12 dicembre 2020

Animerama. Storia del cinema d’animazione giapponese

Recensione

Maria Roberta Novielli, Animerama. Storia del cinema d’animazione giapponese, Venezia, Marsilio, 2015.

 

Il saggio Animerama. Storia del cinema d’animazione giapponese costituisce l’ultimo contributo di Maria Roberta Novielli alla storia del cinema nipponico: l’autrice, specializzata in Cinema alla Nihon University di Tokyo, insegna discipline legate al cinema e alla letteratura giapponese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e collabora all’organizzazione di molte rassegne cinematografiche presso festival italiani e internazionali, tra gli altri quelli di Venezia, Tokyo e Locarno. Questo recente contributo, pubblicato per Marsilio nel 2015, si unisce alle numerose pubblicazioni che Novielli ha dedicato alle produzioni cinematografiche del Giappone, in particolare le monografie Storia del cinema Giapponese (Marsilio, 2001), Metamorfosi. Schegge di violenza nel nuovo cinema giapponese (Epika, 2010) e Lo schermo scritto (Cafoscarina, 2012).

 

Con questo saggio viene offerto al pubblico il percorso di più di cento anni della storia del cinema d’animazione nipponico, precedentemente escluso dalla Storia del cinema Giapponese della stessa studiosa e ora oggetto di una ricostruzione brillante ed esaustiva, che si snoda fra prodotti mainstream e produzioni sperimentali, illuminando una nuova porzione dell’arte dell’animazione cinematografica del Giappone. Il titolo del saggio, Animerama, è un omaggio alla pionieristica produzione di Tezuka Osamu, in particolare all’omonima trilogia erotica realizzata da questo “dio del manga” con il suo team di animatori fra il 1969 e il 1973.

 

Come sottolinea Giannalberto Bendazzi nell’introduzione premessa allo studio, la conoscenza dell’arte, della letteratura e del cinema giapponesi sono diffusi a livello internazionale, ma si lamenta finora la scarsa attenzione che gli studi hanno rivolto alle produzioni dell’animazione, e in particolare ai cortometraggi: in questo contesto, il saggio di Novielli rappresenta «una ventata di aria fresca e di professionismo», in grado di offrire un affresco completo di queste produzioni e di delineare un percorso limpido e approfondito all’interno di un panorama e di un tema estremamente complessi.

 

Il taglio manualistico dello studio, che vuole porsi come una ricostruzione storica delle produzioni nipponiche di animazione destinate al cinema, non esula dal ricostruire le premesse sociologiche, politiche, economiche e culturali da cui germoglia ogni produzione considerata. In questo modo, il saggio si snoda secondo un criterio cronologico a cui si intrecciano non solo le vicende delle maggiori case di produzione dedicate all’animazione, ma anche le singole correnti artistiche, le evoluzioni creative e professionali dei maggiori protagonisti di questa storia, le tematiche e le istanze ideologiche connesse ad ogni fase di sviluppo di quest’arte. Si intrecciano in ogni pagina i molteplici fili di questa complessa vicenda. In questo modo, risulta possibile seguire nella lettura la trama organica della storia del cinema di animazione alla luce delle esigenze sociali, culturali e storiche da cui essa nasce, alla quale si aggiungono i molteplici tasselli delle sperimentazioni individuali, delle generazioni e dei gruppi indipendenti, delle grandi macrotematiche succedutesi, dei generi che nel tempo si sono affermati, delle innovazioni tecniche sviluppatesi, delle specificità nipponiche e in parallelo degli influssi esterni, che ne compongono il complesso mosaico.

 

Il saggio prende le mosse da un primo capitolo che introduce le origini dell’animazione giapponese, fatte risalire alle peculiari forme d’arte degli emakimono, ovvero immagini e storie dipinte su carta, ma anche del teatro delle ombre kagee, delle rivisitazioni dell’europea “lanterna magica” in grado di proiettare immagini (chiamata utsushie nella sua versione nipponica), e del peculiarissimo teatro di carta, il kamishibai, dalle quali si approda agli esordi del disegno animato nel secondo decennio del Novecento. Lo studio prosegue successivamente ripercorrendo le innovazioni culturali e mediatiche avvenute nel periodo Taishō (1912-1926), in anni di dibattiti sull’identità dei nuovi media e di prime regolamentazioni dell’industria cinematografica, ma anche delle prime sperimentazioni di autori indipendenti, pionieri del cinema animato: fra questi l’inarrestabile sperimentatore Ōfuji Noburō, precursore nella messa a punto delle metamorfosi animate e della sonorizzazione, ma anche Murata Yasuji e Masaoka Kenzo, primo a realizzare la cel animation (l’animazione in rodovetro) e il primo film sonoro. A questi (e a molti altri nomi) si legano anche le vicende di numerosi studi di animazione, spesso fondati da queste personalità e centro di grandi slanci creativi: la storia di questi studi appare fin da subito legata a doppio filo con le fasi di sperimentazione, di fermento e di collaborazione che contraddistinguono la storia del cinema d’animazione giapponese.

 

Gli anni delle due Guerre Mondiali e del dopoguerra sono al centro di alcuni densi capitoli di Animerama, in cui si ripercorrono le pulsioni politiche e sociali che hanno influenzato la scena sociale giapponese e le produzioni culturali e mediatiche: dal controllo delle produzioni cinematografiche imposto dal Governo e dalle esigenze della nuova corrente nazionalista, con la capillare opera di indottrinamento attraverso il cinema di propaganda, al movimento del Prokino (“Cinema proletario”) di ispirazione comunista, fino alle produzioni del cinema di propaganda di Kokusako Eiga e alla fondazione degli studi JO di Kyoto che inaugurarono nel 1933 il dipartimento di animazione che avrebbe rappresentato per anni una delle principali fucine del paese. Particolare rilevanza assume l’episodio del bombardamento nucleare su Hiroshima e Nagasaki, che segna un momento di svolta nel panorama storico, sociale e culturale del Giappone e che lascerà un segno profondo in tutte le manifestazioni culturali del dopoguerra, incluso il cinema di animazione. Quest’ultimo si farà portavoce tanto della nuova propaganda di rieducazione governativa quanto dei valori, delle riflessioni e dei temi legati al conflitto: un esempio particolarmente significativo riguarda la presenza costante dei bambini orfani fra i protagonisti del cinema d’animazione, che segnala la grande problematica sociale degli orfani di guerra e dei bombardamenti, ma anche la presenza di creature mostruose legate agli esperimenti termonucleari, come il famoso Gojira (Godzilla), prodotto alla Tōhō nel 1954 per la regia di Honda Ishirō e pioniere del nuovo genere dei “film sui mostri” (kaijū eiga).

 

Non mancano, nelle pagine di Novielli, squarci di approfondimento sui momenti di confronto fra le produzioni di animazione giapponese e i rappresentanti culturali del mondo occidentale, includendo le forme di assimilazione culturale che il paese del Sol levante ha affrontato nella sua storia, in particolare nel filo rosso che lo connette al mondo degli USA soprattutto nella fase di occupazione del Paese. Si segue poi il percorso di ricostruzione che “anima” il Giappone dagli anni ’50: anni che vedono i nuovi progressi cinematografici del genere della “puppet animation”, l’animazione con pupazzi sviluppata da Mochinaga Tadahito, le sperimentazioni creative di Tezuka Osamu nel genere fantascientifico (con la realizzazione del famoso Astro Boy, antesignano di quella stirpe di robot combattenti in cui rientrano anche Gundam il guerriero meccanico di Tomino Yoshiyuki, 1978, e il post-apocalittico Neon Genesis Evangelion creato da Anno Hideaki, 1995), la fondazione della società di animazione Tōei nel 1951, che iniziò la produzione di lungometraggi animati in grado di equivalere alla popolarità e alla qualità di quelli disneyani (lungometraggi che vennero affidati, fra gli altri, a Yabushita Taiji e a Takahata Isao). Questi intensi anni di sperimentalismo sono ricostruiti con grande attenzione nel saggio in questione, che ne ripercorre le tappe storiche e i loro capisaldi attraverso uno sguardo concentrato sulle innovazioni tecniche apportate negli anni ’60 e sulle attività creative dei nuovi pionieri del “cinema d’avanguardia”, ma anche sulla diffusione di nuovi macrogeneri del cinema d’animazione degli anni ’70 e ’80, come l’erotico e l’esotico, l’action e il pink, ma anche la robotica di Mori Masahiro e di Nagai Gō (pseudonimo di Nagai Kiyoshi, ideatore di Mazinga Z diffuso dal 1972) e l’horror o sovrannaturale (shinrei mono eiga) di ampissima diffusione. Anche in questi capitoli non manca l’attenzione dell’autrice per le sperimentazioni individuali del cinema “indipendente” di Kuri Yōji, Tanaami Keiichi, Aihara Nobuhiro, Yamamura Kōji e Kawamoto Kihachirō, che vengono ripercorse nei loro aspetti di originalità e di peculiarità. Un ultimo, denso capitolo ripercorre infine la collaborazione fra Takahata Isao e Miyazaki Hayao, sodalizio iniziato alla Tōei e sancito dalla fondazione del celebre Studio Ghibli nel 1985, di cui si ripercorrono i successi e le problematiche, gli aspetti di originalità fino all’eredità lasciata dai due grandi registi, in una vicenda che si intreccia con le tematiche delle produzioni degli ultimi decenni del Novecento che vanno dall’action al cyberpunk, dai temi bellici alla tecno-sessualità, dallo psycho-horror all’interesse per la tecnologia, la mente umana e la memoria, fino alle nuove prospettive aperte dal web dopo il 2000.

 

Il saggio di Novielli ripercorre con limpidezza ed esaustività un panorama complesso, di cui si dipinge con attenzione e accuratezza la storia in tutte le sue sfaccettature, attraverso un linguaggio diretto e una costruzione chiara, che non tralascia le trame di ciascuna produzione e la contestualizzazione adeguata nell’ambito del panorama storico e culturale da cui si origina. Anche il lettore meno esperto ha l’opportunità di addentrarsi nelle complesse vicende del genere, grazie alla guida puntuale di Novielli e all’offerta di un glossario in appendice al saggio, che si rivela molto utile per orientarsi nella terminologia specifica di questo studio. Animerama risulta, in definitiva, utile sia per gli studiosi del settore, sia per il lettore incuriosito che desidera orientarsi nel complesso e celebrato panorama del cinema d’animazione giapponese, tanto nelle sue produzioni più conosciute che per la molteplicità di opere anche molto distanti dal mainstream.

 

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