18 aprile 2020

Una storia reale, ma non vera. Intervista ad Andrea Donaera

 

Io sono la bestia è il romanzo d’esordio di Andrea Donaera, pubblicato nel 2019 da NNE. Accostato al genere noir per struttura narrativa e temi affrontati, il romanzo è ambientato nel 1994 in Puglia, ed è incentrato sulla vicenda familiare di un boss della Sacra corona unita (Mimì). Il figlio del boss (Michele), a quindici anni, in seguito a una delusione amorosa, si suicida lanciandosi dal settimo piano. Suo padre non prova nemmeno a comprendere le ragioni profonde di questo suicidio e cerca, ciecamente, vendetta: dai sottoposti che gli rendono cieca obbedienza fa sequestrare la ragazza che ha rifiutato suo figlio (Nicole), la tiene reclusa, poi va a incontrarla. Nel mentre, però… ne parleremo nell’intervista. Come Donaera, sono un pugliese che non vive più in Puglia; come lui, fin da piccolo ho sentito parlare di Sacra corona unita, e mi sono interrogato su come si potrebbe raccontare (non testimoniare: raccontare con gli strumenti della finzione letteraria) questa presenza nel mio, nel nostro territorio. Leggendo Io sono la bestia constatavo che l’autore aveva lavorato su questi stessi interrogativi, e ho sentito il desiderio di conoscere il suo itinerario. Il dialogo che ne è scaturito trova pubblicazione nella speranza di contribuire alla diffusione di una voce originale, autoconsapevole e ambiziosa, che affronta con armi e modalità del tutto finzionali un materiale che, negli ultimi anni, viene spesso trattato con approcci differenti, volti alla costruzione di un testo ibrido di reale e di fittizio, di giornalistico e di letterario. «Una storia reale, ma non vera», appunto: ne parleremo.

 

1) Poeta, musicista, scrittore per teatro, romanziere: c’è un campo che puoi considerare elettivo? Quanto è vitale per te la pratica, la commistione, il meticciamento di arti differenti?

Mi occupo di scrivere. E concepisco la scrittura come l’esposizione – camuffata – di traumi, o l’ammissione – organizzata – di una mancata capacità di vivere nella sola propria vita. Questa pratica, nei miei non troppi anni, ha preso forme differenti, ma in fin dei conti considero tutto riconducibile al semplice comun denominatore esemplificabilecon la parola «scrittura». Poesia, drammaturgia, narrativa: sono forme che sento tutte “mie” allo stesso modo e che scelgo in base alla necessità espressiva – un po’ come un polistrumentista che in un brano suona il pianoforte, in un altro il violino e così via. Per questo, naturalmente, si crea una sorta di meticciamento, sì: se in un lavoro narrativo scrivo un dialogo lo faccio con una certa tensione drammaturgica; la poesia che scrivo ha un’impronta che vira spesso verso il racconto, verso la narrazione (scrivo spesso poesia in prosa, tra l’altro). Per quanto riguarda la musica, invece, sottolineo che non mi sento assolutamente un musicista – non merito neanche lontanamente questa definizione. Suono la chitarra e, certamente, la musica è una costante fondamentale in ogni mia giornata, determinando molto in profondità il mio orizzonte estetico ed emozionale sin dall’infanzia. Ma, tecnicamente, sono un semplice appassionato, che suona in un gruppo e che scrive per un sito specializzato in musica metal.

 

2) Sei nato e cresciuto a Gallipoli ma vivi e operi a Bologna. Via dal Sud, verso il Nord: un itinerario comune a moltissime personalità, solo in minoranza artistiche. Nella tua scrittura, qual è il ruolo e il peso della lontananza da casa? Quanto è totalizzante il rapporto coi luoghi da cui provieni?

Il trasferimento al Nord ha reso evidente il non essermi sentito mai davvero “a casa” al Sud. La spiego approfittando della storiella di David Foster Wallace: ero un pesce che aveva appena scoperto l’acqua. Ho detto alcune volte che il mio rapporto con Gallipoli è molto simile a quello di Thomas Bernhard con Vienna: un’idiosincrasia radicale, ma non umorale; un disgusto, ben ponderato,verso un nucleo sociale per nulla inclusivo, che promuove uno stile di vita grottescamente arcadico, dove gli opinion leader in ogni ambito sono dei boomer con una bassissima scolarizzazione, dove la mobilità sociale è possibile solo se ci si ingegna con sotterfugi e dinamiche svolte sottobanco (se non proprio criminalmente). Ho iniziato a scrivere Io sono la bestia proprio durante la mia prima “sera bolognese”. Ero sereno, finalmente scappato – letteralmente – dalla caricatura impigrita e soleggiata di un panopticon perennemente vacanziero. La storia che avevo in mente (da anni) si svolgeva a Sud, ma mi sono reso conto di riuscire a scriverla soltanto allontanandomi. Senza essere immerso in quella realtà avevo la corretta prospettiva per poter “narrare” e non “testimoniare”. Il mio rapporto con il Sud si è sviluppato a lungo all’insegna dell’astio. Dopo la scrittura del romanzo questo rapporto si è parzialmente pacificato. Perché è stato come emettere un urlo lunghissimo, in grado di svuotare le scorie emotive che avevo accumulato. Ho finalmente guardato la luna, smettendo di fissare il dito: ho visto con occhi lucidi l’umanità composita che vivifica quei luoghi, che nella sua condotta è soltanto preda di sintomi provenienti da malanni sociali ben più grandi di chiunque. Le donne che cucinano a ogni ora, gli uomini che si accapigliano sul prezzo del pescato quotidiano, i ragazzi che si abbrancano al calcio come gli anziani si rintanano nelle tradizioni cattoliche. È tutto un grande presepe spento, triste, innocuo, che non chiede nulla se di non poter esistere, senza slanci innovativi, senza guizzi di modernità. Resta inoltre assolutamente totalizzante un aspetto che mi connetterà per sempre a quella terra d’origine: quello linguistico. Quando sono andato via da Gallipoli mi sono reso conto che il mio modo di scrivere era davvero ‘liscio’ soltanto se non mi obbligavo a rinunciare a quella che posso definire la mia lingua-madre, cioè il dialetto gallipolino.

 

3) Nel panorama contemporaneo (non necessariamente solo italiano) quale letteratura senti in dialogo con la tua? Oppure: con quale letteratura contemporanea cerchi di dialogare scrivendo?

Credo di sentirmi addosso, quando scrivo, tutte le scorie del mio percorso di lettore – e per anni ho letto davvero in continuazione, senza l’intento di ‘farmi una cultura’, ma con la sola intenzione di non essere lì dov’ero. Da adolescente leggevo moltissima poesia e ricordo che già intorno ai 18 anni ero riuscito a mappare molti poeti viventi, venerando Pagliarani e Sanguineti come delle rockstar. La poesia in generale è poi rimasta una delle forme di lettura assolutamente privilegiate, diventando centrale come materia di studio all’università, e oggi la poesia italiana contemporanea è probabilmente l’unico ambito in cui mi sembra di poter avere una qualche minima conoscenza degna di nota. Ma al liceo c’erano anche tanto horror e tanto fantasy: quel tipo di narrazioni le sento ancora fortemente mie, anche se non emergono in superficie. Dopo il diploma ho iniziato ad appassionarmi autonomamente di tutto quel Novecento letterario italiano che mi piace definire ‘parallelo’, dai poeti della Neoavanguardia ad autori come Manganelli, Bufalino, Ginzburg, Parise, Ortese, Morselli, Malaparte. Folgoranti poi sono stati narratori, più vicini nel tempo, che praticano una scrittura estremamente connotata e tesa verso il parlato, in particolare gli emiliani Benati, Nori e Cornia. Contemporaneamente mi innamoravo dell’America: la genialità selvaggia di Vonnegut e Foster Wallace, l’intensità lirica di McCarthy, la sobrietà di Carver, la ferocia di Faulkner, la sensazione di totalità data da Franzen e Roth. Le caratteristiche della scrittura di questi autori mi hanno fornito un ventaglio di possibilità ampio e illuminante per poter raccontare il mondo e l’umanità che lo popola, attraverso forme e voci che ho introiettato profondamente. Si tratta di scritture alle quali ritorno spesso, come dei vademecum da ripassare. Invece mi sembra un atto di presunzione dire che mi sento in dialogo con alcuni contemporanei: non sono davvero nessuno, io, rispetto a certi a scrittori (non riuscirò mai a definirmi «scrittore», mai), e la mia presenza nel panorama letterario ha un valore a dir poco minimo. Ammetto però che faccio di tutto per procedere nel solco di autori di quella che potremmo definire ‘generazione adiacente’ alla mia e che reputo assolutamente fondamentali, per aver inserito nella letteratura italiana possibilità nuove per raccontare il nostro tempo con voci intense, riconoscibili e spiazzanti, come Trevisan, Vinci, Falco, Vasta, Moresco, Durastanti. A ogni modo, mentre scrivevo Io sono la bestia mi muovevo attorno a tre idee di letteratura che hanno sempre avuto un impatto quasi scioccante nel mio modo di concepire l’atto letterario: quelle di Eduardo De Filippo, Thomas Bernhard e Georges Perec. Il primo per l’inarrivabile scavo antropologico nei backstage torbidi del mondo famigliare; il secondo per aver scoperchiato la tomba della letteratura insegnandoci una scrittura concepibile comeesercizio di negromanzia; il terzo per aver dato le coordinate davvero esatte a chi desidera dire i vuoti dando voce a ciò che manca.  

 

4) Io sono la bestia ha avuto redazioni diverse, è passato per generi diversi (teatro, racconto), molte persone, leggendo e commentando il manoscritto, ti hanno aiutato nella scrittura. Puoi dirci qualcosa su questa lunga gestazione?

Ho iniziato a elaborare la storia di Io sono la bestia – nella testa – intorno al 2014. Si verificò poi la possibilità di scrivere una drammaturgia inedita in occasione della riapertura del teatro comunale di Gallipoli. Il loggione del teatro era (e, che io sappia, è ancora) occupato dalla madre di un boss della Sacra corona, adibito ad abitazione tutt’altro che temporanea per la signora. Mi sembrava la giusta occasione per testare un po’ la storia che avevo in mente. Fu un esperimento, con una versione della trama davvero ridotta e primordiale. Poi, mentre nel 2017 scrivevo il romanzo, ho pensato di fare un altro test, elaborando un breve testo incentrato sulla figura di Mimì: ne è nato un racconto, pubblicato sulla rivista online Inutile , e infine confluito nel romanzo come un intero capitolo. Una gestazione dunque lunga, sì, con la storia che me la ripassavo nella testa, per anni, come un cubetto di ghiaccio in bocca che non riuscivo a far sciogliere. L’iter per la pubblicazione del romanzo è stato lungo e difficoltoso, come capita a molti esordienti. Per tutto il 2018 ho chiesto pareri ad amici fidati facendo leggere il manoscritto e chiedendo opinioni spietate. E intanto cercavo un editore o un agente, ricevendo soltanto molti rifiuti o, nella maggior parte dei casi, nessun responso. Forse a causa della mancata ‘etichetta di genere’. Non lo so, non ho ancora ben capito la natura dei processi di selezione che avvengono all’interno delle case editrici. Recentemente Antonio Moresco mi ha raccontato che le sue difficoltà nell’esordire erano causate dal fatto che gli editori non sapevano come ‘piazzare’ i suoi libri dal punto di vista del genere. E in effetti è successo che quando Io sono la bestia è arrivato in libreria molti librai mi hanno fatto domande del tipo: «In quale scaffale va inserito, secondo te?». Alla fine è stato grazie alla scrittrice Caterina Serra – che è soprattutto una cara amica – se NNE ha potuto leggere il manoscritto verso la fine del 2018. Nello stesso periodo, durante il festival pistoiese L’anno che verrà , ho potuto incontrare di persona Eugenia Dubini di NNE: ci siamo piaciuti subito anche umanamente, e da lì si è deciso di iniziare il percorso di pubblicazione.

 

5) Quanto si può dire che il travaglio formale sia stato anche travaglio stilistico? Quanto, per esempio, la sintassi ‘martellante’ e il registro peculiare di Io sono la bestia sono legati alla sua forma romanzesca?

Le editor di NNE hanno rispettato tantissimo le mie scelte stilistiche, considerandole forse il tratto più importante del libro, comprendendo sin dal primo momento che quel ritmo e quella sintassi sono semplicemente il mio modo di scrivere, il mio ‘stile’, nato da ragionamenti e portato avanti con consapevolezza: non potevo chiedere troppo alla letteratura, non potevo pretendere di nascondermi dietro il dito della parola scritta, dovevo invece lasciare fluire l’autenticità di un dire soltanto mio, correndo anche il rischio di non essere compreso in modo trasversale. Le riflessioni in fase di revisione sono state molto spesso attorno allo sviluppo della trama. Lo stile è stato invece concepito quasi nell’accezione sportiva del termine: un atleta che propone un suo stile lo fa perché in quel modo riesce a ottenere in modo più agevole un risultato vittorioso. Deleuze, da qualche parte, diceva qualcosa del genere, giocando sulla gustosa ambivalenza del termine «stile». La scrittura in Io sono la bestia è il mio personale Fosbury. 

 

6) Un codice QR posto all’inizio del tuo romanzo permette di scaricare una silloge poetica attribuita al figlio del boss: poesie tue, ma implicate nella costruzione di un personaggio. Come hai costruito questa zona testuale?

Michele Trevi è l’unico personaggio del libro che sento vicino a me, accostabile persino a un segmento della mia biografia. Anche io, per un certo periodo, sono stato un adolescente che subiva quello che oggi si definirebbe bodyshaming , che veniva rifiutato dalle ragazze, che passava intere giornate ascoltando musica, leggendo e scrivendo poesie per ragazze che puntualmente consideravano quella pratica un’idiozia. Al contempo però Michele è l’unica figura della storia che costringe il lettore a una sospensione del giudizio: il suo scrivere è tutto sommato poco plausibile, è dotato di rigore e ricerca stilistica dai connotati decisamente maturi e in linea con le tendenze poetiche a noi contemporanee. Un adolescente, nella Gallipoli di metà anni Novanta, molto difficilmente avrebbe avuto accesso a una formazione letteraria ampia e profonda, di conseguenza difficilmente avrebbe scritto testi di quel tipo. Ma volevo che le poesie di Michele fossero anche le mie poesie: sono scritte nel mio stile di oggi, hanno la mia voce. Volevo un cortocircuito per uscire davvero dal romanzo: sia nel formato, con la pratica del testo digitale, che nel contenuto, con questa invasione tutta personale che mi piace definire ultra-lirica, cioè una sorta di indagine nel me che non sono mai stato ma che sarei potuto essere. Con le poesie “di Michele” (posso definirle sue , sì), ho provato a rispondere al «Che vuoi?» teorizzato da Lacan nel suo grafo del desiderio: la fuoriuscita momentanea, convulsa e pulsionale, da quella comfort zone che può essere la vita psichica per come la mostriamo pubblicamente. 

 

7) Nel tuo romanzo l’immaginario letterario convive con altri immaginari, soprattutto con quello musicale. Quanto è importante per te questa pluralità di riferimenti?

La musica che ascolta Michele è quella che ascoltavo io quando avevo i suoi anni. Ed è la musica che ascolto ancora adesso. Ascolto praticamente soltanto musica metal: il genere più ampio del mondo, in grado di garantire un ventaglio sterminato di atmosfere, stili, possibilità. La musica è il campo dove coltivo e raccolgo ogni mia formazione emotiva, è il sostrato su cui si basano tutte le mie scelte estetiche, e la scrittura senz’altro risente di questo. Connotare i personaggi in base ai loro ascolti musicali mi sembra assolutamente naturale. Certo poi resta determinante un altro aspetto: io sono un millennial , e in quanto tale la mia struttura culturale afferisce a narrazioni non soltanto letterarie. Dunque, come la musica determina un immaginario di stimoli e intuizioni, sono per me determinanti le narrazioni provenienti dalla serialità televisiva, o la fruizione di strumenti di costruzione del sapere freschi e dinamici come i podcast e la divulgazione online. Questo c’entra molto con l’approccio che sento mio nella scrittura. Ricordo che una volta Daniele Benati, durante un incontro con i lettori, disse qualcosa del tipo: «I giovani di oggi non scrivono romanzi per giovani di oggi». È tristemente vero: molti miei coetanei producono testi come se vivessimo in una inesausta appendice novecentesca, con esisti dunque grotteschi in cui mimano le mosse di una letteratura di quaranta o cinquanta anni fa (quando va bene), considerando gli anni Settanta o gli anni Ottanta del secolo scorso come un momento ancora vivido e attuale. La struttura della storia di Io sono la bestia , con il ritmo che prova a essere incalzato da vari cliffhanger  in capitoli brevi e con l’uso sfrenato del point of view, è totalmente reduce dalla mia fruizione di narrazioni realmente contemporanee e davvero generazionali – e questo mi soddisfa molto, a prescindere dall’esito finale, che oggettivamente può risultare buono o meno.  

 

8) La ‘salentinità’ del parlato si sente ovunque nel tuo romanzo. Essa oscilla sensibilmente da personaggio a personaggio ma è sempre comprensibile, mai troppo ‘stretta’. Perché hai scelto di adoperare in questo modo il dialetto?

La maggior parte dei personaggi sono stati scritti in un modo che, mi rendo conto, può sembrare un po’ bizzarro. Semplicemente: traducevo. Mi spiego meglio. Quando sono andato via dal Sud mi sono reso conto di formulare ogni pensiero in dialetto, di sognare in dialetto. Mi sono accorto dunque che ogni volta che parlo o scrivo sto in realtà mettendo in pratica un processo di traduzione simultanea. Capitalizzare questa faccenda poteva essere davvero una svolta, ma dovevo produrre una lingua in grado di essere comprensibile per qualsiasi lettore. Da qui l’impulso della ‘traduzione’, che è poi stato il grimaldello con cui ho aperto il passaggio verso la scrittura del testo. In questo è stata fondamentale la presenza della mia compagna, la poetessa riminese Gaia Giovagnoli: era lei a leggere le primissime versioni dei capitoli, segnalandomi le parti o le parole dove la lingua risultava poco comprensibile per un lettore non salentino come lei. Mimì, Nicole e altre figure del romanzo sono state così scritte in un vero e proprio dialetto tradotto, creando dunque una lingua-fantasma, un dialetto italianizzato o un italiano dialettizzato, nato semplicemente da movenze intrapsichiche, e che va a configurarsi in base alla natura caratteriale che il personaggio deve avere per far procedere la storia. Così Mimì, in preda a un crollo mentale devastante dall’inizio alla fine della storia, si impappina, incespica nei pensieri riformulando frasi in continuazione, tentando di aggrapparsi alle parole ma perdendole di continuo, raggiungendo lucidità lessicale soltanto quando scivola in fasi di derealizzazione, cioè quando è fuori dal suo stesso corpo; Marta, sua moglie, ha una lingua intorpidita da troppi silenzi, i suoi pensieri si sono accumulati per anni, e quando prova a esporli si affida a un parlare che si aggrappa, un po’ al dialetto che ha sempre ascoltato sin dalla nascita, un po’ all’italiano superficiale che si intercetta qua e là, producendo così una lingua che sembra quasi un metalinguaggio rituale, una sovrapposizione di riti linguistici messi in atto per esorcizzare la maledizione della sua vita; Nicole (come anche le sue amiche e, tendenzialmente, anche Arianna) ha una parola fresca, giovane, ancora semplice, che del dialetto usa più la sintassi che i vocaboli, un modo di parlare che è puro, istantaneo, anche se sporco, sfacciato, netto; Veli tenta di sviluppare i suoi pensieri con il linguaggio dei libri che ha letto, come se mentalmente scrivesse ciò che pensa per ottenerne una qualche concretezza – e questo personaggio per me è stato il più difficile, perché senza passato, senza épos , e dunque senza l’ipotesi di un bagaglio culturale e linguistico su cui far muovere il suo dire.  Tutte queste figure hanno abitato la mia testa come dramatis personae , maschere teatrali senza corpo e a cui dovevo dare la giusta voce. Pensavo i loro pensieri o i loro dialoghi completamente in dialetto, immaginandomi quanto più nitidamente possibile il loro tono di voce, i loro respiri, la loro cadenza precisa, e scrivevo sulla pagina la traduzione simultanea che riuscivo a elaborare al momento. Ecco perché prima parlavo dello stile Fosbury: quello che si legge nel romanzo non è un vero e proprio ‘stile’, ma una mia personale facilitazione del processo di scrittura. 

 

9) Nel tuo romanzo la Sacra corona unita esiste come fatto fisico (nella violenza) e come fatto morale (nell’ottusa volontà di potenza), ma non come fatto economico (pochi personaggi, nessun riferimento ai traffici); con usi linguistici e dati contestuali diversi, a me pare che il boss e i suoi fedelissimi starebbero in piedi anche senza essere salentini.

Avevo bisogno di personaggi in grado di agire impunemente e con un’abitudine criminale consolidata, ereditata, ‘consueta’. Volevo indagare cosa c’è nel backstage della messa in scena del male: questo era l’intento sin dall’inizio, anche se l’ho capito soltanto con il senno di poi. La Sacra corona è qualcosa che conosco sin da bambino, mi sono affidato a questo tipo di criminalità sfruttandola come una sorta di campo semantico per me facile da gestire. Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza ho costruito una vera mitografia privata: c’erano sempre amici o parenti che avevano una qualche storia da raccontare sulla Sacra corona – quasi sempre storie false, mistificazioni inaudite di parziali fatti di cronaca… ma a me questo bastava per generare un orizzonte di senso dove la Sacra corona era sinonimo di ‘pericolo’, ‘paura’, ‘morte’, ‘male’. Tra l’altro mio padre era un Luogotenente della Guardia di Finanza, dunque portava a casa la fatica del lavoro che quotidianamente si fa per contrastare una criminalità tanto capillare. La mia conoscenza della Sacra corona è tutt’altro che militante, non l’ho mai incontrata in prima linea non ho mai fatto ricerche di sorta. L’ho però esperita in tanti modi, l’ho sempre e costantemente sentita addosso e attorno, attraversando da cittadino diversi fatti di cronaca abbastanza scombussolanti, con attori criminali che conoscevo di persona, e che mi hanno poi aiutato a delineare con maggiore credibilità le figure del romanzo. 

 

10) Spesso negli ultimi anni le narrazioni sulle organizzazioni criminali hanno forma ibrida, né pura fiction né puro reportage - pensiamo, rimanendo in Puglia, a Uomini e caporali di Leogrande, a Mafia caporale di Palmisano. Tu invece adoperi la forma del romanzo: quale pensi sia, oggi, il rapporto tra parola letteraria e ingiustizia sociale?

Ho ragionato a lungo sullo statuto dell’io, sul ruolo del soggetto scrivente nella letteratura degli ultimi anni. Scrivere una storia ponendo la propria persona al centro delle vicende può avere molto senso in testi d’inchiesta, specie in quelli che sfruttano la mediazione degli espedienti narrativi della fiction ma raccontando dalla statura ad altezza naturale che il reportage garantisce. Non era mia intenzione però fare questo. Sentivo il bisogno di una storia reale, ma non vera. E al contempo plurale, senza ombelico. È stato frutto di un ragionamento, di una ermeneutica attorno alle mie istanze emotive e ai miei gusti: dovevo far deflagrare l’io, dovevo tralasciare la verità in favore della realtà. A volte la forma romanzo permette la costruzione di un tipo di realismo non troppo esplorato. Plinio il Vecchio racconta di una disputa tra due pittori nella Grecia antica, Zeusi e Parrasio. I due artisti portarono sulla scena di un teatro due loro opere, coperte da drappi. Zeusi aveva dipinto dell’uva talmente realistica che appena sfilò il drappo decine di uccelli vennero attirati dall’uva dipinta. Parrasio invece rimase fermo. Zeusi gli disse di muoversi, disvelare la sua opera. Ma Parrasio continuò a non muoversi, perché non c’era niente da svelare: lui aveva dipinto il drappo. Ecco, per me scrivere vuol dire provare a dipingere il drappo. 

 

 

Per saperne di più

Andrea Donaera (Maglie, 1989) vive a Bologna. Ha pubblicato il romanzo Io sono la bestia (NNE, 2019), la raccolta poetica Una Madonna che mai appare (nel XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea , Marcos y Marcos, 2019) e la monografia Su una tovaglia lisa. Nell'inventario privato di Elio Pagliarani (L'Erudita, 2017). Suoi testi e interventi sono apparsi su blog e riviste, tra cui "Nuovi Argomenti", "minima&moralia", "Nazione Indiana" e "Il primo amore". Scrive per i siti "Metalitalia.com", "Il loggione letterario" e "Poesia del nostro tempo".

Ringrazio Carlo Selan per avermi parlato per la prima volta, una mattina a Trieste, di Io sono la bestia .

 

 

Immagine concessa da Serena Oltremarini.

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