3 aprile 2021

L’altro vicino. Una breve conversazione sul passato recente della Spagna

La Spagna è la quarta economia della zona euro e, da diversi anni, uno dei membri più importanti della Comunità Europea. Nonostante la vicinanza all’Italia, gli sguardi comparativi fra il nostro Paese e Madrid, almeno per quanto riguarda la storia politica, sono sempre passati in secondo piano rispetto a quelli condotti con la Francia. Complice di questo stato di cose, forse, è un atteggiamento (presente nella storiografia) che tende a vedere il paese iberico come l’«infermo d’Europa», secondo la definizione che ne diede il grande storico Santos Juliá. Secondo questa visione, la Spagna potrebbe essere considerata uno Stato solo relativamente “europeo” e “sviluppato”, a causa della sua storica arretratezza economica, culturale e politica rispetto ai “grandi” d’Europa, ossia l’Inghilterra, la Francia e la Germania. Negli ultimi anni l’attualità spagnola è stata oggetto d’interesse per il risorgere tanto di tendenze autonomistiche (parliamo ovviamente della Catalogna) quanto di movimenti di estrema destra euroscettici, fenomeno peraltro comune a quasi tutta Europa. Come spesso accade nel dibattito pubblico, le radici storiche – anche quelle estremamente recenti – di fenomeni sociali che irrompono nell’attualità tendono ad essere ignorate.

 

Per questa ragione si è deciso di intervistare il Professor Eduardo Gonzalez Calleja, docente di Storia Contemporanea all’Università Carlos III, uno degli atenei più grandi e prestigiosi della capitale spagnola. Oltre ad essere una figura di punta nel mondo accademico spagnolo, è stato docente invitato in numerosi atenei internazionali (Paris III-Sorbonne Nouvelle, la London School of Economics, Università di Macerata, Ca’ Foscari, Morón-Buenos Aires e molte altre). Possiede un’esperienza decennale nello studio della Storia politica, e più in particolare sulla cultura dell’estrema destra, la violenza politica ed il terrorismo, temi sui quali ha pubblicato  ventotto monografie.

 

Il motivo che ha spinto ad intervistarlo a Novembre 2020 è dovuto alla forte discussione che attraversava in quei mesi l’opinione pubblica spagnola in merito alla legalizzazione dell’eutanasia. Il tema ha diviso profondamente il Paese portando anche al riaccendersi di vecchie “passioni” politiche, rispolverando così parole ed “etichette” che per alcuni dovrebbero rimanere confinate al secolo scorso.

 

Emanuele D’Amario: Assieme alla Francia, la Spagna è l’altro grande “vicino” dell’Italia. Nel corso dei secoli le sorti dei due Paesi si sono più e più volte intrecciate. Basti pensare al fatto che lo Stato pre-unitario più esteso della Penisola fosse il Regno delle Due Sicilie, che dalla metà del Settecento si trovava sotto la casa dei Borbone di Napoli, “cugini primi” dei Borbone di Spagna, tornati a sedere sul trono di Madrid a seguito della Transizione democratica che vide la fine del regime franchista nel 1975. Essendo una nazione estremamente connessa all’Italia tanto per interessi economici quanto per vicinanza geografica, la stampa italiana si è occupata spesso della sua attualità politica. Negli ultimi anni in particolare, l’attenzione si è focalizzata sugli strascichi della crisi del 2008 – che è stata nella penisola iberica più forte rispetto a quella vissuta in altri paesi d’Europa – e, soprattutto, sulle proteste degli indipendentisti catalani. Le radici di queste proteste sembrano essere meno note al grande pubblico.

 

Proprio come l’Italia, la “forma” istituzionale della Spagna è stata il risultato di uno scontro fratricida: la Guerra Civile Spagnola, uno degli avvenimenti più importanti della prima metà del Novecento.  Da molti studiosi è stata infatti considerata come la “prova generale” del Secondo conflitto Mondiale, almeno per l’Italia fascista e per la Germania di Hitler, come anche, in parte, per l’Unione Sovietica di Stalin, dal momento che le uniche due potenze “democratiche” che avrebbero potuto controbilanciare gli aiuti italiani e tedeschi nei confronti dell’esercito franchista, ovvero Francia ed Inghilterra, si astennero dall’intervenire.

 

Com’è noto, la vittoria arrise allo schieramento guidato da Franco, il quale aveva preso il posto del generale José Sanjurjo Sacanell, primo leader dell’insurrezione dell’esercito. In seguito alla disfatta repubblicana, il Regime si installò a Madrid e rimase al potere fino al 1975, data della morte di Francisco Franco. Successivamente, seguì il ritorno della dinastia borbonica, in ossequio alle ultime leggi promulgate dal dittatore, dette le leggi di successione, che diede avvio alla cosiddetta Transizione Democratica. Negli anni cruciali che seguirono il 1975 venne promulgata una nuova costituzione democratica, frutto anche degli accordi fra partiti e movimenti sociali conosciuti come i Patti di Moncloa, del 1977. Ma qual è l’eredità di questa storia segnata dalla guerra civile nella vita politica odierna della Spagna democratica, quarta economia dell’Eurozona? E quali sono le differenze con l’Italia rispetto alla valenza, per così dire, politica, della memoria storica?

 

Eduardo Gonzalez Calleja: In Italia si sa perfettamente che l’esperienza della Guerra Civile del 1943-45 ha generato narrative contrapposte, che vanno dall’identificazione di quella fase storica come guerra di liberazione antifascista al conflitto fratricida analizzato dallo storico Claudio Pavone. Questo tipo di consapevolezza è presente anche nel dibattito pubblico di altri paesi. Nei circoli suprematisti degli Stati Uniti si coltiva il culto della “Lost Cause of the Confederacy”, mentre la comunità afroamericana ricorda la falsa riconciliazione “post bellum” perseguita dai bianchi a discapito dei suoi diritti civili (le famose “Jim Crow Laws”). In Spagna, gli storici che si sono occupati della Guerra Civile sono ormai d’accordo riguardo la periodizzazione delle tappe del processo di evoluzione della nostra memoria: fra il 1939 ed il 1950 prevalse la memoria unilaterale dei vincitori, che imposero una damnatio memoriae estremamente focalizzata sulle colpe del passato repubblicano. Seguì, negli anni Sessanta una particolare forma di amnesia collettiva, centrata sulla colpevolezza condivisa (come a dire “siamo stati tutti colpevoli”, e nessuno lo è stato) e vincolata al processo di legittimazione del franchismo per mezzo della forte crescita economica che prese avvio a fine anni cinquanta (il cosiddetto desarrollismo). Gli anni della Transizione verso la democrazia furono invece caratterizzati da un recupero di una memoria critica dell’evento traumatico, grazie alla riconosciuta libertà d’espressione. Gli anni Settanta e Ottanta costituirono dunque una sorta di forgia di una nuova memoria della riconciliazione, la quale si tradusse concretamente in una “politica dell’oblio” selettivo sponsorizzata dai media ufficiali. Infine, dalla metà degli anni Novanta si è diffusa una memoria detta della restituzione o della riparazione. Questo dovere della memoria, connotato da forti risonanze morali fatte proprie dai nipoti dei protagonisti della Guerra Civile fra i venti e i trenta anni dopo la morte di Franco, viene da loro giustificato in quanto consideravano insufficiente la politica di riparazione materiale e simbolica condotta fino ad allora nei confronti delle vittime della guerra e della repressione franchista. Ciò che questo nuovo approccio propose fu un finanziamento sistematico della ricerca dei siti nei quali i dissidenti erano stati sepolti in fosse comuni, dopo eccidi che avrebbero dovuto far “piazza pulita” dei nemici del regime. La Spagna, a questo proposito, detiene il poco lusinghiero primato di essere uno dei primi paesi al mondo, e sicuramente il primo in Europa, per numero di fosse comuni create in seguito a conflitti politici. Da quella fase si è acutizzata una “guerra di memorie” contrapposte, allo stesso tempo inoltre, le varie destra spagnole hanno iniziato a mostrare una maggiore reattività di fronte alle politiche di giustizia, memoria e riparazione adottate dai governi del PSOE (Partido Socialista Obrero Espanol), in special modo riguardo alla Legge del 26 Dicembre del 2007, la quale riconosce e amplia i diritti e le misure a favore di chi aveva subito episodi di persecuzione e violenza durante la Guerra Civile e la dittatura.

 

 

E.D’A.: Come abbiamo accennato, negli ultimi anni la Spagna ha fatto parlare di sé sulla stampa europea in riferimento alla questione catalana. A ciò va sommato anche il risorgere di una destra ultras con tratti antieuropeisti – fenomeno, peraltro, non limitato alla sola penisola iberica –, basti pensare ai casi della AFD tedesca, al Front National francese e ai partiti pro-Brexit. Nel particolare caso spagnolo, questi partiti sono storicamente contrari al sistema delle autonomie regionali che si è andato sviluppando con il processo di democratizzazione del Paese. In che modo queste due caratteristiche si strutturano oggi nella narrazione politica di questi partiti?

 

E.G.C.: L’autonomismo spagnolo riprese l’idea dello “Stato integrale” repubblicano, basato su un sistema di autonomia politica al quale avevano avuto accesso in principio solo le tre nazionalità “storiche”: la Catalogna, i Paesi Baschi e la Galizia. In seguito alla lunga stagione del centralismo franchista, si estese il sistema autonomista a diciassette nazionalità e regioni in maniera generalizzata (un fenomeno che è stato definito popolarmente el café para todos), causando rimostranze comparative su un piano fiscale ed un disordine di funzioni organizzative che sta venendo in superficie in tutta la sua drammaticità nella attuale crisi sanitaria. L’estrema destra populista sta approfittando delle gravi circostanze generate dalla pandemia (in special modo, la paura ed il senso di insicurezza delle fasce di popolazione più vulnerabili) per promuovere l’idea di un’alternativa autoritaria, centralista e antieuropeista come antidoto alla crisi multisettoriale che vive lo stato spagnolo.

 

E.D’A.: In questi anni in Italia molti partiti hanno affermato che le categorie di sinistra e destra non hanno più senso nel mondo contemporaneo. Tralasciando questo fenomeno, dovuto alla ridefinizione di identità di numerosi partiti in seguito alla caduta del cosiddetto “mondo bipolare” nel 1989, la parola “fascista” continua ad essere usata in alcuni settori del dibattito pubblico, segno che, dopotutto, continua ad avere un significato. Secondo lei questo discorso può essere applicato alla Spagna? Queste parole novecentesche come “fascista” e “comunista” continuano ad avere un senso ed un peso nel dibattito spagnolo?

 

E.G.C.: Nella recente mozione di censura supportata da “Vox” contro il governo del PSOE-Unidos Podemos la sinistra ha ripreso ad utilizzare il termine “fascista” per definire l’attuale alternativa dell’estrema destra. Esattamente come i termini “rosso” e “terrorista”, si tratta di epiteti squalificanti che non apportano al dibattito nessuna categoria che sia utile per la comprensione del fenomeno. Certo è che “Vox” raccoglie settori residuali del vecchio falangismo, del franchismo e dell’integralismo religioso, però è un moderno catch-all party totalmente integrato nelle logiche della politica postmoderna, con un’ideologia molto più vicina all’ultraliberalismo neoconservatore nordamericano. A ciò va aggiunta la persistenza di alcune “sopravvivenze” del regime franchista in Spagna, come la fondazione Francisco Franco che esalta il passato regime e che conserva anche documentazione ufficiale dell’apparato statale prodotta fra il 1939 ed il 1975. A ciò va aggiunto anche il fatto che il PP (Partido Popular), partito “istituzionale” della destra sia stato fondato da sette ex-ministri di Franco, e che quattro di questi si siano poi rifiutati di riconoscere appieno la costituzione democratica.

 

E.D’A.: Alla luce di questa breve panoramica, e soprattutto osservando il contesto generale del mondo occidentale nel quale partiti populisti avanzano diffusamente su in Europa, sorgono due domande fondamentali. La prima domanda riguarda il rapporto che l’opinione pubblica ha con la sua storia recente. Non sarebbe forse auspicabile per la Spagna un profondo riesame critico delle sue memorie collettive? Una sorta di “Mani Pulite” della memoria? E la seconda, più generale, riguarda il tipo di ruolo che dovrebbe assumere la democrazia spagnola nella Comunità Europea, soprattutto in seguito allo sviluppo che il paese ha avuto negli ultimi anni ed in seguito a Brexit.

 

E.G.C.: La Spagna è la quarta economia della zona euro, e dovrebbe assumere un ruolo politico di primo piano, assieme all’Italia, alla Francia e alla Germania. Tuttavia prima deve arginare, e cercare di risolvere, i problemi che attanagliano la sua democrazia che sono, in ordine di priorità: l’impatto economico e sociale causato dalla crisi attuale, la sua struttura territoriale-istituzionale (a metà strada fra l’autonomia ed il federalismo), e la corruzione politica, che è molto peggiore della crisi italiana dei primi anni Novanta “, e che si estende al vertice dello Stato, magistratura, i partiti politici, la stampa e gli agenti economici. Come diceva, a differenza del vostro paese, la Spagna non ha avuto una “Mani Pulite”. Nonostante questa infatti sia stata una prova che ha scosso profondamente l’Italia, ha comunque permesso al vostro Paese di fare una profonda autocritica non solo legale, ma anche intellettuale della sua storia repubblicana. La grande differenza la Spagna e l’Italia consiste nel fatto che la Spagna non ha avuto uno sconvolgimento che portasse con sé un’autocritica. Non c’è, per adesso, un recupero critico abbastanza forte di un’esperienza, come nel caso dei desaparecidos in America Latina, ma piuttosto un’amnistia collettiva.

 

Per saperne di più:

Eduardo Gonzalez Calleja, El laboratorio del miedo. Una historia general del terrorismo, Editorial Crítica, Barcelona, 2012.

Orazion Lanza e Francesco Raniolo, Una democrazia di successo? La Spagna dalla Transizione democratica al governo Zapatero, Catanzaro, Rubettino, 2006.

Santos Juliá, Violencia política en la España del Siglo XX, Taurus, 2000.

 

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