9 ottobre 2021

Anche l'Università è tutta una questione di tempo

Perché leggere Bourdieu

Adulto? Mai – mai, come l’esistenza / che non matura. (Pier Paolo Pasolini, 1950)

 

Il dibattito che si è sviluppato attorno al discorso pronunciato da Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grossi durante la cerimonia di consegna dei diplomi della Scuola Normale Superiore ha toccato più o meno tuttз coloro che per qualche ragione si trovano a gravitare attorno allo spazio universitario, uno spazio sociale retto da determinate logiche, oggetto appunto di molteplici discussioni che si spera troveranno seguito e ricadute al di là di questi mesi di "presa di parola", citando De Certeau. Nell'intento di creare delle domande e fornire degli spunti, il mio intervento vorrebbe ricordare i contributi di un autore che non potrà non entrare nei discorsi e nelle riunioni che ci attendono nei prossimi mesi; un (auto)invito alla lettura, dunque, ma che credo farà emergere alcuni punti cruciali che già sono stati toccati negli articoli che ho avuto occasione di leggere nelle scorse settimane.

 

Sto parlando, come si evince dal titolo, di Pierre Bourdieu, il più noto sociologo francese del Novecento, che dal Béarn, passando per l'Algeria, arrivò ad ottenere una cattedra al Collège de France. Il pensiero di Bourdieu, che si presenta piuttosto come una costante autoriflessione su un numero straordinario di pratiche diverse, una insubordinazione che non poteva che varcare i confini disciplinari, può essere affrontato attraverso molteplici chiavi di accesso; io ho scelto la temporalità e il rapporto tra storia singolare "minuscola" e Storia Generale "Maiuscola". Consideriamo un esempio.

Provate ad immaginare due studentз che per la prima volta si ritrovano allo stesso tavolo durante una di quelle cene intellettuali eleganti molto francesi: unǝ proveniente da una ricca famiglia del sedicesimo arrondissement, l'altrǝ da una famiglia operaia della Picardia. Che cosa potrebbe differenziare le loro attitudini rispetto al contesto nel quale si trovano? I due provengono prima di tutto da classi sociali diverse e hanno dunque avuto due crescite diverse, processi di socializzazione differenti. Questi processi plasmano in qualche modo le strutture cognitive, il senso della rilevanza e dei valori e financo i gusti individuali. Insomma, forniscono ai soggetti gli strumenti per agire socialmente. È la complessa costellazione concettuale che ruota attorno al termine habitus. Si potrebbe dire che le disposizioni e le capacità che regolano determinate pratiche sono plasmate socialmente, ma non in modo completamente oggettivo e asettico: i condizionamenti associati ad una classe particolare di esistenza producono degli habitus che funzionano, stando a quanto scrive Bourdieu in Esquisse d'une théorie de la pratique, come "strutture strutturate predisposte a funzionare come strutture strutturanti". È un modo per pensare l'agency individuale come processo di negoziazione costante tra la sfera soggettiva e oggettiva; la cosa interessante è che questi principi organizzatori di pratiche per Bourdieu attraversano i corpi e sono il frutto di processi temporali. A questa cena ci troviamo di fronte a due storie differenti; ecco perché lǝ studentǝ appena arrivato in città dalla campagna si sentirà probabilmente un po' a disagio, il suo corpo sarà abituato a stare a tavola in maniera differente, non conoscerà l'aperitivo che viene servito etc. Le cose qui però si complicano. Se gli agenti plasmano a loro volta il mondo sociale lo fanno mettendo in campo delle risorse e delle proprietà che possono trovare il dovuto riconoscimento. Lǝ studentǝ pariginǝ cresciutǝ nella capitale possiederà una certa misura di capitale economico (risorse finanziarie della famiglia), un capitale sociale (una rete di relazioni della quale si può servire in caso di bisogno) e un capitale culturale. La nozione di capitale culturale si fonde a quella di habitus, che ne costituisce la dimensione dinamica; attraverso tutte le informazioni apprese e l'educazione ricevuta, lǝ studentǝ avrà infatti sviluppato una certa capacità di riconoscere e catalogare i fenomeni che si trova a vivere. La situazione sarà ben diversa per l'altrǝ di fronte, che ha appena cominciato a cercare un lavoro per pagare l'affitto, che a Parigi al di fuori delle aule conosce per il momento solo un lontano parente che ha fatto fortuna e che ha ricevuto stimoli ed educazione ben diversi. Che cosa li accomuna? Il microcosmo di relazioni nel quale si incontrano, una cena con professori e un critico letterario, ciò che Bourdieu chiama campo, in questo caso il campo intellettuale o degli studi universitari, un campo che intrattiene con altri campi determinati rapporti di reciproca influenza.

Torniamo sulla nozione di cultura, che è quella che più da vicino riguarda lo spazio dell'Università attorno al quale gravitiamo. Che cosa ci spinge a dire che una persona è colta? La prima risposta che probabilmente daremmo è che essa ha svolto un percorso di educazione terziaria, peculiarità che la differenzia da qualcunǝ che ha lasciato la scuola a 16 anni. La cultura è dunque veicolata e legittimata dal sistema dell'istruzione, luogo che spesso viene associato ad istanze meritocratiche ed emancipatrici. Con un efficace ribaltamento del senso comune, Bourdieu mostra che è vero il contrario: è proprio nella scuola che si perpetuano quei meccanismi di dominazione che caratterizzano il mondo sociale. La cultura è cultura dei dominanti e si costruisce in opposizione alle culture basse, popolari. Ecco perché forse lǝ studentǝ più agiatǝ, che si reca alla cena dopo aver ascoltato la Quinta Sinfonia di Mahler nella sua grande camera da letto, farà una smorfia di rifiuto quando dalle cuffiette dellǝ suǝ compagnǝ di corso uscirà l'ultima canzone di un gruppo pop. Bourdieu ci suggerisce qui che la retorica meritocratica del talento non tiene conto dei processi di socializzazione differenti. Anche l'altrǝ studentǝ è arrivato magari ad ascoltare musica classica, ma è diverso farlo perché tuo padre fin da piccolo ti portava ai concerti dell'Opéra di Parigi o perché mentre tua madre cucinava, attendendo il ritorno dalla fabbrica di tuo padre, per caso hai sentito un pezzo di Vivaldi durante una pubblicità.

È chiaro che anche considerando il contesto odierno le cose sono più complesse e articolate di così, ad ogni modo ciò che vorrei sottolineare sono le possibilità che l'armamento concettuale di Bourdieu offre per analizzare le diversità culturali tra attori sociali diversi, in relazione soprattutto al sistema dell'educazione. I testi a tal proposito che vale la pena ricordare sono Les héritiers: les étudiants et la culture (1964), La Reproduction: Eléments pour une théorie du système d'enseignement (1970), Homo academicus (1984) e La Noblesse d’État. Grandes écoles et esprit de corps (1989).

Un elemento di disturbo forse ora salterà all'occhio. Se Bourdieu avesse ragione, lǝ studentǝ della Picardia sarebbe già al lavoro e non si troverebbe di certo a Parigi. Emerge qui una tensione che rende il suo lavoro fluido e aperto a nuove strade: quella tra la mole di dati statistici e quello di casi singolari "eccezionali" (in cui inserisce in un certo senso anche sé stesso). Questo incontro tra macro e micro permette di porre, ad esempio, questa domanda: i discorsi che circolano nell'ambito accademico sono già dunque discorsi di classe rivolti a o contro questa classe? In qualche modo sì, anche se dopo i processi di democratizzazione che l'Università ha conosciuto le cose sembrano essere cambiate.

Quest'ultima considerazione mi permette di approcciare, arrivando alla conclusione, un altro punto in comune dellз nostrз due convitatз. Sono entrambз "giovani" e appartengono a generazioni differenti rispetto al critico letterario sui quaranta e i professori che hanno ormai passato i cinquant'anni. Ricordo questo punto perché il confronto tra la narrazione delle tre studentesse e le risposte che sono giunte dal corpo accademico hanno talvolta assunto le forme di un conflitto generazionale; è stato loro rimproverato che a causa della loro età e insufficiente esperienza il loro affresco della realtà resterebbe incompleto, parziale e inadeguato. Non posso non citare allora una interessantissima intervista di Bourdieu che in Questions de sociologie porta il titolo di La jeunesse n'est qu'un mot, La giovinezza è soltanto una parola, tradotta per la prima volta in italiano da Mario Pasquariello. Bourdieu apre dicendo che le divisioni tra le età sono arbitrarie e che la manipolazione sociale del dato biologico risulta spesso funzionale a logiche di potere. Così tutto ciò che "fa giovane", jeans, capelli lunghi etc. risulta proprio delle classi popolari, mentre quelle più agiate devono sin dall'adolescenza mostrare comportamenti composti "da adulto". Ma non solo! Molto spesso i "più vecchi" (si è sempre giovani o vecchi rispetto a qualcunǝ) invocano la maggiore esperienza per svalorizzare le istanze della gioventù. "Non ancora sufficientemente maturo" è l'espressione che moltз si sono trovatз addurre come motivazione dopo la bocciatura ad un concorso. Che cosa intendiamo, però, per giovinezza? Il concetto è evidentemente molto vago e raggruppa in sé universi sociali diversissimi, tuttavia un elemento unitario può essere trovato:

 

In altre parole, è un grande abuso linguistico catalogare sotto lo stesso concetto degli universi sociali che non hanno praticamente nulla in comune. Solo in un caso abbiamo un universo di adolescenti, nel vero senso della parola, vale a dire di irresponsabilità provvisoria: questi giovani sono in una sorta di no man’s land sociale, sono adulti per delle cose e bambini per delle altre, giocano sui due fronti. È per questo che molti adolescenti borghesi sognano di prolungare la loro adolescenza: non è altro che il complesso di Frédéric dell'Éducation sentimentale, l'eterno adolescente.

 

Al di là della citazione di Flaubert che mi è cara, un fatto mi sembra particolarmente degno di nota: la giovinezza viene qui presentata come uno spazio in qualche modo liminale, di confine e per questo potenziale. Potenziale nella misura in cui però è proiettato verso il futuro, ma quale futuro? Nel discorso della cerimonia le questioni delle Scuole di Eccellenza (laddove la Normale mantiene come sappiamo in ogni caso tutte le sue specificità) si lega a quello dei mutamenti del mondo accademico tout court e quindi vale la pena di considerare tale spazio nella sua interezza. In relazione alle aspettative per il futuro (per questo tempo che ci attende!) i problemi per Bourdieu sono diversi e si legano ai processi di democratizzazione cui accennavo sopra. Nella misura in cui l'Università rimaneva uno spazio elitario, gli studenti erano omogenei per classe e capitale culturale ai loro docenti; dal '68 non è più così e tale spazio risulta accessibile a universi sociali prima esclusi. Nella misura in cui non si può più dare per scontato ciò che prima risultava assicurato, si è creata una rottura ed assistiamo ad un conflitto tra differenti sistemi di aspirazioni:

 

Si può stare talmente bene nel sistema scolastico da essere tagliati fuori dal mondo del lavoro, senza però starci abbastanza bene da riuscire a trovare lavoro grazie ai titoli scolastici. […] Si può essere molto infelici all'interno del sistema scolastico, sentirvisi completamente estranei, e partecipare nonostante tutto a quella specie di sottocultura scolastica, della banda di ragazzi, tipico stile studentesco, che ritroviamo nelle sale da ballo, abbastanza integrati in quel tipo di vita da essere tagliati fuori dalle loro famiglie (che essi non capiscono più e da cui non sono più capiti) e, d'altro canto, da avvertire una specie di senso di sgomento e di sconforto dinanzi al lavoro. In effetti a tale sensazione di essere strappati dal sistema, si aggiunge anche, nonostante tutto, la scoperta confusa, anche attraverso lo smacco, che l'istituzione scolastica contribuisce a riprodurre privilegi.

Lз nostrз due studentз a quella cena hanno fatto amicizia e parlano del loro futuro. Due storie e due temporalità differenti. Quella che chiamiamo soggettività è prodotta da e nella Storia, ma è a sua volta in grado di generare storia. Storia Maiuscola e storia minuscola. Non si può sapere quanto durerà questa amicizia, ad ogni modo Didier Eribon in Retour à Reims scriveva che

 

L’amicizia non sfugge alle leggi della gravità storica: due amici sono due storie sociali che cercano di coesistere, e a volte nel corso di una relazione, per quanto stretta possa essere, sono due classi che si urtano l’una contro l’altra, per un effetto d’inerzia degli habitus.

 

Sì, una questione di tempo. Il tempo dell'Università che abbiamo vissuto in modi diversissimi, questo tempo "giovane" per cui forse non ci sarà mai davvero un dopo, il tempo che ci aspetta, il tempo di accesso alle risorse. Quali, per chi. Bourdieu in Algèrie 60 scriveva che "Le monde social est une affaire de tempo". Il mondo sociale è una questione di tempo.

 

Per questo articolo devo ringraziare Matteo Bortolini, le cui osservazioni e correzioni sono state indispensabili, e Guillaume Ledos, che mi ha fatto comprendere come le relazioni tra generazioni differenti siano molto spesso il frutto di manipolazioni sociali arbitrarie e per questo talvolta riarticolabili. Questo dopo che sembrava non esserci lo avevo invece pensato con Francesco Guazzo.

 

Per saperne di più:

 I testi da me citati di Bourdieu sono quasi tutti disponibili in italiano. L'intervista La jeunesse n'est qu'un mot è stata tradotta ed è disponibile in "Economia & lavoro" n. 36, 2002, pp. 9-15. Per quanto riguarda gli altri ricordo I delfini. Gli studenti e la cultura (Guaraldi, Rimini, 2006), La riproduzione. Per una teoria dei sistemi d'insegnamento (Guaraldi, Rimini, 2006), La responsabilità degli intellettuali (Laterza, Roma-Bari 1991), dove è contenuto il testo sulle Grandes Écoles, e Homo academicus (Dedalo, Bari, 2013). Per bibliografie e curiosità rimando a Gabriella Paolucci, Introduzione a Bourdieu (Laterza, Roma-Bari, 2011). Fondamentale per quanto ho scritto è stata inoltre la lettura dell'introduzione di Édouard Louis al volume da lui curato Pierre Bourdieu. L'insoumission en héritage (Paris, PUF, 2016). Per ragioni di spazio e di coerenza interna all'articolo non ho potuto poi trattare un elemento centrale, quello della sessualità, che in particolare nell'ultimo Bourdieu assume una certa importanza; per questo rimando a Il dominio maschile (Feltrinelli, Milano, 1998). Il libro di Didier Eribon è stato tradotto in italiano da Annalisa Romani: vedi Ritorno a Reims (Bompiani, Milano, 2017).

 

Immagini da Pexels: copertina, 1 e 2 (modificate dall'autore).

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