27 febbraio 2021

You can’t fire me because I quit

Conversazione con Francesco Dezio

A proposito di Giorgio Falco, Andrea Cortellessa ha scritto: «il suo primo libro, Pausa caffè, nel 2004 fu tra i primi a mostrare la condizione “precaria” dei lavoratori dipendenti: prima che – di lì a troppo poco – il lamento di San Precario divenisse il più vieto dei luoghi comuni, l’ultima Arcadia dell’autocommiserazione». Non so se questa valutazione derisoria colga bene la parabola disegnata dagli autori che, in epoca post-ideologica e globalizzata, hanno scritto opere narrative sul lavoro; so che, sempre nel 2004, agli albori del “genere”, Francesco Dezio ha pubblicato per Feltrinelli Nicola Rubino è entrato in fabbrica (poi TerraRossa Edizioni, 2017), un romanzo “a bassa finzionalità” in cui un suo alter-ego, appunto Nicola Rubino, racconta l’esperienza lavorativa come operaio nella grossa sede che una multinazionale tedesca ha insediato nel nord della Puglia.

 

Il romanzo d’esordio di Dezio proviene da una fase della nostra letteratura in cui l’emergere di un bisogno espressivo – quello di trovare soluzioni mimetiche che raccontassero in modo convincente il lavoro, ma soprattutto le sue trasformazioni – doveva confrontarsi con l’usura delle forme che in un passato più o meno recente avevano assolto alla stessa finalità. Bisognava, come molti altri autori hanno avvertito sempre in quegli anni, rinnovare la lingua narrativa del lavoro – e, più in genere, dei testi narrativi con “intenti civili”.   

Nicola Rubino è, a mio parere, per quel che riguarda i primi anni Duemila, uno dei tentativi più interessanti e riusciti di raccontare il lavoro contemporaneo con una forma – e una voce, e uno stile – all’altezza dei tempi: esso restituisce la rappresentazione prismatica e scomposta di una condizione lavorativa che si fa anche esistenziale in ragione della sua invasività; esso subordina la trama all’onnipresenza di una voce narrante poco distinta da quella del suo autore; esso riesce a conservare tutti gli aspetti più localistici del proprio oggetto narrativo pur avendo scelto di raccontarlo perché in esso ha scorto una somiglianza di fondo con ciò che sta succedendo contemporaneamente e altrove; esso lascia ampio spazio alla descrizione di dinamiche lavorative effettivamente nuove senza imbrigliarle nella denuncia ideologica, senza convogliarle nel lamento individualista, e senza subordinarle al reportage improntato a precisione statistica.

 

In un altro testo del 2018, La gente per bene (TerraRossa Edizioni), Francesco Dezio continua a parlare di lavoro, e lo fa in un modo nuovo per la sua scrittura – cioè, tagliando con l’accetta, attingendo esplicitamente al repertorio dell’autofiction, ma in certi punti (vedi il capitolo Il Re dei divani) praticando anche una forma di biofiction. Anche questo testo mi sembra convincente, soprattutto nel rivendicare (senza la mobilitazione di forme stanche e anacronistiche) il valore conoscitivo e politico di un testo narrativo – anche se poi a quanto pare San Precario ha iniziato da molto tempo le sue lagne, anche se nel dibattito critico si parla della «narrativa industriale» come di un ciclo ormai chiuso.

 

Proprio questa, la cosa più importante che mi sembra di aver imparato dalla conversazione con Francesco Dezio che qui pubblichiamo: forse è vero che un certo modo di parlare di lavoro è ormai saturo, stanco, superato; ma non per questo il tema in sé deve essere destituito di importanza; non per questo, tramontata una moda anche editoriale, l’intento civile, conoscitivo e sperimentale da cui è scaturita la “narrativa precaria” deve essere accantonato, e men che mai considerato altrettanto saturo, stanco, e superato.

 

Antonio Galetta: A tuo parere cos’è, o cos’è stata, la “narrativa industriale” (o “precaria”, o “post-industriale”… le etichette non mancano) italiana cominciata a metà degli anni Zero? Da quali bisogni è scaturita, quali fasi ha avuto? Cosa la differenzia dalla narrativa operaia pre-1980?

 

Francesco Dezio: In seguito al crollo delle ideologie e all’espansione del capitalismo i leader politici di ogni schieramento premevano per estendere la dottrina del lavoro come merce, riformando l’intero sistema produttivo a scapito del lavoratore. I grandi editori negli anni Zero vollero dar conto in ambito letterario dei cambiamenti in atto nella società italiana e dal momento che i romanzi degli anni ’60 e ’70 apparivano grigi e datati se non proprio incomprensibili – nel frattempo linguaggi e tecnologie erano cambiati – aggiornando il loro catalogo con titoli che segnavano un ritorno prepotente – provvidenziale – alla realtà; Feltrinelli in primis mi diede l’opportunità, col romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica (2004), di raccontare come se la passavano le risorse inumane di una Grande Multinazionale piombata qui a sud (da quarta di copertina: «Quest’opera […] si annuncia come il primo esempio italiano di letteratura postindustriale»), una categoria sociale sparita dall’orizzonte delle patrie lettere (ok, c’erano stati Pennacchi con Mammut, 1994, Ermanno Rea con La dismissione, 2002, o Sebastiano Nata con Il dipendente, 1995, ma mancava ancora un updating sulla “generazione flessibile”).   

A causa di sovrastrutture culturali da sempre presenti nella nostra miope editoria, la letteratura di fabbrica era da ritenersi archiviata, morta per obsolescenza programmata. Al contrario – e lo dichiaravo con quel romanzo – con lo sviluppo industriale la produzione era stata informatizzata. Anche la fisionomia dell’operaio era cambiata, doveva avere competenze tecniche essendo addetto a macchine a controllo numerico. La mia constatazione – maturata dal di dentro, perché sono stato operaio come loro – fu che quegli operai (operatori, teamleader, stagisti e risorse umane interinali) fossero il prodotto di una mutazione antropologica operata dalla dream machine berlusconiana: non sapevano nulla di lotte sindacali, erano menefreghisti, continuamente dediti al cazzeggio, consacrati al mito dell’apparenza e dell’acquisizione di merci, e per giunta erano, nel loro essere plagiabili, anche infidi, preoccupati solo del proprio bene individuale a scapito del prossimo, specie quando la posta in gioco era l’ottenimento di un ambito premio qui a sud, il contratto a tempo indeterminato.   

Pierpaolo Ascari, sulle pagine de Il manifesto, scrisse che se Volponi aveva descritto Le mosche del capitale (gli imprenditori), io mi stavo occupando invece dei “moscerini”, roba infima (colgo però l’occasione per precisare che il mio non era un romanzo neorealista in quanto i modelli a cui mi rifacevo, al di là dei classici, erano i postmoderni Irvine Welsh, Bret Easton Ellis, Michel Houellebecq, Don De Lillo, David Foster Wallace, William Vollmann su tutti). In contemporanea, per l’editore Sironi (nella collana diretta da Giulio Mozzi, «Indicativo presente») usciva Pausa Caffè di Giorgio Falco e qualche mese dopo si giungeva ad un trittico: Cordiali saluti di Andrea Bajani (Einaudi, 2005), malinconica storia di un manager costretto a scrivere lettere di licenziamento.   

E dopo? Dopo arrivarono: il “romanzo” di Michela Murgia Il mondo deve sapere (ISBN, 2006), i post del suo blog ai tempi in cui lavorava in un call center di una multinazionale rieditati in forma romanzata; le interviste alla galassia dei precari di Aldo Nove con il suo Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese (Einaudi, 2006); più sul genere reportage narrativo, invece, Le risorse umane (Feltrinelli, 2006) di Angelo Ferracuti, il quale proponeva una campionatura attualizzata di arti e mestieri.   

Il ferro va battuto finché è caldo, così fu la volta di Mondadori con la doppietta di Mario Desiati: Vita precaria e amore eterno (2006) e Ternitti (2011), ethernit dialettizzato.   

Un romanzo interessante sul piano della sperimentazione è Il Nemico di Emanuele Tonon (sempre ISBN, 2009); da dimenticare, invece, il risibile Acciaio (Rizzoli, 2010) di Silvia Avallone, che ha per protagonisti dei giovani in vena di maledettismo da tremetrisoprailcielo, narrativamente gonfia di stereotipi sulla vita in fabbrica e stranamente considerata un punto di riferimento della “letteratura precaria” dai critici nostrani.   

Stefano Valenti porta a casa il risultato e vince il premio Campiello Opera Prima con La fabbrica del panico (Feltrinelli, 2013): nucleo della vicenda il rapporto col padre, pittore, e i morti di amianto della Breda di Sesto S. Giovanni. Sulla stessa scia Amianto di Alberto Prunetti e sì, l’impressione è che si stia raschiando il fondo del barile. Fa eccezione il bel romanzo di Romolo Bugaro (Effetto domino, Marsilio/Feltrinelli 2015) che invece racconta il declino del nord-est coi suoi imprenditori indebitati con le banche.

 

A.G.: Arriviamo così al 2016, anno in cui viene pubblicato Works di Vitaliano Trevisan, seguito nel 2017 dall’assai simile Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco (entrambi in Einaudi Stile Libero). A tuo parere, questi due libri chiudono il ciclo della letteratura post-industriale (iniziato, tra gli altri, proprio dal tuo Nicola Rubino)?

 

F.D.: Se parliamo del campionario dei lavori precari (e di quella modalità di racconto, stazione per stazione della via crucis) sì, mi pare che (specie con Works di Trevisan) si sia fatto il tutto esaurito; oggi non mi pare più possibile – senza scadere nella retorica o nel pietismo – raccontare le ubbie del precariato nel modo in cui è stato fatto tra anni Zero e anni Dieci.   

Eppure, consentimi, a mio avviso c’è ancora margine per parlare di questo tema: il “ciclo” ha bisogno di un rinnovamento, ma non per questo è finito. L’importante è compiere a monte una scelta programmatica, rifiutando di farsi ingabbiare dalla griglia che il “genere”, ormai consolidato, imporrebbe: è ciò che mi sembrano fare alcune serie televisive d’oltremanica ambientate quasi esclusivamente nei luoghi di lavoro (vedi Office, Silicon Valley, Succession; ma ce ne sono molte di più), o ancora il cinema di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, registi che hanno saputo raccontare la precarietà in modo credibilmente empatico, nonché il clima politico e sociale di Inghilterra e Francia (da noi quel tipo di cinema lo facevano Rosi, Petri, Montaldo e non ha più avuto eredi credibili – fanno ben sperare i fratelli D’Innocenzo, i quali hanno descritto magistralmente certo coattume romano)… Diversamente, il panorama è desolante, tra commissari e sexycommissarie, noir peraltro scritti male (non siete Ellroy, non siete Chandler) e afflitti da provincialismo (il trucchetto è arcinoto, qualche battuta in dialetto, i polpi, le cozze, le sgagliozze e fai contento il pubblico di bocca buona), tra scrittori engagé ma ammanicati (do you know Generazione TQ? E il New Italian Epic?) che parlano di un’Italia che non fa più male, sparita da un pezzo (Ferrante e Scurati rivaleggiano su questa deriva passatista) o che si affannano a voler scrivere il Grande Romanzo Italiano, cioè il Romanzo Borghese (Moravia è il nume tutelare di tutti loro): non serve fare nomi, è sufficiente scorrere la lista dei vincitori del Premio Strega. A dominare, su tutto, un pensiero unico che da lettore mi lascia insoddisfatto, anzi mi nausea.   

Ma tutto sommato non dispererei, modi per parlare di lavoro ce ne sono ancora, ne sono convinto (ad esempio ne La gente per bene nel capitolo relativo al Professionale parlo del classismo della scuola e dell’inadeguatezza della formazione tecnica e professionale italiana, che sforna diplomati con competenze già obsolete non appena immessi sul mercato del lavoro… altro tema tabù per la nostra narrativa…) e credo che come me dovrebbero pensarla i big dell’editoria, i quali si sono serviti di questa voga letteraria finché ha fatto loro comodo, fino a quando cioè gli alzava le vendite.

 

A.G: Il racconto del lavoro, in contesti diversi, mi sembra sia stato motivato come “pretesto” per parlare dell’Italia (Falco), come strumento di denuncia (Saviano, Bajani ecc.), come strumento conoscitivo (antologia Lavoro da morire, Einaudi 2009), come terreno sensibile in cui rinnovare la lingua narrativa (antologia Sono come tu mi vuoi, Laterza 2009), come focus utile a raccontare una (auto)biografia percepita innanzitutto come «fallimento» (Trevisan), ecc. La tua scrittura, tra Nicola Rubino e La gente per bene, mi sembra condividere qualcosa con ogni voce di questa casistica. Sei d’accordo? Perché, per quali ragioni hai parlato tanto di lavoro?

 

F.D.: Perché non so – e non ho interesse a - scrivere d’altro, ed è il modo con cui dichiaro di stare al mondo (e ci sto scomodo). Al pari di Giorgio Falco sfrutto il tema chiave del lavoro come pretesto per raccontare d’altro, per occuparmi della vita, o della non-vita, spesso articolandola di fallimento in fallimento, con feroce ironia, ibridandola a vari generi letterari, memoir, autofiction, reportage narrativo (tutto si può fare, se la materia prima è buona). Mi corre l’obbligo di citare un recente post di Aldo Nove, una dichiarazione nella quale mi rispecchio pienamente: «L’essere oggi un fallito, un perdente, l’esserlo fino in fondo e consapevolmente, diventa una nota di merito. Significa non volere, o non essere capaci di, aderire a un sistema che ti vuole isterico entusiasta servo di un mondo del lavoro sempre più precario e volatile, in assenza di qualunque valore che non sia il profitto di pochissimi... Sia lode allora ai falliti, ai perdenti, a quelli che non ce la fanno, ultimi testimoni di resistenza umana».

 

A.G.: A proposito del «soggetto multiplo» in Pausa caffè di Giorgio Falco (2004), proprio Aldo Nove scrisse: «Se il liberismo estremo esalta l’individuo e le sue libertà, il lavoratore […] è la pura esteriorità dell’individuo». Questo poteva valere anche per Nicola Rubino – ma non, invece, per La gente per bene (2018), dove il lavoro non esaurisce i tuoi protagonisti, sempre strutturati verso una profondità ulteriore (la loro vita, banalmente, è raccontata anche nelle ore non lavorative). Sei d’accordo? In che modo hai coltivato questo aspetto della tua scrittura?

 

F.D.: Dall’universo concentrazionario della fabbrica del primo romanzo – fatto di individui atomizzati, a parte la testa calda Rubino – con La gente per bene ho scelto di allargare il campo e parlare dei mali della provincia attraverso le sue periferie, nonché il declino economico dei settori metalmeccanico e dei divani, qui in Puglia. Man mano che andavo avanti nella stesura mi rendevo conto di star raccontando di una farsa: il lavoro non è più in grado di procacciare benessere diffuso all’individuo, noi contiamo sempre meno. Eppure, tutte le mattine, siamo ancora lì a fingere con noi stessi e con gli altri che non sia cambiato niente, che ci siamo solo impoveriti, invecchiati e imbruttiti. Nel libro – per esempio raccontando la storia dell’imprenditore Natalino Manucci, che dalla Murgia riesce a inserirsi nel mercato di New York – ho inteso sottolineare come la nostra imprenditoria sia affetta da familismo amorale – il bene assoluto della famiglia, contro tutto e tutti (non appena ne hanno occasione propinano a dipendenti, parenti, concittadini e a chiunque gli si pari davanti narrazioni aziendali autocelebrative: l’epopea di uomini che in base ai propri meriti e ad una felice intuizione relativa ad un prodotto, spesso a basso contenuto tecnologico, hanno raggranellato soldi&successo – dimentichi del fatto che il loro affermarsi è pur sempre il prodotto del contesto economico-politico-sociale di un’epoca).

 

Ritengo che questa sia la ragione principale per cui il sud, ma pure il nord, annaspa, affonda, non cresce.

 

Siamo ad un punto di non ritorno: in La gente per bene un disoccupato, un inservibile, quale peraltro sono diventato io, dopo essere passato di esperienza precaria in esperienza precaria, racconta la fine del lavoro. Non è casuale che abbia posto in esergo una citazione tratta dai Nirvana di Kurt Cobain, You cant’t fire me because I quit, "non puoi licenziarmi perché mi sono già arreso". Arreso, ma non senza prima dar conto al lettore di questa sconfitta.  

 

A.G.: In che modo utilizzi il dialetto nella tua scrittura?

 

F.D.: Il mio approccio alla scrittura è mutuato dai libri di Louis-Ferdinand Céline – intendiamoci, sono una pulce al confronto, ne ho consapevolezza, ma che posso farci, amo la sua scrittura! – la sintassi cadenzata e musicale che imita il parlato e l’incaponirsi a far sì che quella lingua suoni quanto più naturale possibile, scorra senza forzature e sia, sottolineo, la lingua del popolo (e non quella del potere…); stando attenti nel non abusarne, per non trasformarli in macchiette.   

Quando scrivo penso a come me la racconterebbe, una storia, mia madre o mio padre, o a come la metterebbe in musica un cantastorie come Matteo Salvatore; se invece vogliamo metterla più sul letterario, di fondamentale importanza è stato leggermi Capatosta (Mondadori, 2000) di Beppe Lopez (la trama: negli anni ’30, a Bari vecchia, nasce Iangiuasand’, detta Capatosta. «È la storia di un Sud né contadino né borghese, né operaio… né magico» – leggo dalla postfazione di Besa, che lo ha in anni recenti ripubblicato) o Tuta Blu del da poco scomparso (nel silenzio assoluto editoriale, non una lacrima da parte dell’editore che per primo lo pubblicò, Feltrinelli) Tommaso Di Ciaula. La sua intera produzione – era anche un poeta – è da tempo irreperibile e andrebbe recuperata: mi auguro che qualche editore coraggioso si faccia avanti. Sai perché mi piacciono? Perché, con le loro storie, hanno adottato un punto di vista e una lingua credibile, che mi comunica autenticità e onestà intellettuale. 

 

A.G.: Nella prefazione alla riedizione di Nicola Rubino, scrivi: «la narrativa sociale non deve sparire dalle librerie, per far spazio a tonnellate di fiction», lasciando intendere una contrapposizione tendenziale tra la narrativa sociale e la finzione. In La gente per bene, però, proponi – riecheggiando la nota che introduce Troppi paradisi di Siti – «una biografia di fatti non accaduti», scommettendo proprio sulla commistione di vero e fittizio in un testo che fin dal titolo (ripreso da Il lavoro culturale di Bianciardi) dichiara la propria vocazione sociale. In che modo e per quali ragioni, nelle varie fasi della tua scrittura, hanno agito l’invenzione e la trascrizione dal vero, la deformazione finzionale e la denuncia sociale?

 

F.D.: Con gli strumenti dell’autofiction (che però non ha niente di autoreferenziale o narcisistico o ombelicale) ho mischiato i due piani, quello reale e quello finzionale; ho attinto alle mie esperienze personali assecondando le funzioni e prerogative del dispositivo romanzesco per dire la mia verità su un tema che conosco bene, il lavoro e sue dinamiche. Come ha scritto Antonio Moresco in quarta di copertina, “bisogna attingere alla verità dell’allucinazione per poter descrivere una realtà simile ad un’allucinazione”, ed è questo il quadro in cui ho scelto di muovermi. So bene che l’autofiction ha i suoi limiti e contraddizioni (come pure i suoi detrattori) ma credo che abbia potenzialità conoscitive ed ermeneutiche da non sottovalutare; e comunque questi sono gli strumenti d’indagine del romanzo, altrimenti o diventa intrattenimento (zoppicante sostitutivo alla serialità televisiva) o si trasforma in paludosa saggistica.

 

A.G.: In una bella pagina di La gente per bene il quartiere Parco San Giuliano ad Altamura viene descritto con lo sguardo di un disegnatore: la dolorosa serialità del luogo è colta riportandone le architetture ai programmi di progettazione tridimensionale («per curiosità, ho provato ad abbozzare un modello tridimensionale in SolidWorks: ci ho messo dieci minuti»). Non sempre, però, le tue narrazioni si svolgono in contesti abitativi o urbani: che ruolo ha il paesaggio nella tua narrativa?

 

F.D.: Non mi piace il sud da cartolina, allora lo rappresento come fondale posticcio, una scenografia di cartone su cui proietto quel che effettivamente vedo, città o campagne deturpate dalla speculazione edilizia o dai rappresentanti della green economy (siamo invasi dai parchi eolici e dalle distese di pannelli in silicio, qui), dai politicanti di destra o di manca che hanno tradito il loro mandato per perseguire esclusivamente i propri interessi. È ancora un sud retrivo, ancorato agli schemi delle raccomandazioni, popolato da soggetti ignoranti e beceri, incapaci di collaborazione sociale ed è narrativamente sottorappresentato, o rappresentato solo da chi ha la patente per farlo, ad esempio Saviano coi suoi camorristi: non molto altro. Ah, no, dimenticavo quella pattuglia di autori meridionali che da emigrati di lusso (da Torino, Milano, Roma – dove la cultura si fa), mi vengono in mente l’autoreferenzialità metateorica di Franchini o il memorabilia adolescenziale di Lagioia con la sua lingua ampollosa – strutturata cioé come un rompicapo che se provi a dipanarlo, devastato e disorientato, ti accorgi che sconfina nel nonsense - di un lirismo stucchevole e di irritante autocompiacimento; roba che non sta né in cielo né in terra: sono distanti, ci hanno distanziati, hanno cioè smarrito il contatto – ammesso lo abbiano mai avuto, questo contatto – con la gente qualsiasi, che sogna o si dispera nell’oggi.

 

A.G.: In Nicola Rubino era una multinazionale straniera a operare in Puglia; in La gente per bene sono pugliesi che si affacciano al capitalismo globalizzato (per colonizzarne una fetta o per esserne travolti). Questa attenzione costante alle ricadute locali di un fenomeno più ampio permette, secondo me, alla tua scrittura di smarcarsi dal localismo auto-compiaciuto. Sei d’accordo? In che modo hai lavorato su questo aspetto della tua scrittura?

 

F.D.: Non c’è compiacimento localistico in quanto è uno spaccato di provincia che riguarda l’Italia tutta (anche il nord si sta meridionalizzando, nel senso che non è più un faro dell’economia, va un po’ meglio del sud ma arranca lo stesso; molti settori – vedi il comparto del calzaturiero o dell’imbottito – sono in mano ai cinesi) e io mi attengo agli aspetti generali di una dinamica economica nella quale, ormai, tutti siamo immersi. Insomma, ficco sotto la lente d’ingrandimento una questione locale ma per dare rilevanza ad un problema più vasto.

 

A.G.: Quali autori contemporanei, italiani e non, senti in dialogo con te quando scrivi, e per quale motivo?

 

F.D.: Apprezzo gli scrittori rimuginanti e polemici alla Thomas Bernhard, ad esempio o, ecco, uno come Hubert Selby Jr (autore di cui Feltrinelli si è disfatto, ora ha trovato casa presso SUR ma non tutto è stato tradotto, infatti mi chiedo come sia possibile non poter leggere, a tutt’oggi, altri titoli suoi): nessuno quanto lui sa precipitarti nella realtà dei bassifondi ed è, al pari di me, un autodidatta assoluto, uno che si esprimeva attraverso la rabbia e l’incazzatura. Mi sono piaciuti un paio di romanzi di Perec, Le cose e Un uomo che dorme e quindi è probabile mi abbiano influenzato, il Nanni Balestrini di Vogliamo Tutto (in pochi sanno che venni selezionato, insieme a Giorgio Falco, per Ricercare, Laboratorio di nuove scritture, Edizione 2002 in quel di Reggio dell’Emilia, organizzato proprio da lui, Renato Barilli, Francesco Leonetti ed altri ancora): è un libro che adoro e ci torno sempre sopra, ne ho fatto anche dei reading in passato e tornerei a farne, Covid permettendo; La vita agra di un altro scontento, Luciano Bianciardi e il poeta Elio Pagliarani…

 

A.G.: In che direzione intendi sviluppare la tua scrittura futura?

 

F.D.: Premesso che non sono sicuro del fatto che riuscirò a trovare ancora un editore, so perfettamente in che direzione sono andato a parare, narrando cioè storie sempre più allucinate e potentemente comiche (sempre come controreazione al fatto che la narrativa italiana si prende fin troppo sul serio), in cui ho portato alle estreme conseguenze le mie sperimentazioni col dialetto.

 

Per saperne di più:

Francesco Dezio è nato nel 1970 ad Altamura (Ba), dove risiede. Ha esordito nell’antologia Sporco al sole, Racconti del sud estremo, a cura di Gaetano Cappelli, Michele Trecca, Enzo Verrengia (Besa, 1998). È stato selezionato per Ricercare 2002 – Laboratorio di nuove scritture curato da Francesco Leonetti, Silvia Ballestra, Nanni Balestrini, Giulio Mozzi, Giuseppe Caliceti, Renato Barilli, Tommaso Ottonieri (Reggio Emilia, 2002). Ha pubblicato Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli, 2004 – Terrarossa, 2017), Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo, 2014), La gente per bene (Terrarossa, 2018), Attenti al cane! AA.VV. (Laterza, Edizioni della Libreria, 2019). Collabora con alcune piccole case editrici come illustratore e grafico editoriale.

 

Immagine fornita con autorizzazione all'utilizzo limitato sul magazine online "Il Chiasmo"

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