31 ottobre 2020

Sul popolo esperantiano

Colloquio con Giorgio Silfer

Nota dell’autore:

All’inizio degli anni ’90, l’associazione internazionale degli scrittori PEN International adottò lo slogan: “Non la mia nazione è la mia lingua, ma la mia lingua è la mia nazione”. L’esperanto è l’idioma di un «gruppo vivente», nozione più volte ribadita da Giorgio Silfer, italiano naturalizzato svizzero, che ne ha fatto la propria lingua di elezione, familiare. Creato da L.L. Zamenhof sul finire del XIX secolo e in uso da circa 130 anni, l’esperanto ha sviluppato proprie peculiarità e una sua gravità culturale, nei confronti della quale sarebbe necessaria una doverosa, per quanto rapida, introduzione, che per ragioni di spazio non è qui possibile fornire (si rimanda ad altri articoli dell’autore). Lo sguardo di Silfer, diacronico e preciso, ha saputo affrontare negli anni con nitore l’evolversi della storia culturale della comunità esperantista, rintracciando le cause e gli eventi alla base della crisi degli ideali che per decenni hanno animato il movimento. Numerosi e lungimiranti sono i suoi contributi su questo tema, tra cui il suo ultimo libro Breve historia cultural de la comunidad esperantófona (Casa editorial Grañen Porrúa, Ciudad du México 2019), che rappresentano le mai banali considerazioni di uno studioso che si è saputo mostrare a un tempo tagliente e percettivo. Giorgio Silfer, oltre a distinguersi per la sua sagacia, ha espresso appieno, attraverso quella particolare corrente di pensiero che ha preso il nome di raumismo (e che trova in un Manifesto composto nel 1980 a Rauma, in Finlandia, la sua scaturigine), le istanze di una porzione della comunità esperantista che per libera scelta continua a sentirsi, attraverso l’esperanto, appartenente a una minoranza linguistica diasporica. Da queste considerazioni nasce la Esperanta Civito (lat. Civitas Esperantica), una comunità aterritoriale con lingua ufficiale l’esperanto, che aspira ad essere soggetto del diritto internazionale, con una sua Costituzione e un suo sistema di leggi. Si tratta di una realtà non sufficientemente indagata, le cui radici ideologiche sono da ricondurre a riflessioni che pongono seriamente in crisi le nozioni di “popolo”, “nazione” e “identità”, occasionando necessarie riconcettualizzazioni delle tradizionali definizioni che la sociologia e le scienze politiche hanno finora saputo offrire. Certamente, la Storia ha fornito significativi precursori da prendere a modello per utili studi comparativi, come la Santa Sede, l’Ordine Sovrano dei Cavalieri di Malta, l’Unione Internazionale Romaní, il Governo tibetano in esilio ecc. Nessuna di queste realtà coincide con la Civitas Esperantica, ma dal loro confronto è possibile trarre una inquadratura quanto più lucida di ciò che tale ente rappresenta. Alla voce “Civito, Esperanta” della Enciclopedia Svizzera delle lingue pianificate (A. Künzli [ed.], Universalaj Lingvoj en Svislando, Centre de documentation et d’étude sur la langue international, La Chaux-de-Fonds 2006) si legge: «Sebbene la soggettività giuridica sia stata fino ad ora attribuita solitamente solo a stati e istituzioni pseudo-statali […], in un mondo in cambiamento potrà accadere che organizzazioni come la C[ivitas] possano essere riconosciute come soggetto del diritto internazionale»; peraltro, si tratta di una istituzione che nonostante il suo recente sviluppo già riveste il ruolo di osservatore ufficiale presso l’Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati (UNPO). La serietà di tale progetto rappresenta il punto di convergenza ideale di importanti ma spesso inconciliabili tendenze, come il lettore potrà notare, che fanno della Civitas una realtà sicuramente degna di attenzione, certamente problematica, ma per questo ancor più meritevole di una seria analisi; la narrazione di un tale percorso trova in Silfer un cronista ideale, talvolta perentorio, ma sempre profondamente lucido, che sa catturare e raccontare con invidiabile rigore la storia di un popolo. Il suo impegno negli anni, le sue ricerche e i risultati raggiunti lo rendono senza dubbio una delle personalità più interessanti nell’intera storia della lingua esperanto.

Il testo italiano è la traduzione, a cura dell’autore, di un colloquio che si è originariamente tenuto in esperanto; su comune accordo, se ne presenta qui una versione bilingue, affinché possa essere fruito sia da italofoni che da esperantofoni.

 

 

Giorgio Silfer (Milano, 1949), pseudonimo di Valerio Ari, ha imparato l’esperanto a partire dal 1965, e nel 1967 ha ottenuto sia il diploma di scuola secondaria di secondo grado che di insegnante di esperanto. Inizialmente pedagogo e poi andragogo, nel 1982 ha preferito la professione di consigliere organizzativo. Dottore in “Lingue e letterature moderne” (1981), dottore in “Lettere” (1986), cultore della materia in “Interlinguistica ed esperantologia” (2003), professore universitario su invito. Autore di tre raccolte di poesie, molte opere teatrali, un romanzo, e diversi libri di critica letteraria e interlinguistica. Ha ottenuto nel 1977 il premio La Verko de la Jaro [Opera dell’Anno] e nel 1984 è stato proclamato Florluda Majstro [Maestro dei Giochi Floreali], per via dei suoi molti successi presso gli Internaciaj Floraj Ludoj [Giochi Floreali Internazionali]. Nel 1970 è stato cofondatore della rivista culturale in esperanto Literatura Foiro [Fiera Letteraria], giunta nel 2020 con più di 300 numeri alla sua 51a annata, e nel 1980 ha contribuito alla nascita della casa editrice Kooperativo de Literatura Foiro (o LF-koop). È stato uno degli autori del Manifesto di Rauma (1980) e coredattore della Dichiarazione Universale dei Diritti Linguistici (1996). Tra i suoi principali impegni ricordiamo l’ottenimento del riconoscimento ufficiale, da parte dell’associazione mondiale degli scrittori (PEN International), dell’esperanto come lingua letteraria. Dal 2018 è stato proposto dal PEN Club Esperanto al Premio Nobel per la letteratura.

 

 

Alessio Giordano: Gentile Giorgio Silfer, grazie per aver accettato di partecipare a questo colloquio. Se si parla di storia della cultura esperanto, si legano al tuo nome momenti di importanza indiscutibile, che hanno segnato risultati essenziali per l’evoluzione della comunità esperantista. Ti domando, dunque, cos’è l’esperanto e cosa, a tuo parere, significa essere esperantisti.

 

Giorgio Silfer: L’esperanto è la lingua vivente di un gruppo linguistico vivente (secondo la definizione ex art. 1, par. 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Linguistici, 1996: «La Dichiarazione definisce gruppo linguistico ogni collettività che condivide la stessa lingua e si trova nello spazio territoriale di un’altra comunità linguistica, senza tuttavia antecedenti storici equivalenti; questo è il caso di immigrati, rifugiati, deportati e comunità diasporiche»): perciò esso è sia uno strumento di comunicazione, sia un mezzo di espressione artistica, sia un veicolo di identità per quella collettività linguistica. Evidentemente, in esperanto sono in gioco due funzioni: quella prospettica, che lo vede come una lingua di grande comunicazione, e quella reale, che intende l’esperanto come lingua di comunicazione alternativa. Giorgio Silfer non si ferma alla prima funzione, né si limita a pensare la lingua solo come strumento di comunicazione: perciò lui, utilizzando l’esperanto come lingua letteraria, preferisce chiamarsi esperantiano piuttosto che esperantista.

 

A.: Questa “funzione reale” ha fatto udire la sua voce nella comunità esperantista attraverso il cosiddetto Manifesto di Rauma (1980), che tu hai peraltro contribuito a redigere. Stando a questo documento, gli esperantisti concepirebbero «l’esperanticità come la libera scelta di appartenere a una minoranza linguistica diasporica»; questo Manifesto ha colto un aspetto importante del fenomeno linguistico, ossia che la lingua è non solo mezzo di comunicazione, ma strumento di identità, proprio come hai detto. Quarant’anni dopo il Congresso di Rauma, in cui è stato redatto il testo, non si possono negare i valevoli risultati prodotti dal raumismo. Quali sono, secondo la tua opinione, i successi più degni di nota ottenuti per mezzo di questa “comunicazione alternativa”?

 

G.: Sono i successi derivati dal fatto che la comunità esperantofona è uscita dalla sua quasi centenaria fase di “trockismo verde” (Raŭmo: fino de verda trockismo, en: “Literatura Foiro”, 307/2020: 321-325). Per circa un secolo i movimenti esperantisti tradizionali hanno cercato di realizzare una rivoluzione nell’ordine linguistico globale; ossia, si sono sforzati di “esportare” nella comunicazione quella rivoluzione che già si era realizzata all’interno della collettività esperantofona. Nella nuova fase, il raumismo è partito dalla considerazione che non sia importante ciò che l’esperanto debba, voglia o possa essere, ma è importante ciò che esso già è. L’esperanto e il mondo esperantista rappresentano un valore di per sé, indipendentemente dalla “vittoria finale” [ndr. i.e. il momento in cui l’esperanto sarà da tutti parlato come lingua internazionale]: lingua di comunicazione alternativa, quindi, più che lingua di grande comunicazione; lingua di una cultura transnazionale per qualcuno, magari diversi, o persino molti, piuttosto che lingua ausiliaria internazionale per tutti. Da ciò derivarono importanti riconoscimenti: esperanto come lingua letteraria (per decisione del Congresso Mondiale del PEN), esperanto come lingua liturgica della Chiesa Cattolica (Papa Wojtyla fu il primo a usarla per le benedizioni urbi et orbi), esperanto nel Quadro Comune Europeo di Riferimento per le certificazioni linguistiche, ecc.

 

A.: Al quinto punto del Manifesto di Rauma, si può leggere che gli esperantisti dovevano saper «mostrare al mondo che sono capaci anche di dire qualcosa – qualcosa di culturalmente originale e internazionalmente valido». L’esperanto ha ora già più di 130 anni di letteratura originale, quindi parrebbe che in questo il successo ottenuto sia evidente; peraltro, sei stato uno dei due autori dell’imponente Storia della letteratura esperanto (LF-Koop, La Chaux-de-Fonds 2015, pp. 748), insieme a Carlo Minnaja. La letteratura originale testimonia che l’esperanto vive come lingua capace di presentarsi sullo stesso piano di qualsiasi altra lingua vivente. Proprio per questo, come in ogni comunità, non si può però parlare degli esperantisti come di un gruppo unitario, che condivide gli stessi ideali e le stesse convinzioni sullo scopo della lingua; si tratta infatti di un sistema complesso e sfaccettato. In un tale contesto, hai tentato di imbrigliare quelle istanze che miravano alla concretizzazione di una comunicazione alternativa e a canalizzarle attraverso una nuova realtà: la Civitas Esperantica.

 

G.: Effettivamente, attualmente si possono distinguere due notevoli tendenze nella letteratura originale in lingua esperanto. Una di queste mira a produrre una letteratura destinata e pensata alla comunità esperantofona, che si sta evolvendo sempre più in un popolo basato non sul sangue o sul territorio, ma sulla lingua comune; perciò questo tipo di letteratura si interessa ai fenomeni interni al mondo esperantista, come le famiglie in cui l’esperanto è lingua comune. L’altra tendenza percepisce la letteratura come un diletto personale, indipendentemente dunque dal formarsi di questo nuovo popolo. La prima tendenza trova le sue referenze organizzative nel PEN Club Esperanto e nella rivista culturale “Literatura Foiro”: entrambe queste istituzioni hanno aderito al consorzio della Civitas Esperantica.

 

A.: Lo stesso Zamenhof, il creatore della lingua, notò nella lettera ad Abraham Kofman (il 28 maggio 1901) l’assoluta importanza di rendere l’esperanto un idioma familiare: «La Lingua Internazionale si fortificherà soltanto in questa circostanza, se esisterà un certo gruppo di uomini che la accettino come lingua familiare, ereditaria. Cento di questi uomini sono per l’idea di lingua neutrale molto più importanti di milioni di altri uomini. La lingua ereditaria del più piccolo e insignificante popolo ha una vita comunque più garantita e inestinguibile della lingua di nessun popolo, anche se venisse usata da milioni di uomini» (Zamenhof, L.L., Originala verkaro, Ferdinand Hirt & Sohn, Leipzig 1929, p. 323). L’esperanto sarebbe dovuto essere uno strumento per la creazione di un popolo ideale, neutralmente umano; gli impulsi scaturiti da Rauma, attraverso la Civitas Esperantica, simboleggiano di fatto la concretizzazione di questo popolo, ossia un popolo che non ha un’origine familiare (ius sanguinis) o territoriale (ius soli), né religiosa (ius fidei), ma che si fonda sulla base di una lingua comune liberamente scelta, o accettata, nel caso dei madrelingua esperanto (ius sermonis). La Civitas Esperantica ha la propria Costituzione (2001), che prende forma dal Patto di fondazione (1998); questi documenti, insieme alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) ne costituiscono le leggi fondamentali. Secondo le tesi contenute dal Patto, nel popolo esperantiano occorrerebbe la sola conoscenza della lingua a distinguerne i membri, qualsiasi altra caratteristica non è assolutamente sostanziale per definire tale appartenenza. Dal momento che la lingua è veicolo di identità, la Dichiarazione Universale dei Diritti Linguistici (1993) si è fatta garante affinché ognuno potesse scegliere l’idioma considerato più adatto per la propria vita; per coloro che chiedevano il diritto di utilizzare l’esperanto come lingua familiare, andando così a costituirne il popolo e perorando la causa che «usare la propria lingua, in privato così come in pubblico» (Dich. Univ. dei Dir. Ling., art. 3, par. 1.), è un diritto imprescindibile, la Civitas Esperantica si erge come un punto di riferimento.

 

G.: Gli antichi greci usavano due parole per indicare la nozione di “popolo”: δῆμος e ἔθνος. Dall’etnia deriva il concetto di nazione, e poi di stato nazionale. Quello esperantista è un dêmos transnazionale, senza caratteristiche etniche, non legato ad un territorio particolare (sebbene storicamente esso provenga dall’Europa centro-orientale). Anche la Civitas, come rappresentante politica di questo dêmos, non mira tanto ad essere uno stato, quanto soggetto del diritto internazionale: non per caso la sua costituzione in parte si ispira a quella dell’Ordine Sovrano dei Cavalieri di Malta. Analogamente, anche la letteratura esperanto deve essere confrontata non con quella delle grandi lingue europee (francese, inglese, tedesco, russo, italiano, spagnolo…), ma preferibilmente con quella di lingue minori o minoritarie, principalmente se lingue di diaspore e/o legate ad un movimento con lo stesso fine. Penso ad esempio alle due sole lingue senza stato nazionale che hanno ottenuto il premio Nobel: lo yiddish (con Isaac Singer, la cui prima opera in prosa è stata peraltro composta in esperanto), e l’occitano (con Frédéric Mistral, al tempo stesso principale poeta, principale organizzatore e principale lessicografo dell’occitanismo).

 

A.: Hai avuto modo di scrivere che gli Esperantiani «stanno costruendo una nuova Esperantio [ndr. comunità dei parlanti esperanto], ispirata non dall’illusione che noi possiamo migliorare il mondo, ma dallo sforzo a migliorare noi stessi. Anche se si volesse migliorare il mondo, si dovrebbe comunque incominciare da se stessi» (Silfer, G., Paco kaj milito en nia percepto pri la homaro, in: “Literatura Foiro”, 303/2020: 60). Da un lato, si rimarca l’attuale situazione della Civitas Esperantica: esiste da soli 18 anni, ma rimane, insieme con le altre istituzioni che hanno aderito al suo Patto di fondazione, economicamente e finanziariamente stabile, basata su principi precisi. D’altro canto, l’Associazione Universale di Esperanto (UEA), fondata nel 1908, che per molti anni ha guidato gran parte del movimento esperantista, rischia ora la bancarotta. Tuttavia, la crisi dell’UEA è una crisi che tu avevi già previsto da decenni; quali sono le ragioni che hanno portato alla situazione attuale?

 

G.: A livello strutturale, il centralismo piramidale, che ha bisogno di un apparato burocratico relativamente troppo grande e che consuma troppi fondi finanziari: come un’automobile che brucia benzina solo per far funzionare il motore, ma senza muovere le ruote. Finanziariamente, il troppo fare affidamento alle entrate provenienti dai costi di iscrizione (sia individuali che per la partecipazione ai congressi), senza importanti guadagni derivanti da servizi propri e dalla produzione, o derivanti da investimenti altri, come ad esempio in immobili. Ideologicamente, l’assenza di uno scopo chiaro: l’UEA è consapevole che la “vittoria finale” non è raggiungibile, dunque si è rivolta al problema della “democrazia linguistica”, ma questo tema può essere trattato molto meglio e più efficacemente da ONG internazionali (non esperantiste). Strategicamente, l’abbandono ad influssi provenienti da qualche nicchia di mercato o gruppi interni (generalmente antiraumisti), con la conseguente perdita di una larga fetta dell’intelligencija esperantista.

 

A.: La struttura federalista della Civitas si basa su un importante principio: quello di sussidiarietà. Se il centralismo richiede l’esistenza di un’autorità sovrana, con poteri minori delegati alle periferie, al contrario nel sistema federale l’autorità centrale detiene solo quei poteri che non possono essere esercitati dalle singole parti federate. Questa, sebbene non sia uno stato, applica per l’appunto il modello federalista attraverso il principio della sussidiarietà. Un esempio è quello che concerne il caso del Sistema di certificazioni linguistiche della Civitas, aderente all’Associazione Europea degli Esaminatori Linguistici (ALTE), che organizza esami di lingua esperanto secondo il Quadro Comune Europeo di Riferimento (dal livello A1 fino al livello C2); ebbene, questo compito viene svolto dal Centro Culturale Esperantista (KCE) a La Chaux-de-Fonds (Svizzera), aderente al Patto, invece di creare ex novo una struttura dipendente con una relazione diretta con l’autorità centrale. La Civitas è una realtà unica anche perché essa sa esprimere efficacemente due diverse istanze: da un lato la tendenza generale alla globalizzazione, dall’altro la «espressione di una identità nuova, diasporica, minoritaria» (Silfer, G., Ni estas pli ol samideanoj: ni estas civitanoj, conferenza, Bruxelles, 26 luglio 2008). Sebbene parrebbe che queste due forze contrastanti rappresentino un’insolvibile dicotomia, i cittadini della Civitas ne testimoniano l’unione per mezzo di un nuovo sentimento civile: non si tratta infatti di una cittadinanza nazionale (secondo la Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen del 1789), né di una cittadinanza internazionale (secondo la Universal Declaration of Human Rights del 1948), ma di una «cittadinanza transnazionale basata sulla lingua comune neutralmente umana», i.e. l’esperanto. In conclusione, si può dire che coloro che si identificano in questa realtà rappresentano un popolo transnazionale non identificabile etnicamente, tra i cui diritti principali (secondo la Costituzione, art. 10, par. 2) v’è “acculturarsi e acculturare”; se ciò è vero, in un certo senso, si può dire che il bel sogno dell’umanità si sta effettivamente realizzando.

 

G.: “Acculturarsi e acculturare” è in effetti, secondo la Costituzione, il solo, al tempo stesso, diritto e dovere, che in tal modo enfatizza il ruolo della Civitas Esperantica come motore per una evoluzione culturale valida tanto per l’individuo quanto per la collettività. La Civitas progredisce secondo questa linea.

 

 

PER SAPERNE DI PIÙ:

 

Astori, D. (2017), Il movimento esperantista contemporaneo: verso un ‘quasi-popolo’?, in: Astori, D. (ed.), Esperanto e lingue minoritarie, Federazione Esperantista Italiana, Milano, pp. 115-134.

Fettes, M. (1996), The Esperanto Community: A Quasi-Ethnic Linguistic Minority?, in: “Language Problems & Language Planning”, 20/1: 53-59.

Minnaja, C. (2014), Ranoj, civitanoj kaj samideanoj, in: “Beletra Almanako”, 20.

Silfer, G. (2019), Terra nullius kaj ius soli ĉe la unua homarano, in: “Literatura Foiro”, 297: 321-324.

Silfer, G. (2020), Paco kaj milito en nia percepto pri la homaro, in: “Literatura Foiro”, 303: 59-62.

Silfer, G. (2020), Raŭmo: fino de verda trockismo, in: “Literatura Foiro”, 307: 321-325.

Silfer, G.; Ruiz, M.E. (2019), Breve historia cultural de la comunidad esperantófona, Casa editorial Grañen Porrúa, Ciudad de México.

Tonkin, H. (2009), Una lingua e un popolo. Problemi attuali del movimento esperantista, Eva, Venafro.

 

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