12 settembre 2020

Una scrittura comica e complicata. Conversazione con Alfredo Palomba

Teorie della comprensione profonda delle cose è il romanzo d’esordio di Alfredo Palomba, pubblicato da Wojtek nel 2019. Si tratta di un’opera ampia e articolata, talvolta deliberatamente centrifuga, in cui filoni narrativi e motivi tematici variegati si compenetrano gradualmente fino a comporre una vicenda e una riflessione unitaria.

C’è una riscrittura, nel mondo contemporaneo, del Don Chisciotte . C’è un blog – continuamente chiuso e riaperto, chiuso e riaperto – su cui vengono esposti e sbeffeggiati i cosiddetti ‘casi umani’ (e non solo). C’è il creatore di questo blog. C’è un dodicenne dalla cultura iperbolica che nasconde le proprie doti. C’è un bohémien fuori tempo massimo che scrive con convinzione poesie e racconti imbarazzanti, in un delirio paranoico e solipsistico. Ci sono, poi, simboli ricorrenti e mai spiegati fino in fondo: la torre, il gufo, il buco nero.

Nella narrazione sono intercalati excursus storici, storico-culturali, speculativi, scientifici. In ogni pagina, attraverso un dosaggio sempre mutevole di ironia grottesco e sarcasmo, il testo contiene qualcosa di comico, disposto a portare il lettore alla risata.

In questa intervista, prima di addentrarci in alcune questioni poste dal testo di Teorie , cerchiamo di conoscere il percorso di Alfredo Palomba.

 

 

 

Hai esordito sfruttando in modo consapevole e originale la plasticità del romanzo. Come è nata la tua voce?

 

Il genere romanzo è, per sua stessa natura, plastico, multiforme, denso di possibilità espressive diversissime. Teorie è un romanzo polifonico, per cui non saprei individuare una vera e propria voce ‘portante’, a meno di non voler ritenere l’insieme di tutte le voci che lo animano come una sola, il che è possibile se consideri che Teorie ambisce a dare uno spaccato piuttosto fedele del nostro tempo, a sua volta impossibile da decodificare in base a un punto di vista univoco, granitico. Ho accordato quindi le singole voci alle necessità narrative e alle specificità dei singoli personaggi. Quanto alla struttura, il libro si sviluppa attraverso capitoli più canonicamente narrativi ai quali si alternano post di blog, racconti e poesie di pessima fattura, veri e propri saggi, lunghe conversazioni. Mi interessava esplorare il maggior numero di forme possibili, giocando con le possibilità della scrittura, e allo stesso tempo mettere in relazione queste diverse scritture perché contribuissero a indicare un orizzonte di senso coerente, non contraddittorio. Dal punto di vista formale, direi che la lezione del postmodernismo americano è stata fondamentale: ma allo stesso tempo sarebbe stato un pedissequo esercizio di stile, scrivere un romanzo postmoderno tout court , dal momento che questa corrente è stata ampiamente digerita (e in Italia ne sono arrivati solo scampoli). Di fatto, Teorie utilizza stilemi postmodernisti ma non è un romanzo postmoderno nella sua volontà di chiudere il cerchio, far venire i nodi al pettine, dare un senso a tutta la carne messa al fuoco.  

 

 

Sei stato selezionato come autore italiano per un festival letterario europeo sugli autori esordienti, segno che la tua scrittura può essere un punto di riferimento anche per altri scrittori. Tu, invece, quando scrivi, quali voci contemporanee (italiane e non) senti in dialogo con te?

 

Prendo in prestito le risposte che altri autori ti hanno dato in interviste passate: tutto ciò che leggo, dai classici ai contemporanei italiani e stranieri, è passibile di influenzarmi, non soltanto e non necessariamente nella scrittura (intesa come il modo peculiare di formulare frasi, i tic linguistici, le idiosincrasie etc.) ma anche nella struttura, nella capacità di porre in essere e risolvere una situazione narrativa, nelle descrizioni, nella riflessione intra ed extradiegetica, perfino nell’intreccio. Il mio dialogo è apertissimo con qualsiasi voce in cui mi imbatta e che decida di seguire per più di una decina di pagine. Poi potrei segnalarti autori che mi hanno davvero aperto la testa ma sono quelli di molti, non sarà un canone originale: Barth, Foster Wallace, Rabelais, Melville, Cervantes, Volodine, McCarthy, Vollmann, DeLillo, Flaubert, Vonnegut, Steinbeck, Dostoevskij, Gogol’, M. Amis, Burgess, Stevenson, Golding, Grass, Böll, Manzoni, Sterne, Pippo Franco, Joyce, Swift e, in poesia, Rimbaud, T. S. Eliot, soprattutto Dylan Thomas. Di sicuro, nella mia dieta una parte imprescindibile hanno avuto la letteratura inglese e americana. Seguo inoltre con interesse e curiosità molti scrittori italiani emergenti, spesso miei coetanei o più giovani di me: in questi ultimi anni sta venendo fuori tanta buona narrativa e sono felice di avere la possibilità di confrontarmi con gente così capace. Segnalo nomi che consiglio a ogni buona occasione e che ritengo, al momento, i migliori autori italiani: Andrea Donaera, Alessio Forgione, Claudia Petrucci, Marta Zura-Puntaroni, Andrea Zandomeneghi, Alfredo Zucchi, Emanuela Cocco, Orso Tosco, Anna Adornato, Roberto Venturini, Ilaria Palomba, Giovanni Bitetto, ognuno col suo stile peculiare, tutti meritevoli. Ho poi letto gli ottimi esordi in pubblicazione di Marco Malvestio, Gregorio Meier, Ferruccio Mazzanti, Graziano Gala, Francesco Spiedo… per ognuno di loro ti avrei detto “Ha scritto un libro bellissimo”, così lo dico una volta e valga per tutti: hanno scritto libri bellissimi, invito a comprarli, se possibile in una libreria indipendente. Sono anche molto curioso delle prove di Valentina Maini, Elena Giorgiana Mirabelli, Ade Zeno e Michelle Grillo.   

 

 

Pur attingendo a un insieme ampio e variegato di fonti, il tuo romanzo non si ibrida con altri tipi di prosa, non presenta luoghi e situazioni storicamente determinati. Considerando il panorama letterario nazionale, si tratta di una strategia non del tutto scontata. Perché hai fatto questa scelta, e perché credi che altri autori cerchino oggi soluzioni diverse?

 

Se ti riferisci alla tendenza, da parte di molta narrativa nostrana, a rincorrere micrologie dell’Italia che fu e localismi di sorta, l’ho notata e mi pare salutata con favore, se non altro da molti editori. Non so che dire, non è il mio modo e tendo a preferire narrazioni scevre da un contesto storicamente troppo connotato e/o troppo marcato in senso regionalistico (ciò non toglie che ci siano ottime prove anche da questo punto di vista, vedi ad esempio i due romanzi di Forgione, in cui la città di Napoli è in primissimo piano, e il lavoro che fa sulla lingua Donaera, in grado di creare atmosfere davvero evocative anche grazie a un particolarissimo impasto di italiano e dialetto salentino). In Teorie , al contrario, ho lavorato provando ad astrarre luoghi e linguaggio: non c’è la presenza del dialetto o riferimenti toponomastici precisi – nonostante un intero capitolo dal taglio saggistico in cui si raccontano vicende storiche dell’Agro nocerino-sarnese, nel quale però ho modificato i nomi – la stessa Paesone è una cittadina poco connotata, più simile al palcoscenico sul quale i personaggi mettono in scena le loro ‘teorie’. Volevo una storia che fosse il meno locale possibile, nonostante i luoghi (o non-luoghi: un parcheggio, un bar, una stazione, una libreria, una piazza) giochino un ruolo per niente marginale: ad esempio Toni e don Pagnotte, caratterizzati in senso grottesco, corporale, quasi farsesco – hanno bisogno di tanto spazio e girano la città in lungo e in largo, presi dalle proprie ossessioni. Da un lato, quindi, i luoghi nel romanzo risultano anodini, funzionali più che altro a fare da palco per gli scorrazzamenti dei protagonisti – e così Paesone può sovrapporsi a una qualsiasi cittadina di provincia – d’altro canto, come dicevo, è presente una vera e propria cronaca della città, desunta da libri di storia locale consultati in fase di stesura, che la rende concreta fino all’iperrealismo.

 

 

Il lettore di Teorie si accorge fin dai primi capitoli che proseguendo troverà qualcosa di imprevedibile e non-lineare. Anche questa è una scelta oggi non del tutto scontata… 

 

Non ho concepito Teorie con l’intenzione di complicarne inutilmente la struttura per risultare ‘originale’ – peraltro si scrive sempre in continuità con ciò che si è letto, l’originalità in questo senso è un concetto piuttosto problematico – ma ho capito presto come il romanzo che avevo voglia di scrivere fosse uno strano pot - pourri di tempi, vicende e modi di raccontare. La sfida, oltre alla stesura in sé, è stata mettere in comunicazione storie diversissime tra loro e una serie aneddotica che avrebbe reso l’impasto inevitabilmente centrifugo, inserendole in un meccanismo coerente, geometrico perfino, in cui ogni elemento trovasse la propria collocazione e niente fosse lasciato al caso: in cui gli spunti, le divagazioni, ogni deviazione dal corso naturale del racconto, collocati nella giusta prospettiva, fossero sensati. A tal proposito, il personaggio di Athanasius Kircher e il suo portentoso fallimento teorico diventano una presenza fondamentale nel romanzo, utile anche a dare al lettore più attento indizi sul perché Teorie è scritto come è scritto. Insomma, non volevo che tutto si risolvesse in un lungo polpettone da cui, alla fine, chi legge non traesse il famigerato “messaggio”.

Teorie è anche una riflessione sul raccontare e su cosa sia un romanzo – non è un caso che molti dei protagonisti si esprimano attraverso la scrittura (uno in particolare, Toni, attraverso la pessima scrittura, di cui si trovano ampie testimonianze nel libro e che viene commentata, sarcasticamente, da altri personaggi) – e un romanzo è sempre una scommessa, anzitutto col lettore. Il quale, nella fattispecie, dev’essere sì accompagnato ma non assecondato. ‘Scrivere difficile’ per darsi arie è da ingenui quando non da imbecilli ma scrivere un libro pigro e facilone per assecondare un lettore pigro e superficiale è da vigliacchi: la sola preoccupazione che uno scrittore dovrebbe avere è scrivere un libro buono e onesto , e scriverlo al meglio delle proprie possibilità. Se richiede un minimo di impegno al lettore, amen, si spera che la storia lo ripaghi del tempo e della fatica investiti.  

 

 

La discontinuità degli intrecci è bilanciata dalla ricorsività di motivi tematici e stilistici. Che importanza ha avuto e quanto è stata strutturante, nel processo creativo, l’intuizione di una serie di temi di cui voler parlare ?

 

Non molto, almeno nella fase in cui riflettevo sulle singole vicende e su modi credibili di collegarle, portando allo stesso tempo avanti un romanzo digressivo, che voleva andare da mille parti allo stesso tempo. All’inizio mi sono limitato a trovare connessioni tra eventi e personaggi, alla maniera del già citato Athanasius Kircher, che credeva in un senso universale tanto più visibile quanti più legami si riuscissero a scovare (anche inventare, nel suo caso) tra gli elementi del cosmo. Le riflessioni che costellano Teorie sono venute fuori dallo studio minuto dei personaggi e dal lavoro di ricerca che in parallelo ho portato avanti per poter scrivere, in modo almeno credibile, degli argomenti più diversi intercettati dal racconto. Ho proceduto, per circa i due terzi del libro e finché le vicende avevano tra loro punti di contatto piuttosto blandi, a ‘compartimenti stagni’, dedicandomi in modo immersivo ai singoli personaggi e al loro sviluppo. Ho potuto fare una scaletta solo quando mi mancavano sette, otto capitoli alla fine e avevo ormai capito dove sarei andato a parare, in che modo avrei fatto venire i nodi al pettine e quali fossero, nel frattempo, i temi emersi: in una parola, cosa volessi davvero dire con Teorie , quale fosse la prospettiva privilegiata da cui guardare. A quel punto ho potuto lavorare di fino, ‘collaudando’ il materiale narrativo, inserendo qua e là riflessioni più mirate, ampliandone alcune solo accennate (e, per tornare alla questione precedente, fare qualche appello al lettore perché non temesse di smarrirsi).  

 

 

Hai dichiarato di voler scrivere un romanzo essenzialmente comico. A me sembra, però, che questa comicità abbia una propria varietà interna: molte pagine fanno ridere, ma non tutte allo stesso modo. 

 

Sì, Teorie è un romanzo comico. Forse la mia unica certezza, quando ho messo mano alla prima stesura, era che la storia, per quanto composita, dovesse risultare molto divertente o, perlomeno, divertente . Volevo scrivere un romanzo serio, serissimo ma paradossalmente allegro, non serioso. La mia più grande soddisfazione è quando qualcuno mi scrive che, leggendolo, ha riso un sacco. Ed è vero: ci sono diversi tipi di comicità, che spesso riflettono il carattere o le situazioni in cui vengono a trovarsi i personaggi. Nel caso del blogger, ad esempio, si tratta dell’ironia nel trattare con toni altisonanti e un linguaggio ipercolto temi a volte bassissimi; Toni, invece, è comico suo malgrado, così come don Pagnotte: il riso, in quei capitoli, scaturisce dall’idea che i protagonisti hanno di sé (soprattutto nel caso di Toni, un naif che si crede un grande poeta e scrittore), da una serie di fraintendimenti e circostanze rocambolesche che spesso li fanno rassomigliare a caratteri del teatro burlesco. C’è anche molto sarcasmo, a volte del tipo più becero. C’è, infine, una satira dell’editoria a pagamento, nelle cui maglie finisce l’ingenuo Toni, il quale pubblicherà una raccolta di poesie autoprodotta affidandosi a un ciarlatano. Quanto ai modelli, vale il discorso fatto prima, ma potrei di sicuro citarti Rabelais, Cervantes, Sterne, Swift, Martin Amis, grandi maestri di ironia, comicità, satira. 

 

 

Le ‘teorie della comprensione profonda delle cose’, alla fine, altro non sono che illusioni umane cariche di speranza, discrepanze tra le parole e le cose, o meglio: disegni armonici che cercano (con l’analogia, con l’astrazione) di sopperire all’indifferenza delle cose nei confronti delle parole. Questo accomuna personaggi diversissimi.

 

Le “teorie” possono avere diverse sfumature di senso e non ho nulla da obiettare alla tua interpretazione, per certi versi leopardiana, consolatoria: c’è, questa declinazione, soprattutto nel personaggio di Kircher ma anche in don Pagnotte. Peraltro, hanno anche una funzione di filtro: sono a tutti gli effetti i filtri scelti o toccati in sorte ai protagonisti per identificare, decodificare e, di conseguenza, reagire al reale. E sono più o meno illusorie: le “teorie” di Toni, perso nella sua fantasmagoria letteraria in cui si vede come un grande intellettuale, viveur romantico e adorato dalle folle, innescano una serie di situazioni tragicomiche, dalle quali il sedicente poeta uscirà sempre a pezzi, sconfitto; le “teorie” del blogger, il cui sito ha lo stesso titolo del romanzo, “Teorie della comprensione profonda delle cose”, sono invece il modo – cinico, sarcastico, spesso brutale e sconfinante in un crudele bullismo ma consapevolmente fittizio, ludico – con cui l’autore ha deciso «di vedere [per la precisione, di mostrare] il mondo, un modo di analizzarlo passando per la merda vera e facendosi qualche risata durante il percorso. Tutte le questioni mezzo naziste sul controllo delle nascite, la massa eccetera. Le scrivo per divertimento». In questo caso, dunque, si tratta di una costruzione intellettuale, che però avrà conseguenze catastrofiche nella realtà del racconto.

I personaggi di Teorie sono in effetti collegati, anche se all’inizio questi fili sembrano sottili o addirittura inesistenti, e il finale li coinvolge tutti (in senso più ampio, coinvolge proprio tutti ). Don Pagnotte e Toni sono simili nella misura in cui sono i meno consapevoli delle proprie “teorie”, cui si aggrappano per sentire di avere un posto nel mondo. La loro somiglianza è quella che accomuna il folle e lo sciocco: mentre don Pagnotte, perso il senno, si imbarca in una successione di disavventure capaci però, talvolta, di aprirgli squarci di lucidità estrema su sé stesso e sul mondo, Toni agisce guidato dall’invidia e da nessuna conoscenza del contesto in cui vorrebbe inserirsi a tutti i costi, risultando ridicolo quanto più crede (o si forza a credere) di aver raggiunto gli obiettivi che man mano si pone.

 

 

Nel tuo romanzo mi sembra di individuare due oggetti simbolico-metaforici il cui significato non è del tutto trascrivibile: la torre e il buco nero, presenti nei momenti culminanti e nelle zone terminali. Qual è la funzione di questi due oggetti nel tuo testo?

 

In più luoghi del libro si sviluppano riflessioni sui temi più disparati, in particolare emergono quelli delle illusioni, della memoria, della fine e, nell’epilogo, come ha notato benissimo Eduardo Savarese, del perdono. La torre e il buco nero, ritratti non a caso anche in copertina, sono oggetti narrativi dai molteplici scopi: mettono in relazione i personaggi – tutti ne intuiscono la presenza, li intravedono, ne scrivono, ne parlano tra loro; qualcuno, addirittura, ci finirà dentro – ma raccolgono in sé anche tutti i temi citati, tutte le storie di Teorie . È come se la torre – un monumento medievale già diroccato nel Settecento e abbattuto nell’Ottocento – rappresentasse la storia umana, la testimonianza tragicomica, struggente del nostro passaggio, mentre il buco nero rappresenta il destino di morte dell’universo e forse, insieme alla torre, l’ultima illusione, la speranza che, nel passaggio attraverso la sua densità infinita, qualcosa possa uscire fuori, una piccola parte di informazione possa salvarsi. È un discorso complesso – che risente, tra l’altro, delle ultime intuizioni teoriche di Stephen Hawking – ma è pure, credo, il motivo per cui ci affanniamo a scrivere libri e per cui io, adesso, sto rispondendo alle tue domande: una incomprensibile ma irriducibile speranza che, in qualche luogo, una parte di noi resti. 

 

 

Uno dei temi centrali del tuo romanzo è la compromissione delle nostre vite con i social network. Si tratta, ovviamente, di piattaforme che tra le altre cose stanno cambiando il linguaggio politico e influenzando quello letterario. Come ti poni, in quanto artista verbale, rispetto a questa situazione?

 

Rispetto ai social network mi pongo né più né meno che come un equilibrato uomo del mio tempo: li utilizzo, consapevole della loro possibile nocività, cercando di non abusarne né di demonizzarli; da scrittore, mi rendo conto che è impossibile non parlarne, a meno di non evitare del tutto il discorso ambientando le proprie storie trent’anni o più indietro nel tempo. Teorie è pieno di dinamiche da social, su questo argomento vi si spendono diverse pagine: ne parlano spesso Max e il suo “istitutore” durante le loro lunghe conversazioni, discutendo della plasticità del cervello e di come internet abbia letteralmente modificato i nostri circuiti neurali rendendoci, da un lato, “multitasking”, dall’altro spesso incapaci di concentrarci su un’azione semplice come leggere un libro per venti minuti senza sentire il bisogno di controllare la casella di posta elettronica, le notifiche di Facebook e Instagram, fare un giro su YouTube o saltare da una notizia online al video di un gatto che suona una pianola. È una tendenza che non si può invertire, le neuroscienze in questo sono chiare, si può tutt’al più cercare di gestirla con intelligenza. Internet ha invaso, nel bene e nel male, le nostre esistenze, modificandole e dando luogo a dinamiche sociali – e malesseri – prima inesistenti. Pensa solo a quanto si possa dire, oggi, di un fenomeno relativamente nuovo come il cyberbullismo, del quale pure mi sono occupato sia in Teorie che nel mio secondo romanzo inedito. Penso sia impossibile scrivere del presente senza considerare internet in generale e i social in particolare, dal momento che hanno cambiato l’intero apparato delle relazioni umane. 

 

 

In un’intervista hai dichiarato di essere “uno scrittore non particolarmente giovane ma che, dato il trend italiano, potrebbe essere considerato un ‘giovane scrittore’ per una decina d’anni almeno”. A cosa credi sia dovuto questo trend, e cosa chiedi a te stesso per la scrittura futura?

 

Parto dall’ultima domanda: come ti accennavo, ho scritto un secondo romanzo, molto diverso da Teorie ; mentre il primo esplosivo, centrifugo, polifonico, il nuovo manoscritto è più breve, ha una struttura tradizionale ed è un’immersione profonda nella psicologia del protagonista, che racconta con nettezza e in prima persona una storia di orrore, diversità, solitudine, incomunicabilità, paura degli altri. È un libro dolorosissimo, al quale ho lavorato a lungo e che ho terminato con immensa fatica ma di cui, onestà per onestà, sono molto soddisfatto. E progetto di scrivere, sempre ammesso di trovare le energie, un terzo libro ancora diverso, che riprenda l’ironia di Teorie ma esplori di più le potenzialità della trama: una sorta di romanzo d’avventura, comico, picaresco. Vedremo, intanto questo, per rispondere alla tua questione, è ciò che chiedo a me; alla scrittura altrui chiedo, per banale che sia, qualità : intelligenza, urgenza, onestà, profondità di sguardo, ritmo, personalità, se possibile una bella storia. Sono un lettore esigentissimo ma mi esalto come un bambino, quando trovo un libro così.

Venendo al primo quesito, la frase che hai citato era una battuta e mi riesce difficile spiegarla, se non con un marinettesco: [ con le dovute eccezioni ] siamo un paese vecchio, pieno di scrittori vecchi che scrivono cose troppo spesso mediocri e nate già vecchie, dei boomer che cercano di spiegarci il presente alla maniera dei vecchi invecchiati male, cioè con un malcelato, quando non sbandierato rimpianto per il passato, ed erompono in piagnistei televisivi o giornalistici sulla deriva dei tempi, mascherati da posate e autocensuranti riflessioni ; la loro idea di nuovo è proporre linguaggi polverosissimi e storie nel migliore dei casi didascaliche – d’altro canto l’idea di nuovo di cert’altro progressismo si esplicita in accorgimenti grotteschi come gli asterischi inclusivi e simili usi sociopolitici della diacritica – la loro idea di acuto è esprimere brillantissime opinioni sui canoni della bellezza contemporanea rapportati alle scelte di marketing di Gucci.

 

 

 

Per saperne di più

Alfredo Palomba (1985) è dottore di ricerca in letterature comparate e docente nella scuola secondaria. Ha preso parte, con articoli, saggi accademici e racconti, a diverse antologie e riviste letterarie.

Il suo primo romanzo Teorie della comprensione profonda delle cose (Wojtek, 2019), è stato segnalato dalla giuria del XXX° Premio Italo Calvino, proposto per il Premio Strega 2020 e scelto per rappresentare il romanzo d’esordio italiano all’Europäisches Festival des Debütromans 2020 di Kiel.

 

 

Immagine per concessione di Lucio Leone.

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