10 aprile 2021

Parlano le case. Conversazione con Daniele Petruccioli

La casa delle madri è il romanzo d’esordio di Daniele Petruccioli, pubblicato da TerraRossa Edizioni nell’autunno del 2020. Il testo è stato selezionato nella dozzina del Premio Strega.

 

La trama del libro è molto semplice: c’era una volta una famiglia che ora non c’è più. C’erano i nonni, c’erano due gemelli diseguali («rette parallele», viene spesso ripetuto) di cui seguiamo la crescita, c’era la madre contraddittoriamente implicata nei movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta, c’era il padre tutto sommato – anche se in modo problematico, non privo di lacerazioni – integrato al modo di vita consumistico.

 

La famiglia viveva in grandi case che pian piano decadono con lei. Non si è trattato, però, di una decadenza strettamente economica, né culturale: anche se la solidità del patrimonio è diminuita, anche se gli spazi deputati alla lettura sono stati i primi a essere smantellati, la decadenza che il libro inscena è prima di tutto biologica e materiale. La prosa di Petruccioli, virtuosa e al tempo stesso elegante, all’osso non muove che da uno scandalo per la finitudine delle cose e delle vite: dopo, solo dopo si affacciano altri temi, come il clima politico di una stagione italiana, la lottizzazione come metafora della disgregazione sociale, la malattia, il sesso, la compresenza di retaggi patriarcali, autodeterminazione e mercato (sia rappresentati che analizzati in “isolotti” speculativi).

 

Al nucleo, dicevo, c’è uno scandalo per il fatto che le cose e le vite non durano; c’è anche una ritrosia nel rassegnarsi a questo scandalo e al suo oggetto. Ne deriva un violento corpo a corpo con la transitorietà dei personaggi e dei luoghi, una furia stilistica che rende subito riconoscibile, e difficilmente dimenticabile, questo libro – che d’altra parte risulta godibile e agevole alla lettura.

 

Petruccioli è infatti riuscito a trovare un proprio equilibrio tra linearità narrativa e complicazione formale: la prima appare come un’ipotesi ben visibile ma non realizzata; la seconda è una necessità che cresce, cresce, e finisce per sovrastare (ma non occultare) la prima. Nella narrazione lineare di frammenti di vita con un proprio divenire si incistano lunghi inserti parentetici; negli inserti parentetici quella stessa vita, a partire dai suoi particolari, viene sbalestrata vertiginosamente verso la sua fine, ricondotta al proprio essere già trascorsa.

 

Così, alle vite particolari, la Casa delle madri concede nella stessa frase l’apertura del racconto e la chiusura dell’epitaffio. Questa lacerazione è il tono di Petruccioli; essa racconta il romanzo con una potenza espressiva notevole, che mi ha molto affascinato.

 

In questa intervista ho seguito innanzitutto la mia curiosità di lettore, che Daniele Petruccioli ha generosamente soddisfatto.

 

Antonio Galetta: In che modo e in che misura il teatro e la traduzione hanno influenzato la scrittura del tuo primo romanzo?

 

Daniele Petruccioli: Non è facilissimo rispondere, perché per me sono tre facce dello stesso prisma. Quando facevo teatro mettevo in scena parole altrui, traducendo metto in scena parole altrui, solo che lo faccio sulla pagina anziché sulla scena (due invece di tre dimensioni).

Forse la cosa più giusta da dire è che il teatro mi ha insegnato a considerare le parole e le frasi nella loro dimensione materiale, direi quasi sinestetica: per me una frase ha sempre un peso, un ritmo, addirittura un colore e un suono suoi, particolari. È la frase a dirti come vuole essere scritta (o riscritta) e questo vale anche quando lavori su una “pagina bianca” anziché già annerita da qualcun altro...

 

Devo anche dire però che se il teatro mi ha insegnato la dimensione fisica, materiale del linguaggio e la traduzione l’allenamento alla scrittura, è la scrittura stessa ad avermi portato a queste due altre pratiche, perché – anche se ho cominciato a conservare quanto scrivo solo dall’età di 30 anni o poco prima, visto che una cosa è scrivere, un’altra e pensare di poter pubblicare – in realtà scrivo da prima di occuparmi di teatro e di tradurre. È un po’ un serpente che si morde la coda, le tre cose si alimentano a vicenda.

 

A.G.: Quali autori contemporanei, non necessariamente italiani, senti in dialogo con te quando scrivi?

 

D.P.: Dipende dal libro. Nella Casa delle madri volevo provare a usare una sintassi a spirale, da una parte di ritorni continui e dall’altra di approfondimento accanito, quasi sadomasochista mi viene da dire. E su questi due punti i riferimenti immediati (per quanto ovviamente inarrivabili per me) sono Thomas Bernhard e Marcel Proust. Per quanto riguarda invece una certa sfacciataggine sperimentalista, il modello potrebbe essere Gadda, anche se la sua giocosità meravigliosa mi sembra – purtroppo – piuttosto assente dalla scrittura di questo romanzo in particolare.

 

Ci sono poi alcuni riferimenti per così dire tematici: Michel Tournier e Agota Kristof per la tematica della gemellarità da una parte, Marco Lodoli e Dario Voltolini per la poetica delle piccole cose. Poi vabbè, da questo punto di vista – del correlativo oggettivo microscopico – il faro è sempre Virginia Woolf. Cito questi nomi con assoluta umiltà e senza minimamente neppure sognare un paragone – di nuovo, casomai, una serie di modelli inarrivabili.

 

A.G.: La casa delle madri è narrata dal più canonico dei narratori onniscienti: sei d’accordo?

 

D.P.: A essere sincero no. È un narratore fintamente onnisciente, per me: finge di sapere tutto, ma in realtà raccoglie tracce sempre parziali (che, peraltro, gli vengono fornite a pezzi e bocconi).

 

Uno dei motivi stilistici per cui non lo considero tale è che in realtà il suo linguaggio cambia a seconda del personaggio su cui volta per volta si concentra, in una sorta di indiretto libero che lui finge di ignorare (attraverso il movimento ampio della sintassi, degli incisi e delle parentesi in accumulo) ma che ne cambia di molto la temperie lessicale (penso per esempio alla differenza tra la narrazione della morte di Nina e quella delle crisi di Ernesto, così diverse: pastello la prima, sul filo dell’isteria la seconda).

 

È vero che questo narratore è una figura molto forte – soprattutto da un punto di vista sintattico – e sembra sapere tutto di tutti, ma in realtà chi sa tutto davvero – e lo rivela solo in parte, e comunque sempre in modo simbolico – è un gruppo di personaggi, nella fattispecie le case.

 

Almeno, questa era l’intenzione. Poi, per parafrasare Beckett, si cerca di fallire meglio che si può.

 

A.G.: Questo narratore quasi-onnisciente credo sia il presupposto di una delle cose che ho apprezzato di più nella Casa delle madri: il punto di vista “postumo” che nomina anzitempo la sorte di un personaggio, di un luogo, di un oggetto. Questo punto di vista mi sembra conferire un “tono” peculiare e subito riconoscibile al libro. Il narratore ne risulta infatti lacerato: da un lato dona estensione alle storie dei suoi personaggi – dall’altro, magari nello spazio di un inciso, ne riassume vertiginosamente la parabola; da un lato conosce e ribadisce l’esito delle esistenze – dall’altro continua a parlarne nel dettaglio come non sapendo rassegnarsi alla loro fine. Come hai lavorato su questo aspetto del testo?

 

D.P.: Eh, appunto, perché l’esito non è centrale. Ho lavorato esattamente come hai descritto tu: cercando di rivelare subito (o quasi) la fine – che, peraltro, è facile da indovinare, visto che moriamo tutti – per concentrare il racconto sul processo. Ma non sul processo degli eventi, bensì su quello del ricordo, o – forse meglio ancora – del ripensamento: il narratore si assume la fatica che i personaggi non si sentono di poter fare, passando e ripassando sulle loro vicende nel tentativo – frustrato, quasi sempre – di trovarvi un senso.

 

A.G.: Come hai affrontato il tema della malattia?

 

D.P.: Volevo provare a guardarla da un punto di vista diverso rispetto alla diversità, se mi perdoni il bisticcio. La grande tradizione letteraria che parte dal romanticismo, passa per Mann – e Freud – e tutto sommato arriva forse fino a Bernhard, vede la malattia come uno stigma falso, segno in realtà di uno scarto, di una diversità che, se ben guardata, indica una specificità alta, acquisto anziché menomazione (l’archetipo ovvio è l’albatros baudelairiano).

A me – in modo più borghese, se vogliamo – interessava invece lo stigma della malattia in quanto tale, il senso di colpa orribile che si porta dietro, di condanna anch’essa archetipica se non addirittura mitologica (il risultato di una hybris; ma anche in senso barthesiano: la rappresentazione di un qualcosa che crea senso di per sé, e quindi impone un certo tipo di interpretazione).

 

Volevo raccontare un po’ quanto è difficile sentirsi diversi, soprattutto in una società ancora molto tradizionalista come la nostra, che nel romanzo colloco nell’ultimo terzo del secolo scorso ma che non mi sembra molto cambiata neanche oggi, se non, forse, in peggio – nel senso che oggi non mi sembra esserci la spinta culturalmente rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta.

 

A.G.: Nella Casa delle madri la realtà politica italiana viene spesso allusa ma mai tematizzata: non è un mero sfondo e non è uno degli argomenti principali.

 

D.P.: Volevo scrivere di una famiglia, non di una società. Ma era importante per me collocare questa famiglia in quella società.

 

Avevo bisogno di una famiglia particolare in un momento storico particolare, da un lato perché questo mi permetteva di creare personaggi che non fossero monadi (il coraggio spudorato di Sarabanda, per esempio, il suo da me amatissimo sperimentalismo sociale e familiare, sono inseriti in – e sostenuti da – quel momento particolare della società italiana che si colloca tra la rivoluzione sessuale, gli inizi del nostro femminismo storico e gli anni di piombo) e dall’altro per meglio far risaltare la contraddizione tra uno sguardo ancora punitivo, espiatorio, tipico della società patriarcale, e i suoi elementi colpiti da qualche disgrazia (mi chiedo, peraltro, se esistano elementi di una società mai colpiti da nessuna disgrazia).

 

Però volevo occuparmi – sempre per usare una terminologia di quel periodo – del personale, non del politico. Un giorno mi piacerebbe essere pronto anche per quello. Ma non lo sono. Non ancora.

 

A.G.: Ho molto apprezzato anche il modo in cui affronti il tema dello spazio e della spazialità: sia riflettendoci esplicitamente, sia intessendo una serie di corrispondenze tra i personaggi e i loro luoghi (La casa delle madri racconta la scomparsa di una famiglia, ma anche l’abbandono e il rinnovarsi di una casa). Perché questo tema è così centrale?

 

D.P.: Come dicevo prima, i veri “personaggi onniscienti” sono le case, di cui il mio narratore non raccoglie che le briciole. Per come volevo trattare il tempo (gli anni, gli episodi della vita, come luoghi da cui entrare e uscire a piacimento), cioè fondamentalmente per fingere che il suo corso non sia un flusso, ma una serie, per così dire, di precipitati di senso e di memoria, avevo bisogno di un correlativo oggettivo topografico.

 

E la casa (che peraltro ha una tradizione millenaria come specchio della memoria – si pensi alle tecniche mnemoniche della retorica classica da Cicerone in poi: le stanze che rappresentano argomenti, gli oggetti a rispecchiare i modi e i moti del ragionamento) era per così dire il riferimento ovvio. Questo da un punto di vista razionale.

 

Ma la casa ha anche una valenza se non proprio irrazionale almeno irrazionalista, una carica, un portato spirituale, se non addirittura spiritico. Potevo farle diventare non solo lo specchio degli episodi temporali su cui mi interessava soffermarmi, ma anche l’argilla, il calco su cui imprimere le parti per me più vivide dei personaggi.

 

Infine, volendo scrivere un libro (e questo mi era chiaro fin da subito) che sfruttasse nel modo più elastico (quasi da esaurimento nervoso) le possibilità di incastro e di accumulo della sintassi italiana (che per me è un continente spaventosamente bello e inquietante), l’idea di una spazialità del linguaggio si è imposta in modo molto naturale.

 

Insomma lo spazio mi funzionava come cartina di tornasole per troppe cose su cui mi interessava soffermarmi. Non potevo non aggrapparmici come un rampicante.

 

A.G.: Come hai gestito i momenti speculativi e assertivi della Casa delle madri?

 

D.P.: Come due facce di un’identica medaglia. Si parte da un’asserzione, di solito, e la si sgretola con un accanimento speculativo che mi rendo conto possa risultare estenuante, ma a cui mi è impossibile rinunciare se voglio arrivare sul lato opposto di quell’asserzione – sulla sua antitesi, per così dire.

Solo che poi da lì riparte un movimento di scavo, di ragionamento che – almeno nelle intenzioni – porta non di nuovo al punto di partenza, né a una sintesi (che è per me la grande assente di questo movimento che non si vuole hegeliano in alcun modo – casomai è decostruttivista, se proprio gli vogliamo dare un nome) ma a un’altra faccia di quel che a poco a poco, sempre almeno secondo le mie intenzioni, dovrebbe venire a configurarsi come un prisma. Un gioco di riflessi.

 

A.G.: Cosa ti aspetti dalla tua scrittura futura?

 

D.P.: Che mi parli ancora.

 

Per saperne di più:

Daniele Petruccioli è nato e vive a Roma. Traduce da portoghese, francese e inglese. Insegna traduzione dal portoghese e teoria della traduzione all’università di Roma Unint. Fra i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Alain Mabanckou, Will Self. Nel 2010 ha vinto il premio «Luciano Bianciardi» per la traduzione letteraria dall’inglese. Ha pubblicato i saggi Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti (Quodlibet 2014) e Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi (La lepre 2017). La casa delle madri (TerrraRossa 2020) è il suo primo romanzo pubblicato.

 

Illustrazione di Francesco Dezio su concessione di TerraRossa Edizioni

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0