27 marzo 2021

La libertà del traduttore

Quella del traduttore è una figura dai contorni sfumati, il cui lavoro, estremamente necessario in una società globale, si svolge spesso nell’ombra. Eppure, se possiamo leggere un libro scritto da un autore straniero, capire le istruzioni per montare correttamente un nuovo elettrodomestico o impostare i sottotitoli di una serie tv nella nostra lingua, sappiamo che è merito di qualcuno che ha svolto un lavoro di traduzione dalla lingua straniera alla nostra, un lavoro che ci permette di cogliere nel “testo” (in senso lato) con cui ci confrontiamo tutte le informazioni che esso aveva nell’originale. Sappiamo, inoltre, che in tutti questi casi il traduttore ha agito usando delle tecniche che hanno permesso inizialmente di decifrare il messaggio da un testo di partenza per poi tradurlo in un’altra lingua, perciò ci aspettiamo che il risultato di questo processo permetta al lettore di afferrare esattamente quello che in origine l’autore voleva dire, seppur avendo usando un codice linguistico differente dal nostro.

 

A ben guardare, tuttavia, le cose sono molto più complesse: innanzitutto, in che misura è possibile definire quanto la traduzione sia fedele all’originale? E soprattutto, possiamo chiederci che cosa si intenda per “fedele” e a che cosa si riferisca questa qualifica: al testo di partenza? Alla sua forma linguistica, o al suo stile? O piuttosto al suo messaggio? Possiamo domandarci, in altre parole, cosa ci assicuri che lo spirito di un testo, nella sua profonda essenza, sia stato correttamente percepito e poi correttamente “trasferito” nel testo di arrivo. Sembra infatti possibile, anzi forse inevitabile, che durante questa operazione il traduttore abbia lasciato la sua impronta, magari deformando o tradendo il testo di partenza. Quanto è possibile che la traduzione sia stata in qualche modo il frutto di un’interpretazione arbitraria, in cui si è intromessa (volontariamente o meno, e in misura più o meno maggiore) una qualche forma di soggettività del traduttore? Insomma, quale libertà può permettersi il traduttore, e quali sono invece i suoi vincoli nel confezionare il suo prodotto?

Tutti questi quesiti, apparentemente semplici, toccano delle questioni enormemente complesse che coinvolgono la linguistica, l’ermeneutica, la filosofia e vanno direttamente al centro della storia e della teoria della traduzione.

 

Nonostante quella della traduzione sia un’operazione antichissima e da sempre praticata dall’essere umano, una riflessione critica e teorica su questa pratica è sorprendentemente recente. La teoria della traduzione, infatti, si afferma come oggetto di studio solo nel Novecento e viene generalmente indicata come traduttologia, dal nome francese di traductologie (diffuso a partire dal 1970), affiancato dalle forme tedesche Translationswissenschaft o Übersetzungswissenschaft o Translatologie. L’etichetta di denominazione teorica si afferma nell’area anglosassone nella forma di Translation Studies, che ha avuto il merito di evidenziare la necessaria molteplicità di approcci a questa disciplina, la cui dignità scientifica merita di essere affermata non solo in ambito linguistico.

Con la parola “traduzione”, in particolare, intendiamo comunemente un processo mediante il quale una lingua di partenza (LP) viene resa in lingua di arrivo (LA), di modo che il significato veicolato da ciascuna di queste sia quanto più possibile simile e che le strutture di queste lingue siano sostanzialmente equivalenti. La traduzione risulta quindi, in primo luogo, un atto di mediazione che coinvolge un testo di partenza (TP) e un testo di arrivo (TA). Possiamo immaginare questo processo come una sorta di transcodificazione (code-switching), nella quale un particolare messaggio, che nasce in un certo codice di partenza, viene decodificato e poi ricodificato nel codice di arrivo. Più nello specifico, semplificando quanto formulato nella Teoria Interpretativa della Traduzione (Interpretive Theory of Translation) sviluppata da Danica Seleskovitch, questo processo avviene in tre fasi: una prima fase di comprensione del testo (understanding o comprehension), una fase successiva di interpretazione del suo senso (deverbalization) e, infine, una fase di ri-codificazione (re-expression). Tuttavia, nella traduzione si implica un confronto fra due sistemi linguistici differenti, ma anche fra due culture diverse: la traduzione si compone, in altre parole, di un duplice trasferimento, interlinguistico e interculturale.

 

È evidente che tanto la lingua quanto la cultura sono due sistemi in continuo mutamento, sia della loro natura sia dei loro rapporti reciproci, e soprattutto che essi sono dotati di caratteristiche proprie, non sempre facilmente “sovrapponibili” a sistemi linguistici e culturali diversi. In questa complessa combinazione di fattori linguistici ed extralinguistici si individua l’autentica e complessa natura della traduzione, che nell’atto di mediazione deve giungere ad una finalità di equilibrio, in grado di rispettare le norme interne della comunicazione e di tenere conto di tutti i vincoli legati all’ambito culturale.

 

Perché ciò avvenga, è necessario che il traduttore compia innanzitutto un’operazione di decodificazione del testo di partenza e, successivamente, che a questa segua un’operazione di traduzione, che comporta l’intervento sulle unità linguistiche attraverso varie operazioni (translation shifts). L’atto di mediazione del traduttore è però, allo stesso tempo, anche un atto di comunicazione che non si configura come un semplice traghettamento di dati, ma piuttosto come il “rimodellamento” di una relazione testo-lettore: se il testo di partenza (TP) poteva porsi in relazione diretta con il suo lettore di partenza (LP) nell’ambito della stessa lingua/cultura, per raggiungere un lettore di arrivo è necessaria la mediazione del traduttore che permetta al messaggio di calarsi nella situazione linguistico/culturale del testo di arrivo (TA). Questo rimodellamento della relazione testo-lettore mette in gioco specifici presupposti di ordine linguistico, temporale e culturale, e chiama in causa la valenza interpretativa, un dato soggettivo che induce a collocare la traduzione in un ambito “extralinguistico”. Tale procedimento appare particolarmente evidente quando ci si imbatte, ad esempio, nella traduzione delle espressioni idiomatiche, che mostrano chiaramente i precisi aspetti culturali alla loro base: l’espressione inglese “it’s not my cup of tea”, corrispondente all’italiano “non fa per me”, non chiama in causa aspetti unicamente linguistici, bensì fa riferimento alla presenza, culturalmente molto importante, di questa bevanda e della sua tradizione all’interno del mondo anglosassone del British English.

 

Il duplice trasferimento interlinguistico e interculturale comporta, inoltre, l’inevitabile modificazione dell’enunciato primario, secondo la riflessione di Paola Faini: in questa modificazione si coglie la portata dell’intervento del traduttore, che può essere più o meno ampia a seconda del metodo e delle scelte di fondo adottate. Queste strategie sono classificabili in base all’orientamento del traduttore sul testo di partenza (TP), un atteggiamento detto anche source-oriented, o sul testo di arrivo (TA), detto anche target-oriented. Queste stesse strategie si possono collocare su una linea che vede ad un suo estremo l’adattamento, una produzione impostata in funzione del pubblico (TA) che vede un ampio livello di rielaborazione e di libertà espressiva da parte del traduttore, e all’estremo opposto la traduzione-calco, un processo orientato invece sul massimo rispetto del testo di partenza (TP), preservando gli aspetti linguistici e il carattere del modello originale. Ancora differente, infine, la traduzione letterale, in cui ogni particolarità grammaticale del testo di partenza (TP) viene rispettata nel testo di arrivo (TA), talvolta anche attraverso la traduzione parola per parola. In quest’ottica, Eugene Nida ha formulato due differenti approcci traduttivi, quello della formal equivalence (che pone l’accento sugli aspetti grammaticali, linguistici e formali del testo di partenza) e quello della dynamic equivalence (che enfatizza, invece, la trasposizione del senso o del messaggio del testo di partenza, attraverso una più stretta interazione fra gli aspetti culturali dei due testi). La gamma di approcci al processo di traduzione è stato semplificato, fra gli altri, da Peter Newmark, che ha individuato sostanzialmente due modalità pragmatiche di intendere il processo traduttivo: la traduzione semantica, che si propone di valorizzare la resa dell’esatto significato di TP, e la traduzione comunicativa, orientata invece alla resa della funzione e dell’effetto del testo sui lettori di TA in maniera quanto più vicina a quello sui lettori di TP.

 

L’orientamento sul testo di partenza o sul testo di arrivo coinvolge direttamente l’arbitrio del traduttore, che è chiamato a coniugare questi aspetti teorici con la prassi della traduzione: questa figura deve quindi avere una piena conoscenza dei meccanismi dei due sistemi linguistici, per operare attentamente sull’interpretazione del testo di partenza e utilizzare le sue strategie per creare una sorta di “equivalenza dinamica” in grado di trasmettere nei lettori del testo di arrivo la globalità del significato di partenza, al fine di produrre su di loro gli stessi effetti. Il traduttore deve, perciò, farsi carico dell’operazione di trasmissione della forma e del contenuto del pensiero dell’autore originale, rispettando le scelte espressive di quest’ultimo e tutte le implicazioni linguistiche e culturali del suo testo.

 

Ma come scegliere questi metodi e quali strategie applicare al testo da tradurre? La risposta sta nella tipologia testuale: a seconda delle funzioni del testo è possibile suddividere le produzioni in base alla loro tipologia, che influenzerà le scelte del traduttore, siano essi testi con funzione informativa (come gli articoli giornalistici), testi con funzione espressiva (come i testi letterari) o testi con funzione vocativa (ad esempio i manuali di istruzioni).

 

Sono infatti le caratteristiche del testo a determinare l’orientamento del traduttore e le strategie da applicare in modo da: mantenere le componenti soggettive, autoriali della lingua del testo espressivo (con orientamento verso la LP); creare un giusto equilibrio fra accuratezza e accessibilità del testo informativo (orientamento prevalente sulla LA); mirare all’immediata e pronta comprensione del messaggio nel testo vocativo, esaltandone la funzione comunicativa, e dunque puntando all’efficacia complessiva del testo stesso.

 

Il traduttore può agire, quindi, con una certa libertà di scelta fra questa pluralità, libertà che appare comunque condizionata dal testo su cui lavora, dalla sua tipologia e soprattutto dalle sue funzioni: è proprio il concetto di funzione a determinare anche il tipo di legame, di maggiore o minore equivalenza, con il testo di partenza. Particolarmente delicato risulta, ad esempio, il caso della traduzione dei testi espressivi di tipo letterario, in cui l’autore di TP può decidere di piegare gli strumenti linguistici e adattarli ad un proprio uso per esprimere il suo messaggio: questa libertà espressiva autoriale impone un forte condizionamento sul traduttore, il quale deve applicare le sue competenze linguistiche e culturali, utilizzando anche un certo grado di libertà espressiva, per ridefinire il senso del testo sulla base delle esigenze della LA. In questo particolare caso, entra in gioco la concezione di un “linguaggio del traduttore”, che non deve stravolgere la tipologia espressiva dell’autore (l’idioletto di TP), ma che al contempo non deve rimanere vincolato alla fedeltà dell’originale, che stravolgerebbe la lingua di arrivo in TA. Anche il traduttore può quindi agire con una certa libertà espressiva: i cambiamenti rispetto alla situazione di partenza e gli adattamenti alla lingua di arrivo sono dunque gestibili dalla sensibilità del traduttore, dalla sua tecnica e dalla sua esperienza professionale, e non sono vincolati ad una rigida fedeltà al testo originario.

 

Quello della “fedeltà” all’originale si configura dunque come un principio teorico troppo ambiguo e generico per valutare il successo una traduzione, nonché difficilmente inquadrabile alla luce di una mal definibile “equivalenza” al testo di partenza: l’efficacia di una traduzione sta piuttosto nel raggiungimento del suo scopo comunicativo, intendendo con esso una costanza funzionale tra testo di partenza e testo d’arrivo.

 

Anche l’idea di “funzione” può, tuttavia, dimostrare una certa ambiguità e rivelarsi eccessivamente idealistica, nascondendo alcune situazioni di frequente indeterminatezza dello scopo dei vari testi: a questo proposito sono stati elaborati dagli studi di teoria descrittiva i concetti di adeguatezza e di accettabilità. Come osserva Hellmut Riediger:

 

Una traduzione adeguata si sforza di essere simile all’originale e ne mantiene i riferimenti culturali, le sfumature linguistiche e stilistiche perché li considera fondamentali per la corretta e piena ricezione del messaggio. Il vantaggio di questo tipo di traduzione è che il lettore pur non conoscendo la lingua dell’originale ha la possibilità di entrare in contatto con elementi di un'altra cultura. Una traduzione accettabile, invece, ha come obiettivo la massima fruibilità del testo nella cultura ricevente a costo di modificare l'originale. Il risultato non è una riproduzione dell'opera originale ma una versione dell'opera adattata ai canoni linguistici e letterari della cultura in cui viene pubblicato. Il vantaggio di una traduzione accettabile è che la sua lettura risulta più piacevole e priva di ostacoli, lo svantaggio invece è il rischio di un livellamento culturale e di una riduzione degli stimoli per il lettore.

 

In questo senso, più che una serie di criteri da rispettare, la traduzione sembra basarsi sulle scelte del traduttore e sulle sue conoscenze linguistiche e culturali, tanto del TP quanto del TA, ed essa si configura con sempre maggior chiarezza come atto comunicativo, al quale anche il traduttore partecipa attivamente. Si può dunque affermare che non esistano precisi e definitivi inquadramenti teorici per descrivere il processo di traduzione, né veri e propri schemi applicativi universalmente validi da applicare nella traduzione o nella sua valutazione: la traduzione è piuttosto un gioco di equilibri sempre rinegoziati, di cui il traduttore deve assumersi la responsabilità facendo buon uso di una consapevole, ma non assoluta, libertà espressiva.

 

Per saperne di più:

Alcune riflessioni teoriche sulla traduzione sono quelle di Peter Newmark, La traduzione. Problemi e metodi, Milano, Garzanti, 1988, e quella di Hellmut Riediger, Teorizzare sulla traduzione: punti di vista, metodi e pratica riflessiva, Laboratorio Weaver, 2018. Fra i molti manuali sulla traduzione, agevole e di recente ripubblicazione è quello di Paola Faini, Tradurre. Manuale teorico e pratico, Nuova edizione, Roma, Carocci, 2018.

 

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