17 settembre 2022

Un po' come camminare a occhi chiusi

Intervista a Luca Tosi

Ragazza senza prefazione è il romanzo d’esordio di Luca Tosi, edito da TerraRossa Edizioni (2022). 

La trama è tutto sommato semplice. Dal profondo della provincia romagnola, Marcello Travaglini, creatura a metà fra l’adolescente e l’adulto, percorre ossessivamente le strade della sua città, e altrettanto ossessivamente pensa a Lei (anche se mai ci dirà il suo nome). Ma quella che ci (e si) racconta non è una storia d’amore: Lei, Marcello non l’ha vista che poche volte. Di fatto, quella che ha condiviso con lei non è stata che un’avventura appena abbozzata, già conclusa. E mentre prova a venire a capo di quanto accaduto con Lei, succede che Marcello abbracci con lo sguardo quanto gli è capitato negli ultimi anni: il master che non ha portato ad alcuna svolta lavorativa, la difficile convivenza con i genitori, la vita di provincia, il confronto con le vite degli altri e, in ultimo, il suo presente incerto. Il lettore, pagina dopo pagina, presta ascolto a questa sorta di monologo interiore che, malgrado la durezza dei contenuti, non smette mai di essere leggero, in qualche modo fluttuante e distaccato.

Di come sia possibile uno sguardo così lieve su una realtà che lieve non è, e di altre questioni scaturite dalla lettura del suo esordio, ho avuto modo di discutere con Luca Tosi.  

 

Martina Tagliente: Ragazza senza prefazione è il tuo primo romanzo. Come nasce l’idea di questo libro, quale percorso ti ha portato alla sua stesura?

Luca Tosi: Nel 2018, l’anno in cui ho scritto la prima stesura, ero tornato a stare a casa dei miei, a Santarcangelo di Romagna, dopo aver lavorato a Malta d’estate, e dopo anni precedenti vissuti a Bologna e a Padova. Era un periodo di transizione, e avevo deciso di prendermi un paio di mesi per scrivere e basta. Ritornato a Santarcangelo, avevo autori santarcangiolesi che fino a quel momento, non so perché, avevo sempre trascurato, che sono Raffaello Baldini, Tonino Guerra e Nino Pedretti. Tutti e tre hanno scritto tantissimo in dialetto. Lì mi si è formata l’idea di Marcello Travaglini, il protagonista del romanzo: un ragazzo di 27 anni, di Santarcangelo, che si trova incastrato a casa coi genitori, è laureato, ha fatto un master ma non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Per definire la lingua del personaggio, come doveva parlare, e come doveva pensare, anche, è stato decisivo, per me, leggere Baldini, Guerra e Pedretti. Alcuni passaggi della prima stesura, mi ricordo, li pensavo in dialetto romagnolo, e mi auto-traducevo battendo al computer.

 

MT: Restando al processo creativo e, in secondo luogo, alle stesure del romanzo, che ruolo ha giocato a riguardo la tua casa editrice e, in particolare, la figura del tuo editore?

LT:  Nel 2019 avevo pronto il romanzo, praticamente. Ho cominciato a inviarlo alle major, e le risposte erano sempre positive, ma con una nota: questa storia ci piace, però è troppo corta, ti chiediamo di allungarla. Io avevo lavorato di sottrazione per diversi mesi: dalla prima stesura a quella finale, il libro si era praticamente dimezzato. Non potevo più tornare indietro, così ho rifiutato di allungare il brodo. All’inizio del 2020 Ragazza senza prefazione sarebbe dovuto uscire su ‘Tina, la rivista di Matteo B. Bianchi: l’aveva amato e voleva farne un numero monografico in formato libro. Solo che ci si è messa di mezzo la pandemia, e il progetto non è partito. Poi, a novembre 2020 ho scoperto TerraRossa edizioni, leggendo Binari  di Monica Pezzella: anche questo un romanzo breve, o una novella, non saprei come definirlo. Ho spulciato il catalogo della casa editrice, e ho scoperto che avevano pubblicato diversi “libri corti”, così mi sono lanciato. Da lì, per tutto il 2021 io e Giovanni Turi, l’editore di TerraRossa, abbiamo lavorato insieme al romanzo. Ci sono state tre lunghe fasi di editing e rifinitura, che sono state importantissime per mettere a fuoco ogni passaggio del libro, senza lasciare niente al caso. Giovanni sa come si lavora su un testo, è molto preciso e mi ha supportato anche sul lato umano, arginando i miei continui ripensamenti.

  

MT: Se dovessi pensare a dei “maestri” rispetto al tuo modo di scrivere, chi convocheresti? E in particolare, ci sono stati dei modelli, dei punti di riferimento, a cui guardavi durante la stesura di Ragazza senza Prefazione ?

LT: La prima letteratura che mi ha formato, intorno ai diciannove anni, è stata quella americana. Autori come Kerouac, Miller, Bukowski, Hemingway, Salinger, Carver. Sono tutti capisaldi per me. Libri come Franny e Zooey di Salinger, Addio alle armi di Hemingway e Cattedrale di Carver li rileggo praticamente ogni anno. Poi, intorno ai venticinque anni mi sono spostato sui russi. Dostoevskij, Bulgakov, Erofeev… Mi si sono formati questi due grandi poli: uno, la letteratura americana, e l’altro quella russa. E fra questi il terzo polo, che è la letteratura emiliana. Oltre agli autori santarcangiolesi, durante la stesura di Ragazza senza prefazione ho letto e riletto Paolo Nori, Gianni Celati, Pier Vittorio Tondelli e Enrico Brizzi. Altri libertini di Tondelli è stato un libro che mi è servito tantissimo durante l’editing del mio romanzo: ho pescato da lì parole dialettali/volgari, le ho rubate e messe in bocca al mio protagonista.

 

MT: Veniamo al romanzo. La vicenda del protagonista, Marcello, intreccia una serie di nodi problematici - il conflitto generazionale nella forma dell’insofferenza verso i genitori, l’incertezza di un presente in cui alla difficoltà della ricerca del lavoro si accompagna la volontà di non cedere ad una scelta di comodo, insoddisfacente, l’amarezza del non essere corrisposti o, in modo più prosaico, di aver ricevuto un due di picche. Malgrado la portata asfissiante di queste tematiche, che pure accompagnano Marcello nel corso dell’intera narrazione, non si ha mai la sensazione, leggendo, che esse siano protagoniste. Il punto non è tanto che Marcello risulti o meno schiacciato da queste problematiche, senza cui peraltro probabilmente non si darebbe nella forma che vediamo la potenza del ricordo e del pensiero di Lei. Il punto è, piuttosto, che esse non compromettono mai l’agilità del racconto, non fungono da pretesto per una virata più o meno drammatica della narrazione. Come ci sei riuscito?

LT:  Avevo molto chiara, in testa, la figura di Marcello, e contemporaneamente mi ero accorto di avere una storia da raccontare. Una trama semplice: Marcello esce per l’ennesima passeggiata, visto che in casa non riesce a starci, e durante questo “viaggio” minimo di due ore dentro Santarcangelo ripensa a una relazione finita male, o meglio, mai cominciata. Ho scritto il libro per scene, seguendo la trama. Senza pensare al resto. Però è vero: tutti i temi che hai citato sono nel romanzo. Non me li sono preparati, e nemmeno avevo l’intenzione di scriverne a proposito. Sono cose che, secondo me, stanno nell’aria, toccano più o meno tutti fra i ventisette e i trent’anni. Anch’io ho avuto un periodo simile a quello di Marcello, e così l’hanno avuto i miei amici, o altre persone che conosco, quindi credo di aver assorbito questi sentimenti in modo naturale, ed è stato automatico riportarli sulla pagina. Mi sono accorto a posteriori di averlo fatto, non mentre scrivevo. Marcello è un personaggio che riesce a radunare in sé questi temi, li percepisce tutti come una cupola di vetro che sta sopra di lui, e contro cui sbatte la testa, ogni volta che prova a muoversi per una direzione o per l’altra. Comunque, l’incertezza verso il futuro, così come il conflitto con i genitori, con il lavoro, ma anche con una relazione, sono temi che spesso subiamo come “problemi” individuali, invece accomunano tanti di noi, e questo di per sé è rincuorante. Aver individuato Marcello come portavoce, e scoprire adesso che tanti lettori si ritrovano, mi ha fatto molto piacere.

 

MT: Al tono del romanzo, che a ragione è stato definito complessivamente canzonatorio, contribuiscono senza dubbio lo sguardo e la voce del protagonista. Che io narrante è Marcello?

LT:  Per come lo sento io, il tono è colloquiale, aderente al parlato, però non scanzonato. La voce di Marcello, come dicevo prima, viene da una zona che io ho dentro, e che ho portato a galla pensando in dialetto e auto-traducendomi mentre scrivevo. Ho questa lingua nella pancia, e quando attivo il meccanismo del pensare in dialetto e auto-tradurmi, poi non devo più andare a cercare le parole e le frasi altrove, tutto si srotola in modo automatico sulla pagina. Sento di poter dire tutto quello che voglio attraverso questa lingua, che poi è la voce di Marcello. È un io narrante che sta sotto, in basso, rispetto al lettore. È più sfigato, Marcello, se la passa male e a tratti ha una visione zoomata, ristretta, su quel che lo circonda; allo stesso tempo è un narratore tenero, ha del candore, e sciabola degli acuti poetici. Scrivendo, cercavo di tenere Marcello sempre coi piedi per terra, facendolo parlare secondo ciò che vede, come fosse un esercizio di sguardo: ne è uscito un romanzo che è quasi un monologo, sta tutto nella testa di Marcello, quello che succede. Io lo sento come un narratore stratificato, ha diversi livelli: contradditorio, orgoglioso, schiacciato ma rigoglioso. Sbalza fra il voler affermare sé stesso in modo autonomo e indipendente e lo scoraggiamento, la ritrosia, sentimenti che lo portano a ripiegare, a desiderare dolentemente di adeguarsi al ribasso. Ha ventisette anni, e in lui coesistono idee e dubbi “moderni” rispetto al lavoro, alle relazioni, che sono le idee e i dubbi della sua generazione, e altre idee che come postulati calati dall’alto provengono dalla generazione dei genitori, e dalla vita di provincia in generale. Credo che queste dimensioni multiple siano finite tutte dentro Marcello perché, mentre scrivevo, mi spostavo  come su una barra, fra cose che mi appartengono direttamente, che sono mie al cento per cento, e altre cose che gli ho messo addosso, ma pescandole fuori da me, dall’aria che si respira in giro. Poi ho lavorato per dargli un’unità, ed è così che sono arrivato a comporre il personaggio.

 

MT: L’intera vicenda personale di Marcello sembra giocata su una questione di tempo. È una questione di tempo capire cosa si vuole dalla vita, sfruttare le possibilità, capitalizzarle, prima che lo spazio d’azione diminuisca. Al protagonista che torna a Santarcangelo, a casa dei suoi, dopo la mancata conversione del Master in attività lavorativa, o in attesa che ciò avvenga ma senza eccessiva applicazione a riguardo, fanno eco, per contrasto, gli amici e i conoscenti, ma anche gli stessi genitori, che una possibilità l’hanno colta, nella forma di un’occupazione stabile, di un matrimonio, di un figlio. In questo orizzonte di attimi discreti in cui riconoscere una volta per tutte un destino, dove si colloca Marcello? È un adolescente fuori tempo massimo, o un giovane uomo che muove i primi passi? Insomma, a che punto della giovinezza è Marcello?

LT: Faccio fatica a stabilire il posizionamento preciso di Marcello rispetto alla giovinezza o all’età adulta. Alcuni la chiamano “seconda adolescenza”. So quello che si prova, che si sente. A ventisette, ventotto anni, finiti gli studi ci si affaccia senza ritorno al mondo del lavoro, e lì cominciano le grane. Però non voglio generalizzare. Marcello incarna un sentimento generazionale ma in modo parziale. Sicuramente il tempo è un’ossessione, in questo senso. Ci si sente costantemente “in ritardo”. I genitori condizionano, premono, anche in modo velato. Ci si paragona tanto agli altri, e non aver le idee chiare su sé stessi e sul futuro amplifica la morsa del tempo, che può portare a procrastinare, rimandare, a sentirsi in colpa, in difetto: diventa un cane che si morde la coda. Altri fattori concorrono, insieme al tempo. Spesso prendersi la libertà per seguire un’aspirazione personale dipende in modo diretto dalla disponibilità economica che uno ha, e anche dall’elasticità, sia finanziaria che “emotiva”, che gli trasmettono i genitori. Marcello sta con entrambi i piedi in tutto questo, vive un limbo fatto di sentimenti aggrovigliati, che si montano uno sopra l’altro. È anche un personaggio che, come dicevo prima, ha un orgoglio spiccato: rivendica del tempo per sé, lo chiama “tempo libero” ma intende, più in profondità, un tempo di fiero anti-efficientismo, vuoto e puro, tenero e radicale allo stesso tempo, da difendere. Nel romanzo, Marcello si “concede” questo tempo per rivivere, immaginare e ripercorrere mentalmente la relazione con Lei.

 

MT: La realtà a cui si accede leggendo Ragazza senza prefazione è una realtà molto densa, solida, pienamente corporea. Eppure, è della realtà restituita dall’immaginario di un ragazzo in una posizione almeno di distacco rispetto a ciò che lo circonda che stiamo parlando. A volte Marcello chiude gli occhi e immagina di essere altrove, noi lo seguiamo e ci perdiamo nella concretezza della sua fuga. E se fosse proprio a causa del suo apparente distacco che il protagonista realizza questa visione privilegiata sulle cose? È perché non è uno dei “soliti sfiniti” che può catturare sfumature del reale che altrimenti passerebbero inosservate?

LT:  È una domanda molto interessante, quanto difficile. Sono d’accordo con quello che dici. Marcello sta su un punto suo, issato lì, e fa considerazioni, apre domande, e di risposte ne trova poche, ma una risposta alla fine rimane, ed è la sua collocazione rispetto alla realtà che ha attorno e in cui è immerso, e con cui fa i conti. Però, nel romanzo la sua è l’unica voce, siamo sempre dentro la sua testa, e vige solo la sua realtà. C’è un passaggio del libro in cui Marcello dice che fa spesso questo “rito”: chiude gli occhi e s’immagina di vagare per altri luoghi, vicini o lontani. Così attua una fuga, ma fisicamente resta piantato a Santarcangelo, non va da nessuna parte. Questa cosa del trovarsi fisicamente in un posto, ma proiettarsi, trasportarsi mentalmente ed emotivamente altrove, in altri luoghi e anche in altri tempi, è un’attività che alleniamo tantissimo attraverso internet e la costante connessione con altre persone, lontane geograficamente da noi. Abbiamo sempre sotto mano questo strumento, è un canale che po’ ci aliena e un po’ si rende necessario, perché ci permette di sottrarci, scansare ciò che non ci piace di noi, e del posto in cui ci troviamo. Penso che Marcello, in generale, riesca a esprimere i suoi processi mentali e a “metterli a terra” come “cose”, quasi come se fossero oggetti con una forma e un colore. Rivela l’invisibile che vede “ dentro”, scartandolo dal cellophane dell’abitudine. Io, quando scrivo, tengo sempre a mente una tecnica che ho scoperto dentro un saggio di Viktor Šklovskij del 1917, che si chiama L’arte come procedimento : la tecnica dello straniamento. Che significa, in soldoni: scrivere di una cosa come se la si vedesse per la prima volta. Forse, da questo mio assetto si sono innescati il distacco e la visione che ha Marcello rispetto alle cose, e alla (sua) realtà.

 

MT:  Uno degli aspetti notevoli del tuo romanzo è quello linguistico. La lingua che impieghi contribuisce a restituire quella sensazione di concretezza che non smette di accompagnare il lettore, le tue scelte sono precise senza perdersi nel gusto, verso cui ultimamente va una certa narrativa italiana, della descrizione e della narrazione chirurgica, che ottiene piuttosto l’effetto di una prosa rarefatta. Che tipo di lavoro hai svolto a livello linguistico per ottenere questo risultato?

LT:  Quando comincio una storia non so mai quello che sto scrivendo, seguo un presentimento. Se va bene, e se arrivo in fondo, poi lo capisco alla fine, cosa ho scritto. Mi muove, più che l’architettura di una trama, più che un tema coi suoi pesi e contrappesi, l’energia che sento nella possibilità di scrivere individuando un “tramite”. Come dicevo, ho attinto tanto dal dialetto, almeno come input per creare dentro di me la voce e la fisionomia di Marcello, il mio “tramite”. Mi rendo conto che, quando scrivo e poi mi rileggo, la mia attenzione è tutta concentrata sulla pagina, mai su altre questioni. Mi rileggo anche tanto a voce alta. Sto attaccatissimo alla pagina, sempre a cercare di sfrondarla, fino a quando è la pagina che parla da sola. L’ho riscritto nove o dieci volte questo libro. Ma è stato più che altro un “ricopiare”: avvicinandomi alla versione finale, qui e là intervenivo solo sulla lingua.

 

MT: Quanto pesa la dimensione della provincia in Ragazza senza prefazione , al di là del lato linguistico? Quanto questa dimensione intensifica gli elementi che compongono la “storia ancora possibile” di Marcello?

LT:  La provincia è importante, perché non è solo lo sfondo del romanzo, ma contamina ogni aspetto: la lingua, lo stesso Marcello, il suo sguardo, la sua famiglia, gli amici che gli gravitano attorno e la realtà che percepisce. È un nativo della provincia, Marcello. Anche se ha studiato a Padova, resta visceralmente legato al suo paese, Santarcangelo, e a tutto ciò che significa esser cresciuti lì. Di certo è una dimensione che intensifica i suoi sentimenti, perché la provincia è laterale, marginale: lì i “cambiamenti” di costume, le tendenze, arrivano dopo, o in certi casi non arrivano mai. Ho sempre avuto l’idea che per restare in provincia bisogna essere forti e uniti interiormente. Gli inquieti spesso se ne vanno, scelgono le grandi città, si costruiscono un’altra vita ed è raro che facciano ritorno. Marcello si trova costretto a tornare a Santarcangelo, e da qui nascono le scintille. È silenziosa, Santarcangelo, ripetitiva e dominata da un ordine delle cose soffocante per lui, che invece avrebbe bisogno di caos attorno, di suoi simili. Si ritrova solo, e si rifugia nell’idea di Lei. Anche questo senso di “predestinazione” verso una persona, penso che abbia radici salde in provincia. Negli ultimi anni le “forme” di relazione si sono allargate, diversificate, certi “vincoli” sono caduti ed è un bene. In provincia, però, meno. Resta sempre da vedere, poi, quanto uno si lega ai propri sentimenti, e quanto peso gli assegna nelle scelte di vita. Marcello ha l’idea “provinciale” del trovare una persona, una, e stare con quella. Pensa: l’avrò idealizzata questa ragazza, lo so, ma se l’ho fatto, se è Lei e non un’altra, un motivo ci sarà. È un approccio romantico che comunque resiste in molte persone della mia età. Resiste al netto dei tempi attuali, e dell’aria che tira e che cambia, continuamente. Io voglio bene a Marcello perché ancora ci crede.

 

 

Per saperne di più

 

Luca Tosi è nato a Cesena nel 1990 e attualmente vive a Bologna. Suoi racconti sono apparsi su «Futura» (newsletter del «Corriere della Sera»), su minima&moralia, sulla rivista «’tina» diretta da Matteo B. Bianchi e nelle antologie Matti di guerra (Morellini Editore), curata da Andrea Tarabbia, e Cuore di Pietra (Skinnerboox), curata da Federico Clavarino e Wu Ming 2.


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