già dal titolo, quello dello scambio epistolare. Ci si trova immersi in una raccolta di lettere scambiate tra due mari, Atlantica e Mediterranea, due sorelle dai caratteri e dalle esperienze molto diverse, e caratterizzate ognuna da un preciso sguardo tanto sul passato quanto sul futuro del mondo. Sarebbe riduttivo e complesso, tuttavia, incasellare l’opera nel genere del romanzo: è l’autrice stessa a specificare, in un’intervista rilasciata alla Fondazione Circolo dei Lettori di Torino, che «ciò che rende l’Oceano qualcosa di così interessante di cui scrivere è che racchiude tutto, e questo mi ha permesso di unire insieme diversi generi: il libro contiene poesia e saggio, quasi un falso resoconto storico nelle lettere e insieme qualcosa di simile a un diario». Un sussurro sottile, quindi, una condivisione privata di idee e sentimenti, ma insieme anche un grido di denuncia del dolore che l’uomo, senza rendersene conto, sta causando alla natura in cui vive.

 

Autrici delle lettere che compongono la raccolta sono dunque due sorelle: da una parte Atlantica, anziana e disillusa, quasi esistente al di fuori di ogni dimensione temporale e contemporaneamente inserita in ogni età del mondo; dall’altra Mediterranea, giovane e ricca di domande, concepita dalla Jacobsen come, tra le due, la vera filosofa, coraggiosa e priva di timore nell’esporre le proprie incertezze ma insieme anche ingenua e vulnerabile. Le due sono state separate dal formarsi della terra, e incastrate nel loro spazio maturano e si scambiano idee e visioni sul mondo e sull’uomo, definito “creatura” o, con il tono dispregiativo della vecchia Atlantica, “mammifero”, «nient’altro che pellicce unte e ghiandole suppuranti: la somma di tutti i nostri errori». L’eco dell’attualità non resta quindi inascoltato dall’autrice, che, anzi, oltre a mettere in luce l’urgente problema ambientale di cui l’uomo è responsabile – esplicitando, nell’intervista già menzionata, che il Mar Mediterraneo si è rivelato essere il più colpito dall’inquinamento ambientale  –,  con forte sentimento si sofferma anche sul tema dei migranti, che proprio nel Mediterraneo trovano la morte:

 

L’estate mi sfinisce. Prima era un po’ meglio, ma adesso le creature mi attraversano di continuo nei loro baccelli, troppe in un baccello solo. Le ascolto affondare a banchi. Lo schiocco dei cervelli che affiora a poco a poco e si spegne. Si cullano sul fondo, con i polmoni che scoppiano di plancton e piccoli crostacei. Quando arrivano le anguille, distolgo lo sguardo. Tua M.

 

Siri Jacobsen ha però voluto, pur inoltrandosi in temi tanto attuali e complessi, tenere distante il sentimento della colpa: “dobbiamo pensare soprattutto alla gioia, alla speranza e anche alla rabbia, a tutti i sentimenti che ci spingono all’azione”. Anche per questo motivo la prospettiva adottata non ha niente di catastrofista: il libro non è abitato dalla disillusione, né dà una sensazione di sconfitta irrimediabile, ma lascia spazio piuttosto alla libera immaginazione di ciò che accadrà dopo senza mai sminuire la gravità dei temi che fanno il loro ingresso tra le pagine.

 

Tutt’altro che marginale è il tempo: le due sorelle, infatti, si scambiano le lettere senza fretta, consapevoli di avere «la condanna e il lusso del tempo che noi quasi non abbiamo più». La narrazione oscilla tra il passato, con il ricordo di un prima in cui le acque erano unite e incontaminate, il presente, talvolta inspiegabile e incomprensibile, e un futuro tutto racchiuso nella promessa che Atlantica fa, verso il finale del libro, alla sorella: «Cara sorella, tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa a questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo», e poi «Non sarai sola, te lo prometto. Saremo una sfera a specchio, un occhio, una madre. Tua sorella». «Saremo una madre» è, infatti, il titolo dell’ultima parte, in cui viene rivelato il piano delle due sorelle di sommergere la terra e riconquistare il proprio spazio. Non è di poco conto che a scrivere le lettere siano due personaggi femminili: in danese, spiega l’autrice, il termine “oceano” è femminile, e così Atlantica e Mediterranea diventano rappresentanti di Madre Natura, racchiudono in sé tutta la potenza della nascita e della rinascita che si prospetta dopo una reale e concreta rottura delle acque, ossia la separazione dei mari causata dal formarsi della terra.

 

A farsi spazio tra le pagine c’è poi un importante personaggio dalle fattezze umane, la cui esperienza si apre a innumerevoli piani di lettura: Icaro, mitico figlio di Dedalo, precipitato nel mare dopo che il sole ha sciolto la cera delle sue ali. È Mediterranea a menzionarlo, con una certa nostalgia:

 

Come posso spiegarmi? Icaro è caduto e io l’ho afferrato al volo. Le ali sapevano di miele. Il ragazzo sapeva di zelo e di dolore, e anche un po’ di sovreccitato, quasi di scodinzolante. Una stella malriuscita, ricordo di aver pensato allora, un’amputazione. Forse è per questo che mi sento così legata a lui? [...] Il ricordo di Icaro mi rende molto triste e confusa. Era rame bruciato, un cuore, lo portavo sul labbro. Divenni ali, o divenni cera, una parte di me si sciolse in lui.

 

Icaro non rappresenta però, in questo contesto, la tracotanza umana messa a tacere dalla disgrazia: egli è simbolo piuttosto di un ritorno al mare, in un viaggio in direzione contraria rispetto alla comune concezione della vita che dal mare comincia. Rappresenta il contatto tra l’uomo e la natura, il loro abbraccio e il loro confondersi in un tutt’uno.

 

L’intero libro è costellato dalle illustrazioni di Dorte Naomi, artista figurativa e illustratrice danese con cui, durante la scrittura, l’autrice ha intrattenuto uno scambio parallelo a quello tra Atlantica e Mediterranea: «Ci siamo influenzate a vicenda», spiega Siri Ranva Hjelm Jacobsen nell’intervista, «c’è stato uno scambio e si è creato un lato visuale, fisico, tangibile: volevo che il libro fosse molto fisico, e l’arte di Naomi è molto tattile».

 

Tra il romanzo e la poesia, con un linguaggio delicato e quasi sospeso che cela importanti verità e insieme porta alla luce la speranza, Lettere tra due mari sorprende il lettore con uno sguardo inaspettato su questioni attuali e almeno parzialmente note, senza però abbandonarlo, dopo l’ultima pagina, all’angoscia e allo sconforto:

Penso che nelle nostre culture trascorriamo un sacco di tempo, com’è comprensibile, senza guardare in faccia la realtà: penso però che dobbiamo farlo, penso che affrontare la realtà, una volta ogni tanto, anche se provoca rabbia, anche se è difficile, sia molto necessario. Spero che le persone che leggeranno questo libro lo interrogheranno, avranno con lui una discussione e ci rifletteranno: penso che questo sia il suo obiettivo.

 

 

Per saperne di più:

Siri Ranva Hjelm Jacobsen, Lettere tra due mari, Milano, Iperborea, 2021.

Siri Ranva Hjelm Jacobsen, Desiderare il mondo: presentazione del libro per la Fondazione Circolo dei lettori, 15 marzo 2021 (link youtube: https://www.youtube.com/watch?v=0OBXZLH-Slg)

 

Immagine da Pixabay - Libera per usi commerciali

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